“Il teatro è una pratica di xenofilia”

//Fabio TollediPuò parlarci dei progetti internazionali nei quali è coinvolto Astragali Teatro?

Ci sono alcuni fili conduttori che attraversano tutti i nostri progetti. Uno è il problema del conflitto, il teatro nelle aree di conflitto. Crediamo che la cultura, e in particolar modo il teatro, possa contribuire a superare le differenze e il nostro lavoro è basato su processi multilinguistici e multiculturali. Non solo in un contesto generale ma anche come elemento pratico con il quale lavoriamo in ogni nostro progetto da diversi punti di vista. In un primo momento, quando cominciamo a pensare a un progetto, è sempre il proseguimento di quello precedente. Prima di WALLS abbiamo lavorato a H.O.S.T., che è l’acronimo di hospitality, otherness, society and theatre. Gli elementi di alterità e ospitalità sono molto importanti, perché è chiaro che veniamo da venti anni di politiche di xenofobia e dobbiamo cambiare prospettiva per contrastare questa tendenza. Il teatro è una pratica di xenofilia. Questa è la contraddizione, come un punto di partenza.

Con H.O.S.T. abbiamo cominciato a lavorare sulle Metamorfosi di Ovidio perché la condizione del migrante è vicina alla metamorfosi, c’è una radicale trasformazione di qualcosa. Lo straniero è qualcuno che non siamo in grado di riconoscere, e per questo egli si sente in qualche modo strano. Lo straniero è un uomo strano, o una donna strana. Credo che attraverso il teatro possiamo lavorare molto bene su questi aspetti. Pensiamo al mito di Dioniso come fondatore del teatro: Dioniso, lo straniero che danza. Si tratta di un’iconologia molto interessante, è un qualcosa che richiama la trasformazione della società, impossibile da fermare. Anche per questo abbiamo cominciato a lavorare al radicale problema dell’alterità. La costruzione dell’altro come un nemico è il muro: la costruzione del muro, la costruzione della polis è qualcosa che dice “quelli che sono dentro sono cittadini, gli esterni sono i nemici”. La politica di “dentro” e “fuori” è un aspetto molto forte. È questa la linea…

 

mad 155 wallsCome sono emersi i temi di “WALLS – Separate Worlds”?

All’interno del titolo “separate worlds” abbiamo diversi sottotitoli. La “Separazione del mondo” è molto forte ed efficace e possiamo riscontrarla a molteplici livelli. Inoltre la crisi continua a incrementare questo approccio. Per esempio c’è il modello dell’Europa continentale che è terribile, e continua a fare ciò che non dovremmo fare. E l’ordine che ha prodotto questa crisi pretende anche di gestirla. Questa è una contraddizione che rafforza i muri. Abbiamo avuto questa esperienza a Berlino, nelle aree metropolitane come a Parigi dove c’è il muro tra le periferie. Abbiamo accolto una nuova era con la caduta del muro di Berlino ma mantenuto in piedi gli aspetti legati alla prospettiva neocoloniale. È molto importante cominciare a lavorare per il riconoscimento, per riconoscere la separazione. Per esempio pensiamo alla Grecia e alla Turchia, alla rivolta di Taskim Square e alle condizioni di Turchia, Iraq, Iran e Siria. È molto importante lavorare per superare il conflitto, per trovare una soluzione nuova in una nuova prospettiva e possiamo farlo, ed è questo il nostro lavoro. Per me è molto strano che tra paesi vicini non ci siano contatti. Non dovrebbe essere un limite, ma un’opportunità. Cominciare a conoscersi l’un l’altro è molto importante.

Roberta Quarta (attrice e coordinatrice dei progetti internazionali di Astragali Teatro): “C’è una persona che viene da Cipro. Per venire in Turchia deve andare ad Atene e prendere un volo per Istanbul perché non ci sono voli diretti tra la parte meridionale di Cipro e la Turchia”.

Fabio Tolledi: “E deve anche spendere molti soldi. Questo è uno degli aspetti del neocolonialismo. La logistica non è qualcosa di scollegato dal potere, è un livello dell’organizzazione del potere.

La condizione di Cipro è molto interessante. Anche qui si tratta di neocolonialismo. Non sono britannici ma rappresentano se stessi come se lo fossero. Sono anche considerati madrelingua quando insegnano inglese. C’è qualcos’altro di molto interessante: Cipro potrebbe permettere ai britannici di usare il proprio territorio per bombardare la Siria. Qui c’è qualcosa di molto strano perché anche Cipro è un membro dell’Unione Europea, quindi c’è l’esercito di un paese europeo in un altro paese europeo, e non è molto normale questo. E quando lavoriamo ad Atene e a Cipro continuiamo a guardare documentari ed è molto strano perché non si parla mai delle responsabilità coloniali della Gran Bretagna. È impossibile non riconoscere questo elemento. Per questo il lavoro culturale è molto importante.

