In Egitto il primo presidente non militare

//Mohammad Mursī

Si è concluso con 882 mila voti di differenza la corsa elettorale per la presidenza dell’Egitto a vantaggio di Mohammad Mursī, presidente del partito Libertà e Giustizia, costola del movimento dei Fratelli Musulmani, sull’avversario il generale Ahmed Shafīq. Domenica 24 giugno, l’Alto consiglio elettorale ha annunciato i risultati ufficiali ben una settimana dopo il secondo turno delle elezioni, e Alessandria, baluardo della resistenza al regime di Mubārak in strada così come nelle urne elettorali, si è riversata sui viali per festeggiare. Quello che l’Egitto ha vissuto tra il 28 maggio ed il 24 giugno scorsi è stato il periodo più lungo e difficile di questi due anni, dopo i diciotto giorni della rivoluzione che ha destituito Mubārak. Se con i mesi che si susseguivano dopo quei giorni del gennaio 2011 si faceva sempre più chiara la volontà della Giunta militare di assumere le redini del Paese per preparare il ritorno del regime di Mubārak - tutelandone gli interessi ed i rappresentanti attraverso delle modifiche costituzionali ambigue, delle periodiche esplosioni di violenza programmate, delle crisi di penuria di combustibili, degli aumenti dei prezzi degli alimentari, destinati a inquietare la popolazione affinché si augurasse il ritorno dell’ordine, degli estenuanti processi per corruzione o omicidio dei dimostranti, e degli attacchi agli attivisti e alle organizzazioni dei diritti umani – nelle ultime settimane i giochi si sono fatti aperti.

//Ahmed ShafīqQuando il 28 maggio la Giunta elettorale annunciava ufficialmente i nomi dei candidati che andavano al ballottaggio, rigettando tutte le denunce di brogli che avevano portato Shafīq, fedele servitore di Mubārak e uomo delle Forze armate, al secondo turno, si apriva una frattura profonda nella società, e commentatori e intellettuali si dicevano sicuri di una vittoria orchestrata di Shafīq. Gli egiziani erano stati messi di fronte al peggiore scenario, “uno scenario catastrofico” citava ad esempio il giornale indipendente Al-Masry al-Youm, in cui scegliere tra un uomo del regime ed un islamista. Colleghi e amici che si erano riversati nelle piazze durante la rivoluzione dicevano: “Che facciamo?”. Alcuni erano per non andare a votare, altri addirittura erano tentati di votare per Shafīq, che molti mezzi di informazione si sforzavano ora di presentare come “pulito e laico”. Certo, le forze rivoluzionarie fecero un grave errore nel sottovalutare il sentimento di stanchezza di molti egiziani e la capacità di persuasione dei mezzi di informazione e di influenza degli apparati di governo e di sicurezza: così, si presentarono divise, con almeno cinque candidati che si richiamavano con legittimità alla Rivoluzione del 25 gennaio 2011. E così, arrivarono tutti al terzo (Sabbāhī), quarto (Abūl Futtūh), settimo (Khāled ʿAlī), ottavo (al-Harīrī) e nono (al-Bastawīsī) posto.

Ma il regime aveva già predisposto tutto affinché il risultato andasse in una certa direzione: l’art. 28 della Dichiarazione costituzionale pubblicata dalla Giunta militare nel marzo 2011 garantiva l’immunità all’Alto consiglio elettorale, permettendo così di rigettare denunce di irregolarità senza possibilità di ricorso; la Legge di esclusione delle figure del vecchio regime dalla vita politica, che era stata approvata dal Parlamento egiziano prima delle elezioni presidenziali, era stata differita alla Corte costituzionale, permettendo a Shafīq di candidarsi; 35 denuncie per corruzione pendenti su Shafīq non erano mai state investigate durante un anno e mezzo; il numero dei votanti registrati nelle liste elettorali crebbe tra il marzo 2011 (mese del referendum sulla Dichiarazione costituzionale) e il maggio 2012 (mese del primo turno delle elezioni presidenziali) di circa 5,8 milioni, quando la crescita naturale della popolazione maggiorenne nello stesso periodo non superò il milione, sollevando dubbi sulla presenza di intenti fraudolenti.

