"Foneka", Moni Ovadia e il potere del suono

 

ovadia_280Uno spettacolo e una conferenza, una performance catalizzata dalla personalità accattivante di Moni Ovadia che nella prima domenica di marzo al parco della Musica di Roma ha accompagnato una kermesse originale: Foneka, rassegna sulla voce e il potere del suono. Un appuntamento nato dall'idea di una cantante, Agata Lombardo, che ne ha curato la parte artistica e organizzativa.

 

Moni Ovadia, nato in Bulgaria da una famiglia ebraica sefardita, greco-turca da parte di padre, serba da parte di madre, uno dei più prestigiosi e popolari uomini di cultura e artisti della scena italiana, ha partecipato alla tavola rotonda il pomeriggio e alla sera è salito sul palco con Il registro dei peccati, scritto e interpretato da lui stesso, una pièce definita Rapsodia lieve per racconti, melopee, narrazioni e storielle.

Ricca la sua parola e il suo canto, scarna la scenografia: una sedia, un microfono, un fiore, e...il buco in una tasca della giacca, dove Ovadia infilava ogni tanto la mano, quasi che il gesto lo aiutasse a ricordare, a trovare le parole, a raccontare all'infinito le sue storie, per un pubblico incantato e mai sazio.

Tre le componenti dello spettacolo: il racconto, il canto, l'umorismo; elementi di un mondo che Ovadia ci riporta, quello chassidico, dove tutto ciò è importante. Ovadia canta e sa cantare, racconta e sa raccontare – e in una maniera che, come egli sottolinea, oggi è andata perduta. E l'umorismo ci pervade, e sconfigge ogni violenza, ogni logica delle fazioni, perché la risata “ha questo effetto secondario. L'umorismo fa pensare e sottolinea il no all'aut aut”.

E forse non è un caso se quel mondo chassidico, “un tempo fra cielo e terra, un luogo cancellato, lontano, sterminato da secoli, non solo ha prodotto grandi figure della storia come Kafka e Marx, ma è presente anche oggi: basti pensare che l'80% dei comici americani arrivano da quel mondo lì, da quel modo di sentire e pensare che ancora manda segnali e che avvicina i mondi”.

L'umorismo permea il “camino rapsodico” di Ovadia che sceglie questa definizione per sottolineare come il suo spettacolo parli di respiro e di suono, elementi così importanti in ogni cultura. C'è un sistema di suoni che ognuno riconosce, anche se non lo capisce, "anche se non conosco la lingua russa o polacca, la riconosco”. “L'occidente, per esempio, non ha alcuni suoni rispetto all'ebraico o all'arabo. Esiste un respiro, un alito, che hanno certe lingue, impossibili da tradurre, e presenti ad esempio nella Bibbia”. Ed ecco il soffio, l'alito di dio. E poi c'è la voce, di un popolo, di ognuno.

Il bimbo inizia con un suono il suo percorso: inizia col suo urlo, che è già un canto. “La voce è così importante, cruciale per lo sviluppo di una civiltà. Oggi, nel mondo dello spettacolo - ci racconta Ovadia - ci sono mille piccoli Pavarotti, ma il canto vero non è scimmiottare, è un'espressione interiore. Eppure, ai giorni nostri, non c'è una consapevolezza di quando sia importante la voce, in termini di identità vocale: c'è un voler essere ciò che non si è, un voler imitare un altro e poca attenzione, poca ricerca ad individuare quale è la propria vera voce. Jung parlava di individuazione: all'interno del proprio limite, ognuno può essere ciò che è”.

E ancora: "La nostra società non educa la voce, perché non educa allo sviluppo dell'interiorità: tanti adulti imbecilli reprimono le voci potenti dei loro figli. Coltivare la voce è una grande rivoluzione: nessun cambiamento vero passa solo all'esterno, serve l'interiorità".

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Nell'ebraismo tutti cantano, racconta Ovadia, ognuno con la voce che ha. Ciò che rende straordinaria la voce di ognuno è la dimensione interiore. “Esistono belle voci, belle canzoni, ma vogliamo mettere una melodia come What a wonderful World cantata da Celine Dion o dallo straordinario Louis Amstrong? Con la Dion è un suicidio tanto è noiosa, nel caso di Amstrong invece suscita emozioni, smuove l'interiorità".

"La voce è una conquista dell'interiorità che si sta perdendo. Il monoteismo nasce con la teofonia; Abramo sente la voce, forse quella di Dio, forse la sua: il divino si esprime con la voce, assoluto creatore della relazione fra gli uomini; Dio parla, non scrive. Si canta nei luoghi sacri per suggellare il rapporto con il divino, che tutti noi stiamo perdendo. E per cosa? "

Ma Gesù cantava? Ovadia risponde: “Anche Gesù cantava, certo” e cosa? “Chissà quante pasque ebraiche avrà cantato! Faceva parte di un mondo, di quel mondo lì, e allora sicuramente cantava! Avrà cantato un salmo di Davide, e qualche melodia mediorientale”.

E infine il silenzio: un silenzio perduto, e tanto desiderato. “La dimensione del silenzio, nel mondo di oggi è andata persa; c'è un rumore permanente, di fondo. Impossibile allora sentire la voce del divino, perché c'è troppo rumore; impossibile cogliere la voce dello straniero e non ci sorprende perché “lo straniero incarna la relazione con il divino”. Il canto è insito nella creazione, che ha bisogno di silenzio. È un immenso lager: sempre rumore, disordinato, insensato, artificioso, sovrapposto; e “senza il silenzio, la musica non significa più nulla”.

 


 

Rosita Ferrato

09/03/2013

 

 

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