Intervista a Mohamad Al-Roumi

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Come sta evolvendo la situazione in Siria attualmente? Qual è il peso dei jihadisti nella ribellione, dopo due anni e mezzo di insurrezione?

A marzo scorso ero nel nord della Siria, a Tell Abyad, una località situata a qualche chilometro dalla base di Jabaat Al Nostra, che allora era uno dei principali gruppi jihadisti attivi nel paese. Ho scoperto che questi salafisti erano detestati da tutti: i contrabbandieri –presenti da lungo tempo in questa regione vicina alla Turchia – trovavano in loro una forte concorrenza; i grandi proprietari agricoli vedevano le loro sementi confiscate per essere portate in Turchia. Quanto ai contadini e ai cittadini comuni, si vedevano puramente e semplicemente togliere il pane di bocca.

Con tutto ciò che hanno accumulato come mezzi saccheggiando il paese – il regime li sovvenziona comprando il petrolio confiscato – si sono chiaramente rinforzati. Ho notato che le brigate armate non jihadiste dell’Esercito siriano libero – all’epoca 114, tra piccole e grandi – si alleavano ai più forti, spostandosi anche da un gruppo all’altro. La mancanza di mezzi dell’Esercito siriano libero ha contribuito a rinforzare i jihadisti. Molto organizzati, dotati di mezzi capaci di offrire una protezione concreta ai loro membri, non lasciano nessuna possibilità agli affiliati di abbandonare il gruppo. Ogni diserzione è punita con la morte.

Coloro con i quali ho avuto dei contatti mi sono sembrati molto lontani dai valori jihadisti. Credo inoltre che le esitazioni dell’Occidente e le promesse non mantenute di aiutare la rivoluzione siriana abbiano dato a questi salafisti lo spunto per far passare questo comportamento come un complotto mondiale contro i valori in particolare dell’islam, che è praticato dalla maggior parte dei siriani.

Come potrebbe evolvere la situazione?

I membri siriani di questi gruppi non hanno per il momento ricevuto un insegnamento fondamentalista così approfondito come nel caso dei talebani in Afghanistan al punto da diventare fanatici. Un giovane dell’Esercito siriano libero mi ha fatto notare in quei giorni che non abbiamo visto un solo kamikaze siriano farsi saltare in aria in un attentato. La cosa pericolosa è ritardare la caduta del regime perché questo offrirebbe ai salafisti l’occasione di veder germogliare i semi ideologici che hanno diffuso.

Quali sono, secondo lei, i motivi per i quali la comunità internazionale continua a tergiversare?

Ogni giorno si leggono pagine e pagine di analisi sull’argomento. Alcuni spiegano che è per il fallimento dell’intervento in Afghanistan, altri dicono sia per quello della guerra in Iraq. Ma si parla anche dell’assenza di petrolio in Siria e si fa riferimento anche agli interessi di Israele, che si troverebbe circondata da stati deboli e confessionali. I miei interlocutori dalla Siria inorridiscono quando si compara la guerra in Iraq con la rivoluzione siriana. La guerra in Iraq era una farsa messa in scena interamente da Bush, e sappiamo perché. Mentre Bachar Al Assad non nega di essere in possesso di armi chimiche, che ha già usato, e di altro ancora. Credo che tutte queste ragioni spieghino l’attesa della comunità internazionale.

Qual è la vostra posizione rispetto agli attacchi militari contro Bachar?

Alcuni pensano che gli attacchi provocheranno il caos. Ma il caos c’è già. Tutto questo tergiversare gioca a favore del regime e dei jihadisti dando loro una boccata di ossigeno. Il popolo siriano non ha voluto interventi militari, ha chiesto solo un aiuto che non ha avuto. Oggi, gli attacchi sembrano il male minore. Se potranno impedire a Bachar di bombardare e usare il gas contro il suo popolo, sarà già tanto di guadagnato.

souria 545

 


 

Traduzione dal francese di Federica Araco

12/09/2013

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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