3. La punta di un iceberg

//Lampedusa, luglio 2013. Il deposito delle barche usate dai migranti per la traversata ora abbandonate davanti al Porto Nuovo. Foto di F. Araco.

Secondo il rapporto 2012 di Amnesty International condotto in 159 Paesi “Troppi governi stanno violando i diritti umani in nome del controllo dell’immigrazione agendo al di là delle legittime misure di controllo alle frontiere”. Dalle dichiarazioni di Carlotta Sami, direttrice generale dell’organizzazione in Italia, emerge che queste misure non colpiscono solo le persone in fuga dai conflitti: “Milioni di migranti sono trascinati in un ciclo di sfruttamento, lavori forzati e abusi sessuali dalle politiche contrarie all’immigrazione”.

Il procuratore aggiunto di Palermo Vittorio Teresi ha coordinato per diversi anni le indagini sulla mafia di Agrigento occupandosi anche di reati di tratta.

“Dalle parole dei migranti ho individuato parecchi sintomi di una grave corruzione nella polizia locale dei Paesi rivieraschi del sud ma non sono mai riuscito a trovare prove piene”, spiega a Babelmed. “Mi è stato raccontato di un sistema complesso di continui pagamenti di denaro, con versamenti di mazzette per superare i numerosi check point o addirittura per riavere documenti sequestrati dalle forze dell’ordine. Si tratta di un vortice infernale”.

Prima delle rivoluzioni nel Maghreb, le procure italiane hanno collaborato con poliziotti libici e tunisini nel tentativo di individuare i responsabili diretti della tratta. “Ma la collaborazione non è stata molto fruttuosa – racconta Teresi – perché noi cercavamo di identificare l’organizzazione centrale che gestisce il flusso nei Paesi sub-sahariani dove le persone vengono ingannate con la promessa di un lavoro e di una prospettiva economica molto florida in Europa. Per poter parlare di reato di tratta è sufficiente infatti l’induzione in errore”.

Uno dei principali ostacoli al buon esito delle indagini, spiega il procuratore, consiste nella diffidenza che i migranti hanno nei confronti dell’autorità, essendo abituati a un rapporto generalmente corruttivo e spesso molto violento con l’esercizio del potere nei loro Paesi di origine.

“Siamo riusciti a imbastire parecchi processi ma il fenomeno è transnazionale e incontra ostacoli enormi nel rapporto tra i governi perché il traffico di esseri umani ha necessariamente un autore o co-autore in Italia e un corrispondente nella località sub-sahariana dove viene organizzato il viaggio”. Per questo motivo, aggiunge Teresi, “Il primo rimedio deve essere la diffusione della conoscenza: questi ragazzi non sanno di partire per un’avventura folle verso Paesi dove esiste una legislazione idealmente contraria ai grandi flussi migratori. È importante poi che conoscano bene quale sia la condizione economica delle mete di destinazione, in modo da non credere più alle promesse di un futuro lavoro ben remunerato. Infine, occorre informarli adeguatamente dei rischi legati al viaggio, dalla traversata del deserto al pericoloso tratto via mare dove ormai sono morte migliaia di persone”.

//Cimitero di Lampedusa, luglio 2013. Una tomba dove sono sepolti i corpi di alcuni migranti ritrovati in mare al largo delle coste dell’isola. Foto di F. Araco.

Secondo i dati raccolti dal blog di Gabriele Del Grande, “Fortresse Europe”, tra il 1988 e il 2012 le vittime della traversata sono state 18.673. Un nuovo naufragio, con 31 morti, tra cui nove donne, sarebbe avvenuto alla fine di luglio davanti alle coste libiche, stando alla testimonianza dei 22 migranti tratti in salvo da due mercantili e dalla Guardia costiera e poi trasferiti sull’isola.

Le condizioni meteo della stagione estiva favoriscono le partenze e il CPSA di Lampedusa, che ha una capienza di 381 posti, ha in pochi giorni raggiunto il picco di mille persone, di cui cento con meno di diciotto anni. Molti migranti, denuncia Stefano Pasta in un articolo pubblicato su Famiglia Cristiana il 28 luglio scorso, vi soggiornano per settimane, “nonostante il limite fissato dalla legge sia di 48 ore prima del loro trasferimento in strutture di accoglienza adeguate” (www.famigliacristiana.it/articolo/in-nome-del-popolo-migrante.aspx).


//Migranti manifestano per le strade di Lampedusa gridando “No finger prints” per opporsi al regolamento di Dublino che impone di lasciare le impronte digitali obbligandoli poi a chiedere asilo nel Paese di arrivo, nel loro caso l’Italia. Tra le testimonianze, quella di Giacomo Sferlazzo, dell’Associazione Askavusa.

Il numero dei minori non accompagnati che rischiano la vita in questa avventura disperata è in costante aumento, spiega Cettina Nicosiano, operatrice dell’associazione I Girasoli che a Mazzarino (Caltanissetta) accoglie giovani “fino al compimento del diciottesimo anno e sei mesi, con possibilità di altri sei di proroga”. Il centro, con una capienza di 15 posti, è l’unico progetto per minorenni in Sicilia ed è finanziato dal ministero dell’Interno attraverso il Servizio di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR).

“Arrivano principalmente somali, eritrei, burchinabé”, racconta l’operatrice “in fuga da focolai di guerra o dal servizio militare che in alcuni regimi, come l’Eritrea, è obbligatorio dai 12 anni. In molti casi sono le madri stesse che aiutano i figli a partire per un viaggio che dal Sudan alla Libia costa ormai mille euro, e dalla Libia a qui più di 5mila”.

Oltre alla protezione umanitaria, l’associazione garantisce che tutti frequentino corsi professionali per l’inserimento lavorativo. “Pizzaioli, giardinieri, carpentieri, panettieri: i ragazzi imparano di tutto”, spiega la Nicosiano, che a Lampedusa ha appena accompagnato Abou, Adam e Anas, da poco diciottenni, per il programma di tirocinio “Let’s job” finanziato dal ministero del Lavoro.

“I ragazzi spesso ci chiedono di tornare a Lampedusa”, racconta l’operatrice. “È un modo per riconciliarsi con l’isola e superare l’incubo vissuto in mare”.


Federica Araco / Nathalie Galesne

02/08/2013


 


 

 

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