Libano: il confessionalismo fa la legge

Libano: il confessionalismo fa la legge Dittature del Libano e dittature arabe: il confessionalismo fa la legge

Quando Bouazizi ha deciso di immolarsi dandosi fuoco, non sapeva che quel giorno le sue ceneri si sarebbero disperse nei paesi vicini per far fiorire la primavera. L a marcia dei mille luoghi, Bouazizi l’ha aperta col suo passo e la barriera della paura si è rotta, il contagio si è esteso, gli occhi si sono aperti e i popoli arabi si sono messi ad acclamare la libertà a partire dalla Tunisia e dall’Egitto, passando per la Libia, Bahrein e Yemen, in seguito in Siria e poi in Libano.
Con l’inizio degli avvenimenti e lo scoppio delle rivoluzioni i Libanesi hanno dovuto interagire con la realtà circostante. Subito hanno espresso il loro sostegno e incoraggiamento alla rivoluzione egiziana, dopo che la rivoluzione tunisina aveva sorpreso i popoli arabi. Fin dal primo giorno della rivoluzione in Egitto, dei Libanesi hanno preso l’iniziativa di organizzare delle manifestazioni e dei sit-in aperti per sostenere i manifestanti delle piazze del Cairo. Ma le manifestazioni di sostegno da sole non bastavano; è allora che gli attivisti libanesi hanno voluto che questo piccolo paese arabo avesse la sua propria rivoluzione. Qui comincia la storia.
Prendendo in prestito dalle rivoluzioni tunisina e egiziana lo slogan “Il popolo vuole…”, i Libanesi hanno iniziato la loro rivoluzione per far cadere il confessionalismo, suscitando reazioni diverse tra i sostenitori che vi hanno trovato un’opportunità per andare all’assalto di un sistema fondato sulle confessioni e sostituirlo con un altro basato sul concetto di cittadinanza, e gli avversari che hanno temuto che questo fosse un preludio per togliere la legittimità a un leader che li accoglie e protegge da “altri”. Tra sostenitori e avversari c’è una massa silenziosa il cui orientamento preciso non è stato possibile determinare a causa della poca durata dell’azione.
L’eventualità di un fallimento di questo movimento era prevedibile fin dall’inizio. Uno slancio rivoluzionario ha avuto presa su dei giovani attivisti che hanno creduto che il momento fosse propizio per agire. Fedeli allo slogan “Il popolo vuole la caduta del confessionalismo” e trascurando l’azione concreta, non hanno saputo presentare delle vere proposte su questioni politiche, sociali ed economiche capaci di suscitare l’interesse di tutta la popolazione e raccogliere attorno ad essi tutti i “figli” delle religioni.
Libano: il confessionalismo fa la legge
Soprattutto, lo slogan principale non è riuscito a chiarire l’obbiettivo diretto dell’iniziativa. In effetti, il confessionalismo in Libano non si riduce ad esempio al Capo dello Stato o al governo, ma costituisce una struttura socio-culturale globale che si estende alla base (popolo) fino ad arrivare ai vertici (le autorità sotto ogni forma). E’ per questo motivo che lo slogan porta in se il germe della sconfitta perché l’azione vincente doveva essere esercitata su chi costituisce questa struttura. Così, i Libanesi hanno messo da parte sia i sostenitori che gli avversari del sistema, o ancora quelli che si mantengono neutrali non avendo ancora preso una posizione.
Una rapida retrospettiva dello svolgimento della ribellione rivela le debolezze che hanno caratterizzato i comportamenti di certi organizzatori. E consente ugualmente di constatare che una contro-campagna è stata portata avanti da alcuni partiti confessionali che traggono profitto a vario titolo dal sistema in vigore. Le prime settimane dell’azione hanno conosciuto un notevole successo con un numero elevato di partecipanti che credevano nel cambiamento, anche se non è riuscita a trainare nel movimento nuove categorie sociali. In seguito, sono apparsi dei segnali di contro-rivoluzione resa possibile dall’adesione di certi uomini politici del sistema alla stessa mobilitazione che reclamava la caduta dello stesso sistema!
Libano: il confessionalismo fa la legge
Lo “sfruttamento” del movimento da p arte di uomini politici ha provocato tra gli attivisti una discordia che si è approfondita di giorno in giorno; alcuni vedevano nelle dichiarazioni degli uomini politici un aspetto positivo permettendo di realizzare un’adesione popolare più ampia, mentre altri rifiutavano del tutto questo compromesso dal momento che il confessionalismo è rappresentato dalle stesse personalità politiche. Il terzo gruppo ha rifiutato di allearsi con dei partiti politici per varie ragioni, dal momento che la caduta del confessionalismo significa la caduta di tutta la classe dirigente che lo protegge. Ma questa attitudine di principio si è scontrata con la realtà, dal momento che la maggioranza dei Libanesi sostengono dei partiti confessionali in cui certe fazioni si alleano tra loro per affrontarne altre. Non è dunque possibile far cadere il sistema confessionale senza aver attirato prima la maggioranza della popolazione affinchè si ribelli contro i suoi dirigenti. Così, nonostante l’entusiasmo di una larga fetta di giovani, questo slancio non ha resistito alle difficoltà, né alle debolezze che hanno inceppato questo movimento spontaneo.
La causa principale del fallimento della ribellione è probabilmente dovuto al fatto che i manifestanti non hanno usato alcun mezzo per convincere la maggioranza confessionale della giustezza dei loro obiettivi. Al contrario, si sono posti come avversari di questo sistema in un paese che si caratterizza per una molteplicità di despoti. Molti intellettuali libanesi hanno denunciato questa realtà, come lo scrittore Elias Khoury che constata come il Libano sia un paese particolarmente dispotico perché sottomesso al dispotismo delle religioni. Ci sono dunque diverse dittature da abbattere in un sol colpo perché ogni confessione ha il suo despota, quando non sono addirittura molti despoti.

