Italieni

//La ministra dell’Integrazione Cécile KyengeIn Italia sono circa un milione i minori che, pur essendo nati e cresciuti qui, non hanno diritto ad acquisire la cittadinanza perché sono figli di stranieri.

Per poter restare nel Paese questi giovani necessitano di un permesso di soggiorno da rinnovare ogni due anni per motivi di studio o di lavoro. Chi non riesce a ottenerlo rischia di essere rispedito nel Paese di origine dei genitori, che per molti è un luogo sconosciuto e lontano. Entro i diciannove anni, l’aspirante cittadino, se ha risieduto legalmente e ininterrottamente in Italia, può richiedere la cittadinanza. Ma i tempi di risposta sono lunghi e le procedure burocratiche molto complesse, e spesso non vanno a buon fine.

 

È questo l’iter previsto dallo ius sanguinis (diritto di sangue) secondo il quale il diritto a essere italiano si acquisisce per discendenza. Ereditato dalla legislazione civile vigente prima dell’unità nazionale, tale principio è stato riconfermato nella prima legge sulla cittadinanza del 1912 e rafforzato in quella del 1992 che lo sottopose a condizioni più rigorose.

Negli ultimi dieci anni la società civile ha promosso diverse iniziative per un cambiamento della normativa e sono stati presentati numerosi disegni di legge che però non sono riusciti a concludere l’iter parlamentare.

 

A poche settimane dalla sua nomina come ministro dell’Integrazione, Cécile Kyenge ha annunciato di voler introdurre lo ius soli, un principio normativo che permetterebbe a chi è nato nel Paese di acquisire la cittadinanza a prescindere da quella dei genitori.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e la Presidente della Camera Laura Boldrini hanno sottolineato l’urgenza di tale evoluzione normativa. La proposta è stata accolta favorevolmente da Partito Democratico (PD), Sinistra Ecologia e Libertà (SEL) e Azione Civile. ma altri schieramenti politici vi si oppongono con fermezza.


//Manifestazione contro lo ius soli organizzata dal partito Fratelli d’Italia. Roma, maggio 2013

 

Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato, ha dichiarato che “ci sono implicazioni di carattere sociale e culturale che non faranno mai dello ius soli una legge dello Stato italiano”. Movimento5Stelle propone un referendum, Lega Nord e Fratelli d’Italia appoggiano la proposta grillina, dichiarandosi contrari alla “cittadinanza facile” con interventi e slogan dai toni spesso sprezzanti e razzisti.

 

Le fratture politiche sul tema dello ius soli rispecchiano l’atteggiamento ambivalente della società civile di un Paese che in trent’anni si è trasformato da luogo di emigrazione a méta di immigrazione con flussi in entrata in costante crescita.

 

Secondo le previsioni Istat sul futuro demografico, nel 2065 la popolazione complessiva (61,3 milioni di residenti) sarà l’esito di una diminuzione degli italiani di 11,5 milioni (28,5 milioni di nascite e 40 milioni di decessi) e di un saldo positivo di 12 milioni delle migrazioni con l’estero (17,9 milioni di ingressi contro 5,9 milioni di uscite). In questo nuovo scenario gli stranieri supereranno i 14 milioni. Una simile prospettiva impone una revisione del nostro apparato normativo, ormai superato, che rischia di minacciare l’integrazione sociale e il rispetto dei diritti umani.


Le campagne Pro Ius Soli

ius_570I giovani di seconda generazione parlano perfettamente l’italiano e molti si esprimono nei dialetti locali, si sono formati qui e qui immaginano il loro futuro. Si sentono italiani a tutti gli effetti ma, non essendolo sul piano giuridico, vivono sospesi tra il Paese di provenienza dei propri genitori, con il quale spesso non hanno affinità linguistiche né culturali, e un luogo che sentono proprio ma che continua a non riconoscerli e, in alcuni casi, a respingerli.

È questa la storia di Melina raccontata nel mini documentario Italeñas (6’) di David Chierchini, Matteo Keffer e Davide Morandini prodotto da ZaLab.

