Lampedusa In Festival? Un’esperienza politica


//Lampedusa, La porta d’Europa, opera di Mimmo Paladino. (Foto di F.Araco)Dal 19 al 23 luglio l’isola siciliana ospita la quinta edizione della rassegna, quest’anno dedicata ai motivi che spingono i migranti a partire. Molti gli ospiti attesi e numerosi i film e documentari in concorso. Ma anche dibattiti, concerti,spettacoli teatrali e mostre. L’intervista a Giacomo Sferlazzo, dell’Associazione Askavusa, che organizza l’evento.



È un’assolata mattina di luglio e su via Roma, il corso principale del piccolo centro abitato di Lampedusa, c’è grande fermento per gli ultimi preparativi della rassegna di cinema Lampedusa in Festival, giunta ormai alla quinta edizione.

Sono molti gli ospiti attesi, tra cui il documentarista Silvestro Montanaro, presidente di giuria, Fulvio Grimaldi e Ian Chambers che animerà un incontro nella riserva naturale dell’Isola dei conigli. Il programma prevede inoltre concerti, mostre fotografiche, laboratori, spettacoli teatrali. Tema di questa edizione “Migrare: le ragioni di una ‘scelta’”, per riflettere e far riflettere su una questione complessa e facilmente strumentalizzata, specialmente nei luoghi di transito e di frontiera, come Lampedusa.

 

L’intervista di Babelmed a Giacomo Sferlazzo, dell’Associazione “Askavusa”, che da anni organizza la kermesse.

 

Come è nata Askavusa e l’idea di un festival di cinema a Lampedusa?

Askavusa, che in dialetto significa “A piedi scalzi”, è un’associazione culturale nata nel 2009, quando Maroni decise di creare un CIE (Centro di Identificazione ed Espulsione, ndr.) a Lampedusa e la popolazione cominciò a mobilitarsi per opporsi. Eravamo già un gruppo di amici e in passato avevamo organizzato piccoli eventi, concerti, qualche mostra sull’isola. Scendemmo in piazza perché i CIE non li volevamo né qui né altrove, e nemmeno i centri di accoglienza così come sono strutturati in Italia. Nacque in quelle settimane una coscienza politica del ruolo strategico di Lampedusa anche a livello mediatico perché se si vedono le statistiche, da qui passa una percentuale minima dei migranti che arrivano in Italia e in Europa. Ma in un luogo così piccolo e lontano è più facile giocare sui numeri e sulle immagini. Avevamo voglia di comunicare con l’esterno perché Lampedusa era completamente isolata e militarizzata e ci sentivamo assediati dallo Stato. Abbiamo così cominciato a cercare di capire chi potesse fare da megafono a quello che stava accadendo qui rispettando però il nostro punto di vista e abbiamo trovato diverse associazioni con cui parlare e confrontarci.

 

Per esempio?

Per esempio la Rete dei Comuni Solidali (ReCoSol), l’ARCI, i Girasoli di Mazzarino, i NO TAV. Ma anche la Rete Antirazzista, l’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione). Il Festival è nato grazie all’incontro con Chiara Sasso della ReCoSol che da quindici anni organizza il “Valsusa Filmfest” e che ha messo la sua esperienza a disposizione per organizzare la nostra prima edizione, nel 2009. Era molto casereccia ma è una delle più belle che io ricordi. Siamo ormai arrivati alla quinta edizione e quest’anno per la prima volta abbiamo ricevuto un finanziamento dal Comune di Lampedusa e Linosa.

 

Quali altre attività svolge Askavusa sull’isola?

Dal 2009 abbiamo cominciato a recuperare gli oggetti dei migranti nella discarica delle barche che all’epoca era a via Imbriacola. Abbiamo raccolto di tutto: vestiti, documenti, fotografie, lettere, libri sacri.

Ora vogliamo realizzare un museo diffuso sull’immigrazione a Lampedusa che possa ospitare e proporre laboratori, workshop, mostre, tra cui quella dei circa ottocento oggetti trovati nei barconi e sulle spiagge in questi anni. La Biblioteca regionale del restauro di Palermo sta già lavorando per recuperare alcune delle lettere che abbiamo trovato, in totale circa quaranta, e che stiamo cominciando a tradurre dalle diverse lingue. Vorremmo che questo diventasse un laboratorio aperto con lampedusani e migranti.

 

Avete preso contatti con le associazioni delle famiglie dei migranti dispersi in mare?

