L’altra Calabria è fimmina


dasud_300Il numero di gennaio di Noi donne, storica rivista femminile italiana, è dedicato alla Calabria. O meglio all’altra Calabria. La Calabria delle donne.

Di donne che, ognuna nel loro ruolo, nella loro professione, nella vita di tutti i giorni, cercano di fare il loro lavoro, con coerenza, giustizia, dignità. Si tratta di giornaliste, sindache, magistrate, ma anche di donne che hanno legami con la ‘ndrangheta, famigerato sistema criminale che detta legge in quella splendida e martoriata terra.

Alessandra Cerreti è una magistrata della Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Ha lavorato per anni a Milano, ma ha scelto di tornare al Sud, in condizioni complesse, difficili, a rischio. Vive sotto scorta da dodici anni. Ha raccolto le prime testimonianze di collaboratrici nella ‘ndrangheta, come Giusy Pesce e Maria Concetta Cacciolla. E’ riuscita a rompere il silenzio di quelle donne proprio partendo dal suo essere donna. “Le donne di ‘ndrangheta – dice - sono costrette a subirla, anche se sono intelligenti, se hanno studiato. Ma hanno un senso del pudore molto elevato, parlare di sé di fronte ad un uomo per loro è impensabile.” La spinta forte a collaborare nasce spesso dal forte legame con i figli; non vogliono che seguano le loro orme, entrando nelle cosche o sposandosi con dei criminali. Le collaborazioni femminili sono una spina nel fianco nella ‘ndrangheta, perché intaccano il potere e il prestigio criminale all’esterno. Ma è anche vero che per pochi episodi di donne che alzano la testa, che si ribellano ce ne sono decine fedeli, anche con ruoli attivi e importanti all’interno dell’organizzazione.

Elisabetta Tripodi è da due anni sindaca di Rosarno, uno dei paesi a più alta densità criminale. E’ stata eletta dopo il commissariamento del paese e dopo la rivolta dei migranti. Da un anno vive sotto scorta dopo le minacce ricevute dal boss Rocco Pesce. Ma non ha voluto la scorta per la sua famiglia e per i figli, adolescenti che devono vivere la loro vita normale. Anche se di normale la sua vita ha veramente poco. Le minacce le hanno dato una forza ancora maggiore e nonostante tutte le difficoltà e le paure, il comune si è costituito parte civile in cinque processi di ‘ndrangheta.

dasud_logoTutte le mafie sono da sempre nemiche delle donne. Lo racconta in maniera appassionata la ricerca condotta dall’Associazione daSud - www.dasud.it -  offrendo alla discussione pubblica una mappa conoscitiva su un tema difficile e contraddittorio come quello del rapporto tra donne e mafia. Un dossier che serve innanzitutto a sfatare un’assurda credenza: che i clan in virtù di un presunto codice d’onore non uccidono le donne. La storia dimostra il contrario: le donne – innocenti o dissidenti o senza la forza di uscire dal giogo mafioso – sono morte per l’impegno politico, sono rimaste vittime di delitti d’onore, sono state suicidate, sono state oggetto di vendette trasversali, sono morte per un accidente, sono rimaste incastrate dentro una situazione familiare e mafiosa da cui non sono riuscite a uscire. Sono più di 150 le donne uccise dalle mafie a partire dal 1896, tanto per “sfatare un’assurda credenza: che i clan in virtù di un presunto codice di onore non uccidono le donne”. L’appendice è un elenco dei centri antiviolenza in Italia. Un fondamentale strumento di consultazione. Perché, scrivono, se alcune delle vittime avessero potuto parlare con un centro, forse si sarebbero potute salvare.

E’ una storia di violenza, di morte, di 'ndrangheta quella di Roberta Lanzino, una giovane ragazza di Rende, in provincia di Cosenza. E’ il luglio del 1988, ha 19 anni, studia Scienze Economiche all’Università. La vita di una qualsiasi ragazza della sua età. Violentata e uccisa. Le indagini partono subito, ma la verità arriverà soltanto nel 2007. La ripropone una graphic novel, edita dalla Round Robin editrice nel progetto Libeccio, con disegni di Marina Comandini e testi di Celeste Costantino.

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“Ho cercato di raccontare la storia di Roberta – scrive Celeste Costantino – ma la verità è che non l’ho voluto fare fino in fondo. Quello che si deve sapere lo si sa già da chi ha avuto la forza e la voglia di raccontarlo. Quello che non si sa dobbiamo poterlo immaginare, perché Roberta Lanzino era una ragazza. Una ragazza di 19 anni che andava all’università, che aveva un motorino, come tante di noi. E, come noi, a quell’età pensava di avere tutta la vita davanti. La sua storia poteva essere la mia. E chi non lo capisce si rende complice di questa morte. Tutti e tutte dobbiamo sentire il peso di questa storia e di tutte quelle che non sono state raccontate. Per questo solo: Roberta Lanzino, ragazza

 



Loredana Cornero

21/01/2013

 

 

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