#OccupyGezi ? Un’utopia concreta

Intervista  ad Atila Özer. Filosofo, giornalista e scrittore turco.

“E’ stato un sogno libertario. Le massicce proteste che durano oramai da due mesi non sembrano aver intaccato il potere di Erdoğan, ma la contestazione si diffonde capillarmente con forme più efficaci e a lungo termine”.

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Erdoğan  ha cercato sin dall’inizio di dividere il movimento #OccupyGezi facendolo sembrare un movimento di ‘marginali’, di ‘teppisti’ o di ‘terroristi’. Ma si è trattato del più grande sollevamento popolare dell’era Erdoğan  ed uno dei più vasti degli ultimi trent’anni. E’ riuscito secondo lei ad indebolire la contestazione ?

Gli insulti e le calunnie del potere contro i manifestanti hanno profondamente scioccato la popolazione e rafforzato l’opposizione nella propria volontà di resistere all’ordine islamico-paternalista che Erdoğan  cerca d’imporre. Purtroppo il terrore di stato messo in opera dal giorno della repressione del 15 giugno impedisce alla gente di riprendere il parco Gezi, di riunirsi in maniera massiccia o d’esprimere troppo apertamente la propria avversione al potere. Ma la contestazione a mio avviso si rafforza nel senso che si diffonde capillarmente attraverso forum, assemblee, attraverso scambi sui social network in  quanto costretta, dal terrore di stato, a prendere forme più ponderate e dunque sicuramente più efficaci sul lungo termine.

Nonostante la situazione in Turchia sembra essersi calmata, in realtà la repressione continua in quanto attivisti, membri di partiti d’opposizione e in generale tutti coloro che sono stati implicati a vario livello nelle proteste vengono sistematicamente arrestati.

E’ vero, il regime ha dato il via ad una vera e propria caccia alle streghe. Non soltanto vengono arrestati attivisti che il governo ritiene responsabili di ciò che è accaduto (mentre si tratta di una sollevazione dell’intera società civile) ma quest’ultimo sta facendo tutto affinché situazioni del genere non si ripetano più dotandosi di tutti i mezzi giuridici e polizieschi per controllare i social network. Il fatto che il potere abbia presentato questo grande movimento di contestazione come il frutto d’un complotto terrorista o di un’oscura manovra della sinistra mostra che quest’ultimo non ha capito nulla dell’evoluzione della società turca.

Gli sguardi della comunità internazionale sono stati puntati sulla Turchia per un paio di settimane a causa dei violenti scontri con la polizia. Ma la situazione non era certo delle migliori anche prima dello scoppio delle proteste, anzi non lo è da anni : censura, arresti di giornalisti, di  membri del BDP (partito pro-curdo ndr), di avvocati, studenti. Perché  nessuno (salvo poche ONG e qualche giornalista) ha denunciato in Europa questo clima irrespirabile ?

Mi trovo perfettamente d’accordo con lei. Un mese prima degli eventi io ho pubblicato un editoriale (sul quotidiano francese Libération ndr) per denunciare il fatto che il regime stava scivolando verso una nuova forma di totalitarismo. Ho criticato la visione che prevale in Occidente, ovvero quella di una Turchia che si sviluppa, che si modernizza, una Turchia governata da un partito conservatore comparabile alla Democrazia Cristiana in Europa. Questo cliché forse poteva funzionare nei primi anni del governo di Erdoğan. Però man mano che l’AKP allargava il suo potere in tutti gli organi dello stato, il governo ha cambiato natura per divenire autoritario, intollerante, ideologico. Questa trasformazione la stampa occidentale non l’ha capita. Quanto ai dirigenti dell’Unione Europea, io dico che non hanno voluto comprendere in quanto gli scambi con un paese in pieno boom economico dovrebbero comportare anche il rispetto dei diritti umani.

Una grande manifestazione ad Istanbul per denunciare le violenze dell’esercito turco a Lice, in territorio curdo, era forse immaginabile prima di #OccuyGezi ?