Libano: il confessionalismo fa la legge
Con la sconfitta della rivolta per smantellare il confessionalismo, i Libanesi hanno nuovamente riempito le piazze per esprimere la solidarietà con le rivoluzioni degli altri paesi arabi i cui popoli sono impegnati sulla via della libertà. Il confessionalismo profondamente radicato nella psicologia dei Libanesi, così come nel loro regime, si è probabilmente riflesso sulle loro attitudini verso le rivoluzioni.
In effetti, dopo che le rivoluzioni arabe in Tunisia e in Egitto hanno incoraggiato e radunato i Libanesi, i segni della divisione sono apparsi con la diffusione della rivoluzione in Siria, Libia e nel Bahrein.

Libano: il confessionalismo fa la leggeE’ la rivoluzione del popolo siriano che ha avuto l’effetto più netto nella consacrazione di questa divisione tra i sostenitori della rivolta e gli alleati del regime. Ma se è facile comprendere le ragioni dei sostenitori della rivoluzione siriana, soprattutto quando si constata l’adeguamento tra questa attitudine e l’appoggio alle rivoluzioni arabe, per contro l’analisi della posizione degli alleati del regime siriano rivela degli aspetti fondamentali legati alla struttura della società libanese.
Innanzitutto, bisogna ricordare il sostegno di una larga parte della popolazione libanese alla rivoluzione egiziana e il suo rifiuto di qualunque sostegno alla rivoluzione siriana. Questo gruppo di Libanesi è in accordo con i suoi dirigenti (sempre confessionali), come nel caso per esempio dei due partiti alleati “Il movimento Amal” e “Hezbollah”.
Fin dal debutto delle rivoluzioni, il movimento Amal ha preso l’iniziativa di adottare la rivoluzione del popolo libico contro il regime di Mouammar Kaddafi, a dispetto dell’intervento militare straniero, come contropartita del suo silenzio sugli atti commessi dal regime siriano sulle frontiere orientali del Libano, col pretesto di un “complotto esterno” verso la Siria. Lo stesso vale per Hezbollah, alleato dell’Iran, che eleva ben alta la voce per sostenere il popolo del Bahrein come contropartita del suo sostegno chiaro al regime di Bachar Al-Assad “il resistente”.
D’altronde, con l’arrivo dei venti della rivoluzione in Siria, il discorso sul “timore delle minoranze” ha autorizzato certi dirigenti politici e religiosi del Libano a giustificare il sostegno al regime siriano. Questo atteggiamento si è riflesso anche su alcuni strati della popolazione: l’eventualità dell’arrivo al potere degli islamisti in Siria è un motivo sufficiente per accettare i massacri commessi dal regime siriano contro il suo popolo. L’esempio più chiaro in questo contesto è senza dubbio quello dell’arcivescovo maronita del Libano che ha messo in guardia contro il pericolo della caduta del regime siriano per quello che lui chiama “”minoranza cristiana” (al posto di parlare di cittadinanza). Stessa attitudine ha “Corrente Nazionale Libera” (alleato a Hezbollah per affrontare la Corrente dell’Avvenire e i suoi alleati del Movimento del 14 marzo) che ha scelto di tenersi a fianco del regime siriano.

Libano: il confessionalismo fa la leggeAl contrario, si può dire che l’atteggiamento ostile di certi Libanesi al regime siriano, in armonia con quella dei loro dirigenti politici, s’iscrive nella lotta essenzialmente interna (lotta confessionale per eccellenza), soprattutto quando si cerca di conoscere con precisione la posizione di questi ultimi (in genere silenziosa) di fronte agli altri paesi arabi, e specialmente dell’Egitto per i legami di amicizia e di comunanza di interessi che li uniscono al suo presidente decaduto Moubarak.
Questa scissione tra Libanesi spiega i conflitti che li dividono e che li hanno portati sulla strada dove ci sono stati scontri limitati tra i sostenitori della rivoluzione siriana e gli alleati del regime di Bachar Al-Assad. Questi conflitti sono stati rafforzati dall’attitudine del governo composto principalmente dalle forze confessionali che sostengono il regime siriano - Hezbollah, il movimento Amal, la Corrente Nazionale – e che fronteggiano altre forze confessionali nell’opposizione. Questa posizione si traduce con un’ignoranza totale, a livello ufficiale, di ciò che succede alle frontiere del paese, dove si assiste a una loro violazione da parte delle forze siriane che perseguono in territorio libanese i rivoluzionari e i rifugiati che fuggono dalla repressione del regime e tentano di trovare un riparo nei villaggi situati in prossimità delle frontiere.
Così i Libanesi non sono riusciti a trarre profitto del clima rivoluzionario arabo e non hanno potuto riesaminare i grandi principi che le rivoluzioni hanno rimesso sul tappeto, principalmente quello della cittadinanza profondamente legata ai concetti di libertà, giustizia e democrazia, completamente assenti dalla società libanese che gode di una libertà mascherata, una libertà che in realtà non è che un semplice caos retto e diretto dalle religioni che si situano “al difuori” dello Stato nella sua accezione moderna.


Nidal Ayoub
Traduzione dal francese di Stefanella Campana  
01/032012

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