 

Quale potrebbe essere il ruolo del teatro o di altre istituzioni culturali nel cambiare la percezione delle persone?

I lavori culturali sono molto importanti per poter realizzare questo. È molto importante il ruolo che possono avere, per esempio, la costruzione del muro in Israele è qualcosa di terribile ma nessuno ne parla. È un’occupazione e per questo dobbiamo continuare a parlare di “territori occupati” perché non sono liberi, sono sotto un controllo militare. Il lavoro culturale dovrebbe andare in questa direzione, per riconoscere l’importanza della cultura del luogo. Questo è il primo step, perché se restiamo senza parole, senza uno scambio culturale, moriremo. L’esempio è chiaro se pensiamo alla questione curda: mantenere la lingua, la musica è una forma di resistenza. In tal senso è molto chiaro l’esempio di Gerusalemme o Istanbul. Sono entrambe città multiculturali per natura, per dare loro una “monoidentità” devi distruggere la multiculturalità, che è la loro identità.

 

In questo workshop parlava della paura dello straniero. Pensa che il teatro potrebbe avvicinare gli “stranieri” tra loro costruendo un ponte e questo può aiutare a superare questa paura?

Penso che questo workshop sia un ottimo esempio. Quando si comincia a lavorare insieme è come se ci fosse qualcosa di vietatoe solo dopo è possibile dire “Ah! Esiste anche questo!”. Per esempio durante il fascismo in Italia era vietato parlare in dialetto. L’intento era di affermare un’unica, forte identità nazionale, che in realtà non esiste perché in Italia non abbiamo solo un’identità, ne abbiamo diverse.

 

mad 155 astragaliNel vostro spettacolo c’erano canzoni in turco, curdo, arabo, greco etc. E lei ha chiesto agli studenti/attori di raccontare una storia personale e poi di collegare queste storie alle canzoni. Perché la scelta di usare diverse lingue e canzoni provenienti da diverse culture?

Quando cominci a cantare una canzone, ognuno può ascoltare e comprenderne qualcosa, anche se non si capiscono le parole. Perché la musica è un linguaggio universale. Inoltre, quando entra in scena un altro linguaggio, questo aggiunge un'altra trama. In Italia, per esempio, abbiamo il doppiaggio e mentre nei film la gente parla in italiano improvvisamente parte una canzone in inglese e questo è considerato normale. C’è un dialogo e poi arriva un’altra lingua ed è normale. Inoltre abbiamo usato questo elemento in una prospettiva multiculturale, dove improvvisamente entra in scena un altro suono.

Nella storia del teatro del 19esimo secolo, gli attori italiani in Inghilterra, per esempio, o a Parigi, nel 16esimo e 17esimo secolo, hanno prodotto importanti scambi culturali. Le tournée degli attori sono state molto importanti nella prima parte del ventesimo secolo. La condizione dell’attore è molto spesso un’esperienza nomadica. Entrare in contatto con le altre culture è essenziale, questo è un altro aspetto fondamentale della funzione del teatro. C’è una tradizione molto importante che va in questa direzione e io l’ho reinterpretata nel contesto delle aree di conflitto. Questo credo sia il nuovo elemento. Perché penso che se lavoriamo nel contesto concreto del conflitto possiamo trovare molti elementi importanti e possiamo anche svolgere il nostro vero ruolo: il teatro come elemento dinamico all’interno della società.

 

E perché ha scelto “Metamorfosi” come testo di riferimento per il progetto WALLS?

È qualcosa che ha a che fare con la trasformazione e anche l’attore deve trasformarsi. Ma allo stesso tempo è come il migrante che deve cambiare. Credo ci sia anche qualcosa di molto importante a un altro livello. Quando l’opera fu scritta, c’era il culto di Iside. Era possibile riconoscere l’esistenza di un altro dio. Ma se uno dice “questo è l’unico e vero dio mentre gli altri sono falsi dei”, forse si comincia a creare una distinzione che genera un conflitto. Quando i cristiani arrivarono nel nuovo mondo, dissero ai selvaggi “abbiamo il nostro dio” e loro dissero “OK, non c’è problema, prego, entrate” e i cristiani rimasero sorpresi e pensarono “wow! Come è possibile?”

Qui, poi, siamo vicini a Efeso. C’è un interessante episodio storico che racconta di San Paolo che fu rifiutato perché gli dissero “abbiamo il nostro dio, stiamo molto bene con Artemide, non abbiamo bisogno del tuo dio”, e questo è stato il motivo della distruzione del tempio.

 

 


 

                                                                                                        

 Övgü Pınar

23/10/2013

Traduzione dall’inglese di Federica Araco

 

 

 

 

 

 

 

 

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