In maniera generale, nessuna contestazione seria riguardo gli abusi e le violenze del potere era immaginabile prima di Gezi. Il movimento ha cambiato tutto. La gente non ha più paura di andare contro la retorica antiterrorista del governo e dell’esercito. Per quanto concerne i Curdi, il capovolgimento della situazione deriva a mio avviso dal fatto che questi ultimi erano presenti in piazza Taksim per difendere i diritti e le libertà di tutti in Turchia. I manifestanti, dal canto loro, quando hanno cominciato a subire la violenza poliziesca e hanno cominciato a capire che razza d’incubo vivono quotidinamente i Curdi da trent’anni.

La contestazione a Erdoğan  rischia di minare il processo di pace nel Kurdistan turco ?

Si tratta a mio avviso di calcolo politico. All’inizio il BDP (Barış ve Demokrasi Partisi, il pro-curdo Partito della Pace e della Democrazia ndr) si è mostrato molto prudente senza dubbio perché temeva che si rimettesse in questione il processo di pace. Nel momento in cui il movimento s’è allargato e radicalizzato, i militanti curdi si sono gettati a capofitto nella battaglia. In fondo, la contestazione non può che essere benefica per i Curdi, in quanto se domani una nuova Turchia retta dal diritto più che dalla forza, una Turchia democratica e pluralista vedrà la luce, è evidente che anch’essi vi troveranno posto. Ma nel frattempo i giochetti politici possono complicare ulteriormente le cose.

Erdoğan  prepara un’offensiva contro i social network, contro Twitter «cancrena della società» e allarga il suo controllo sull’informazione.

Ufficialmente si tratta di lottare contro i «cybercimes», i crimini informatici e non contro la libertà d’espressione che i social network permettono. Ma tutti hanno visto ciò che il governo Erdoğan  ha fatto alla libertà d’espressione. La domanda da porsi è la seguente : dove comincia il cybercrime? E dove comincia il terrorismo? Dopo l’evacuazione del parco Gezi, il potere ha dichiarato che i manifestanti sarebbero stati trattati «come terroristi». Per l’AKP il terrorismo comincia laddove comincia la contestazione del suo potere. Io credo che se ne avesse la possibilità Erdoğan  imbavaglierebbe completamente tutti i social network. Ma dovrà scegliere. O trasformerà la Turchia in una dittatura oppure dovrà adempiere agli obblighi dell’Unione Europea e in particolare a ciò che la cancelliera Angela Merkel ha posto come conditio sine qua non per il prosieguo dei negoziati d’adesione all’UE.

A proposito di UE, come giudica la decisione di far ripartirein autunno i negoziati d’adesione della Turchia ora “sorvegliato speciale”?

A mio avviso è stata fondamentale la pressione della Germania affinchè Erdoğan, entro l’autunno, faccia qualche gesto per rassicurare l’UE sui diritti umani. Ora la palla spetta ad Erdoğan: gettarsi  in un’avventura totalitaria oppure prendere sul serio i valori e le norme dell’Unione Europea.

Che rapporti vede tra #OccuyGezi ed i movimenti come #OccupyWallStreet e gli Indignados di Madrid? E con la ‘Primavera Araba’ ?

S’è insistito molto sulle somiglianze tra #OccupyGezi e tutti questi movimenti. Ciò mi sembra legittimo nella misura in cui, in tutti questi casi, c’è stata contestazione contro una deriva oligarchica del potere, il superamento della debolezza dell’opposizione ufficiale, strutturazione del movimento attraverso i social network. Eppure io credo che esista una singolarità nel movimento #OccupyGezi. Innanzitutto perché la sollevazione ha avuto come scintilla una battaglia ecologica, una cosa non insignificante anche se il movimento è andato ben al di là di questa problematica iniziale. Poi perché #OccupyGezi è stato il rifiuto di qualunque ideologia, di qualunque organizzazione, un movimento essenzialmente pluralista ed autonomo. Questo ‘anarchismo de-ideologizzato’ è culminato in una sorta d’utopia concreta, incarnata dal microcosmo del parco Gezi, una società libertaria dove regnava il rispetto delle convinzioni, dei modi di vita, delle particolarità, un luogo dove ciascuno poteva partecipare all’elaborazione d’un nuovo genere di vita collettiva. Il contrario dunque del paternalismo ideologico e autoritario nel quale, fino ad oggi, l’AKP ha fatto sprofondare il paese. Questo sogno libertario di Gezi non credo si sia manifestato in maniera così evidente a New York, in Spagna o nel mondo arabo.

 


 


Marco Cesario

21/07/2013

 

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