Melina è nata e cresciuta a Genova e ha diciannove anni ma quando ne aveva quattro ha vissuto qualche mese in Ecuador, il Paese d’origine dei suoi genitori. Per questo motivo la sua domanda per ottenere la cittadinanza italiana è stata rifiutata. Melina non si arrende e ne parla a Domenica, una giornalista radiofonica peruviana che vive e lavora in Italia da 22 anni, anche lei discriminata per via di una normativa professionale che impedisce agli stranieri di dirigere testate giornalistiche.

Con il documentario Italeñas ZaLab ha lanciato la campagna di sensibilizzazione “Insieme per lo IUS SOLI”, alla quale stanno aderendo diverse associazioni e centinaia di cittadini. Insieme all’Associazione nazionale Stampa interculturale, inoltre, chiede la modifica dell’articolo 3 della legge sulla Stampa (l.47/48) che discrimina i giornalisti stranieri che lavorano nel Paese.

 

ius_545.melina

 

La storia di Melina è simile a quella di migliaia di suoi coetanei. Il regista Fred Kuwornu ha intervistato diciotto figli di migranti in giro per il Paese raccogliendo le loro testimonianze nel documentario 18 ius soli. Georgiana, Anastasio, Valentino, Fakir, Heena, Dorkas, Aziz, Wenjun Liu sono da poco maggiorenni. Come tanti altri si sentono italiani ma sono considerati stranieri dalla legge e hanno bisogno di un permesso di soggiorno per poter restare nell’unico Paese che conoscono. “18 ius soli è associato a una grande campagna in Italia che è partita come un’onda e si sta muovendo grazie al supporto di tante associazioni per sensibilizzare la gente”, ha dichiarato il regista in un’intervista dove definisce questi giovani una “grossa risorsa culturale e artistica, scientifica, di capitale umano e creativo per l’industria e per il sistema Paese”.

 

//18 Ius soli (trailer)

 

La questione del diritto di cittadinanza è collegata al godimento di altri diritti, come l’accesso a risorse, beni e servizi e la possibilità di partecipare a concorsi pubblici.

Arianna Santero, assegnista di ricerca all’Università di Torino e del Piemonte Orientale, nel suo dottorato in Sociologia ha affrontato il tema del livello di integrazione e rendimento scolastico delle seconde generazioni in Piemonte.

 

Dalle sue ricerche emerge che, a parità di competenze linguistiche, gli alunni con cittadinanza non italiana in media conseguono risultati scolastici peggiori rispetto ai cittadini italiani, con tassi di ritardi e ripetenza più elevati, voti mediamente inferiori e minori conoscenze acquisite secondo il sistema di rilevazione PISA. La maggior parte di loro frequenta più spesso l’istruzione tecnico-professionale, anche a parità di voto di terza media e classe sociale di origine (il 77,7% dei cittadini non italiani contro il 52,2% degli italiani nell’anno scolastico 2011/2012 secondo il Rapporto Nazionale Miur).

 

“La propensione per le ‘filiere corte’”, spiega Santero, “è l’esito di diversi processi di riorientamento e selezione scolastica anche successivi alla terza media, connessi con il percorso migratorio familiare e le norme che regolano l’immigrazione. In particolare per i nati in Italia (il 44,2% degli alunni nel 2011/2012 secondo i dati del Miur) e per gli studenti cresciuti qui che desiderano laurearsi e lavorare nel settore pubblico la procedura di ottenimento della cittadinanza, lunga, costosa e aleatoria, è percepita come vessatoria e crea disuguaglianze anche interne ai nuclei familiari tra aventi diritto o meno. Essa preclude l’accesso a una piena partecipazione alla vita politica, etichetta da ‘stranieri’ e obbliga alle complicate pratiche di rinnovo del permesso di soggiorno anche i giovani che conoscono spesso solo da ospiti il Paese di origine dei genitori. Ma, soprattutto” conclude la sociologa “impedisce loro di valorizzare nel mercato del lavoro italiano, in particolare nel settore pubblico, il capitale umano che hanno acquisito superando tutti i processi di dispersione scolastica precedente”.

 


 

Federica Araco

19/06/2013

 

 

 


 

 

 

 

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