Ancora no, ma vorremmo farlo. Finché non ci sarà un’organizzazione più strutturata sarà difficile. E ancora non abbiamo una sede per l’associazione: quella di prima era in affitto e per ora gli oggetti raccolti sono per la maggior parte custoditi a casa mia.

 

//Reperto cartaceo catalogato e tradotto dal Museo delle Migrazioni, centro di documentazione, di Lampedusa e Linosa, restaurato e conservato dalla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana.

 

Come reagiscono i lampedusani al vostro lavoro?

Specialmente all’inizio, molti faticavano a capire quali fossero le nostre intenzioni, e ci guardavano con diffidenza. Altri, pochi, ci hanno supportato da subito. Ma l’attenzione maggiore è arrivata dall’esterno. I problemi con la popolazione locale non sono stati pochi. Lampedusa isola dell’accoglienza? Non è vero. O meglio: Lampedusa sì, i lampedusani no. Almeno, solo una piccola parte. Abbiamo ricevuto diverse minacce per il lavoro che svolgiamo qui. Ricordo una serata in cui c’era una piccola televisione e noi avevamo attaccato in piazza uno striscione con su scritto “No ai respingimenti” e io fui accerchiato da un gruppo di isolani che erano favorevoli alle politiche proposte da Maroni. Nel 2011, quando il centro scoppiava con 700-800 persone, le uscite dei ragazzi dal CIE non erano regolarizzate dalle forze dell’ordine. Quando riuscivano a uscire, pochissimi negozianti erano disposti a cambiare i loro dollari per far acquistare ciò di cui avevano bisogno. L’unica eccezione era Annalisa, anche lei di Askavusa, che gestisce il ristorante Ciccio’s che era diventato un punto di riferimento per molti migranti che la sera si riunivano lì per guardare la partita, fare due chiacchiere e vivere normalmente per qualche ora. Siamo una realtà isolata. Nei giorni di maggior tensione non c’era nessuna ONG a sostenerci. Durante la rivolta nei CIE come associazione abbiamo provato ad aiutare i ragazzi portando pasti caldi, raccogliendo e distribuendo abiti, mettendo a disposizione le nostre docce e dando una mano per la pulizia del centro.

 

//Lampedusa, luglio 2013. Il deposito delle barche usate dai migranti per la traversata ora abbandonate davanti al Porto Nuovo. (Foto di F. Araco)

 

Torniamo a parlare del Festival…

Per me questa è essenzialmente un’esperienza politica ed è questo il taglio che vorremmo dare a tutto il lavoro. Vorremmo che le persone riflettessero su quello che sta accadendo, e non sarà facile. Al di là della compassione nei confronti della sofferenza dei migranti che può spingere la popolazione ad aiutare e sostenere chi arriva dal mare, mancano gli strumenti per comprendere il fenomeno, che è molto più ampio e complesso. A volte poi, se non si sta attenti, nell’aiutare queste persone si rischia addirittura di fare danni. Non bisogna trasformare l’immigrazione in un dato di fatto acquisito perché si rischia di entrare a far parte di un ingranaggio malato. La vera domanda è: perché chi decide di venire in Europa è costretto a rischiare la vita? E perché queste persone vanno via dalle loro case?

 

Siete riusciti a individuarne i motivi principali?

Il motivo va ricercato essenzialmente nelle politiche estere degli Stati Uniti, della Francia, dell’Italia, dell’Europa. L’esempio dei danni fatti nel delta del Niger dalle multinazionali del petrolio è esplicativo a riguardo. Da parte dei governi, inoltre, non c’è la reale volontà di affrontare il fenomeno. Lampedusa è sempre stato un luogo di monitoraggio militare strategico nel Mediterraneo e l’immigrazione ha dato il pretesto per un’ulteriore militarizzazione dell’isola. Oggi non ci sono più sbarchi ma i migranti vengono soccorsi in mare, spesso in acquee libiche, e vengono portati qui di proposito. I due missili lanciati da Gheddafi nel 1986 confermano il fatto che la posizione geografica di quest’isola è centrale e contesa da più Paesi. Nei primi anni Novanta, quando i migranti arrivavano naturalmente e sbarcavano sulle nostre coste, non c’era tutta questa presenza di militari…

Il tema dell’edizione del festival di quest’anno cercherà di indagare questi aspetti più in profondità.

 



Federica Araco

18/07/2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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