Poi è venuto il mese terribile iniziato il 28 maggio ultimo scorso, che ha recentemente portato il Carnegie Endowment for International Peace a parlare di un “sistema politico nel caos”. Il 14 giugno la Corte costituzionale dichiara la Legge di esclusione incostituzionale, e, nella stessa giornata, dichiara altrettanto incostituzionale la legge elettorale utilizzata per l’elezione del Parlamento (Maglis as-Shaʿb) per un terzo dei suoi seggi (candidati individuali). Iin piene operazioni elettorali, il 16 e 17 giugno, la Giunta militare scioglie il Parlamento e pubblica un emendamento alla Dichiarazione costituzionale senza consultazione popolare, né politica, che gli riattribuisce i poteri legislativi e gli conferisce nuovi poteri, come il comando delle forze armate fino alla stesura della nuova costituzione (non attribuito quindi in questo periodo al nuovo presidente, il cui ruolo sarà nel futuro comunque limitato da un Consiglio della Difesa presieduto dal presidente, ma in cui i militari avranno voce dominante) o il controllo de facto della sicurezza del paese in caso di tensioni interne, o la formazione dell’Assemblea costituente in caso quella costituitasi l’11 giugno scorso in seduta congiunta dei due rami del Parlamento (Maglis as-Shaʿb e Maglis as-Shūrā, la seconda camera consultiva) non completerà il suo lavoro, Assemblea costituente la cui legittimità è ora inficiata dallo scioglimento del Parlamento e la cui autonomia è limitata da ben cinque figure istituzionali, tra cui la Giunta militare, che possono richiedere la revisione del testo prima che venga sottoposto al popolo.

Al-Barādeʿī denunciava quello che era un vero e proprio “colpo di stato”, ma per altri non era altro che un secondo colpo di stato, dopo l’arrivo della Giunta militare al potere nel febbraio del 2011. Vi potete immaginare il clima in cui si sono svolte le elezioni, ed il senso di urgenza che provavano moltissimi egiziani. Vi potete immaginare le diverse manifestazioni che hanno ripreso vigore a piazza Tahrīr, dopo la decisione della Corte costituzionale contro Legge di esclusione e Parlamento e la pubblicazione della nuova Dichiarazione costituzionale da parte della Giunta, mentre ancora non si sapeva ufficialmente chi avrebbe vinto, in una gara di cifre e controcifre ufficiose tra i due candidati.

Ho fatto l’osservatore elettorale in entrambi i turni, per conto della Rete per le elezioni nel mondo arabo (Shabaka al-Intikhābāt fil-ʿĀlam al-ʿArabī ), ed ho registrato la vittoria chiara di Mursī nei distretti di Alessandria, così come casi di compravendita di voti segnalatimi da altri osservatori o rappresentanti di partito (200 lire egiziane per un voto a Shafīq, anche se il prezzo variava a seconda del quartiere), ma naturalmente anche bus messi a disposizione dai Fratelli musulmani per portare i simpatizzanti al seggio. Tutto questo, evidentemente, fuori dai seggi, mentre all’interno tutto si svolgeva regolarmente. Allora perché una settimana di ritardo nell’annunciare i risultati? L’Alto consiglio elettorale si è scusato ieri dicendo che ha dovuto esaminare ben 456 denunce di irregolarità con conseguente riconteggio delle schede in alcuni seggi. Ma perché i risultati ufficiali del primo turno sono stati resi pubblici dopo soli quattro giorni, quando i candidati erano tredici e lo spoglio ben più complesso, mentre quelli del secondo turno hanno richiesto una settimana? A parte la “buona volontà” dell’Alto consiglio elettorale nell’esaminare questa volta le irregolarità, è stata la pressione della piazza ancora una volta a fare la differenza, dopo che molti simpatizzanti laici e liberali della rivoluzione, contro la loro volontà, hanno scelto Mursī pur di non riconsegnare la nazione agli uomini di Mubārak, mentre il suo avversario giocava le carte del pericolo islamista, guadagnandosi i voti di molti cittadini preoccupati.

 

//Tahrir Square

 

La Giunta militare non ha vinto le elezioni, ed ha mostrato in più occasioni di cercare di determinarne i risultati; alla fine, si è resa conto che la nazione avrebbe potuto esplodere di nuovo con la vittoria di Shafīq. Vi potrei raccontare delle emozioni e rabbie di molti egiziani. Vi basti con il sapere che in molti hanno tirato un sospiro di sollievo. Ora, Mursī ed il suo ex-partito, da cui si è dimesso dopo l’annuncio ufficiale dei risultati, devono provare di voler realizzare le rivendicazioni della rivoluzione, e di sapersi contrapporre alla Giunta militare, se necessario, per il bene del Paese, e non solamente per il loro interesse di parte. Mursī ha promesso un governo di coalizione nazionale. Ancora non sappiamo se i simpatizzanti del partito Libertà e Giustizia accetteranno lo scioglimento del Parlamento o se continueranno le loro proteste. Quello che è certo è che si apre una nuova fase, dove le forze politiche che oppongono resistenza alle strutture vive del regime di Mubārak devono esigere con forza ed unità, senza deleterie rivalità tra islamisti e liberali, una transizione pacifica ed effettiva del potere dalla Giunta militare all’autorità civile, ed una costituzione moderna che imponga la supremazia del civile sul militare, definisca i poteri del presidente e disegni istituzioni dello Stato autonome e trasparenti. Il segnale che darà l’Egitto ora influenzerà il corso della Primavera araba iniziata un anno e mezzo fa. Per ora, l’Egitto si gode il primo presidente non militare della sua storia repubblicana.

 

 


 

Gianluca Solera

16/07/2012

 

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