I «Frammenti di muri» di Hicham Benohoud

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I muri non sono solo barriere mortali erette alle frontiere. Possono anche portare in sé, su di sé, poesia, nostalgia, tracce d’immaginari… è ciò che ci rivela lo scultore Hicham Benohoud, tornato alla Galerie Noir sur Blanc con una mostra a Marrakech dal 20 novembre al 14 dicembre. In questa nuova serie di opere, l’artista ricostruisce dipingendoli “Frammenti di muri” della sua città natale.

Hicham Benohoud ha riprodotto e trattato questi frammenti nel suo atelier parigino usando tecniche diverse: pigmenti, coloranti, pastelli, acrilici, colori a cera e olio su tela. Scalcinati, screpolati, fatiscenti, pieni di scritte, i muri della medina offrono una tavolozza di colori, sfumature e materiali che non mancano certo di poesia.

Nato a Marrakech nel 1968, l’artista è fotografo e scultore e ha studiato al Centre Pédagogique régional. Ha insegnato arti plastiche a Marrakech per molti anni e nel 1998 l’Istituto francese gli ha dedicato la sua prima mostra personale con “4455 piccole immagini su un muro”.

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Una decina d’anni fa, lascia l’insegnamento per trasferirsi a Parigi dove è rappresentato dalla Galerie VU’. Partecipa a molte mostre collettive ospite di istituzioni prestigiose come il Palais des Beaux-arts e la Galerie Contretype a Bruxelles, la Bruney Gallery e la Haywarde Gallery a Londra, il Museum Kunst Palast a Düsseldorf, il Centre Georges Pompidou a Parigi, il Museo Mori a Tokyo, la Fondation Aperture a New York. Partecipa a numerose residenze d’artista e a festival internazionali di fotografia come il Salon Paris Photo, la Fiera di Bruxelles, il Salone internazionale della fotografia e del video di Saint-Sébastien, la Biennale di fotografia di Bamako, solo per citarne alcuni. Vincitore della Dotation Photo Service ad Arles e del premio Visa per la “Création décerné” da CulturesFrance. Ha ricevuto inoltre la menzione speciale della giuria alla Biennale di La Spezia in Italia.

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Il percorso di Benhoud è interessante per diverse ragioni. Innanzitutto, completa una carriera di insegnamento che ha ispirato i suoi primi lavori su “La salle de classe I” e “La salle de classe II”. In queste opere ha instancabilmente fotografato i suoi allievi, deformandoli o storpiandoli nelle posture in classe che parlano tutte di chiusura degli orizzonti, di malessere identitario e del peso del conformismo. Inoltre, ha rivolto l’obiettivo verso il proprio corpo per osservarlo da punti di vista originali e intriganti allo stesso tempo, dando una “Version Soft” e una “Version Hard”, la prima fatta di autoritratti in cui il suo viso è ricoperto di tappi, carta di giornale, scotch, pasticche, mascheree altri oggetti attaccati con dei fili. La seconda mostrando il corpo completamente nudo, adornato con diversi accessori.

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Nathalie Galesne

Traduzione dal Francese di Federica Araco

10/12/2013

 

 

 

 

 

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