Eco-mafie e le molte complicità

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In ventidue anni sono finite nelle discariche abusive tra Napoli e Caserta circa 10 milioni di tonnellate di rifiuti tossici di ogni tipo avvelenando una delle zone più fertili. Complici dei clan, una vasta rete di omertà e collusioni, l’inerzia e la “disattenzione” delle istituzioni e di chi doveva controllare. Eppure dal 1991 al 2013 ci sono state ben 82 inchieste, 915 ordinanze di custodia cautelare e 1806 denunce contro 443 aziende. Ma tutto questo non sembra aver fermato e risolto il problema dei rifiuti tossici. Non a caso sabato 17 novembre sono scesi in piazza a Napoli con tutta la loro rabbia e paura centomila persone contro il ”biocidio”, come si leggeva nello striscione del corteo, per chiedere subito le bonifiche, spegnere i roghi tossici della “terra dei fuochi” che diffondono la pericolosa diossina, ricordare i troppi morti a causa dell’inquinamento. Non a caso Greenaccord ha scelto Napoli per il suo X° Forum e il tema dei rifiuti, un problema universale, per i quantitativi mai visti finora: 11 tonnellate pro capite da ogni cittadino giapponese, addirittura 45 tonnellate per ogni cittadino degli Stati Uniti mentre l’Italia produce 30 milioni di tonnellate annue di rifiuti urbani di cui il 46% finisce in discarica, 5 milioni negli inceneritori.

//Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della CameraSe non mancano casi virtuosi che dimostrano la possibilità concreta di riduzione, riuso, compostaggio e riciclo che si muove nella logica dei “rifiuti zero”, il Forum ha toccato il tema spinoso del ruolo che giocano le mafie nell’uso criminale del territorio, potendo contare ancora su un vuoto legislativo. “I reati contro l’ambiente non sono ancora stati introdotti in Italia, ma è importante comunque la correttezza delle istituzioni e il comportamento individuale, come non bruciare i rifiuti per non provocare diossina e saper vigilare; ad esempio per i rifiuti lo Stato ha destinato 4 miliardi di euro alla Campania: come sono stati utilizzati?”- dice Ermete Realacci, presidente della Commissione Ambiente della Camera - Non senza dimenticare le complicità di quegli imprenditori che con bolle e fatture false e per risparmiare il 50% non si sono preoccupati dove andavano a finire i loro rifiuti pericolosi”.

//Franco Roberti, procuratore nazionale antimafiaSi è cominciato a parlare di eco-mafie dal 1994, ma è un termine riduttivo, spiega Franco Roberti, procuratore nazionale Antimafia: “C’è una criminalità ambientale con sinergie internazionali che si legano alla mafia: i rifiuti italiani sono finiti anche in Romania, Somalia. La camorra napoletana ha potuto smaltire rifiuti tossici con la complicità di istituzioni e consorzi. Ora il modello si è evoluto e il fenomeno più allarmante è che le mafie sono entrate nel business delle fonti energetiche alternative e rinnovabili (parchi eolici, biomasse) e purtroppo la giustizia penale ordinaria langue”. Come si contrasta tutto questo? “Intervenire sulla prescrizione dei reati, combattere la corruzione negli appalti e nelle bonifiche, avere più strumenti trasparenti”. Il magistrato ricorda il Codice ambientale del 2006 che prevede tra le nuove forme di reato l’associazione a delinquere per lo smaltimento illegale dei rifiuti nocivi, nel 2012 l’accordo tra la Procura Nazionale Antimafia e il Corpo forestale dello Stato, le indagini preventive informatiche, la Commissione bicamerale rifiuti.

//Antonio Pergolizzi, Legambiente“Il ruolo criminale dei clan nello smaltimento dei rifiuti nocivi è stato possibile – denuncia Antonio Pergolizzi, Legambiente – perché è stato un campo abbandonato dallo Stato, un territorio di nessuno. In questa deregulation i clan hanno offerto soluzioni sbrigative ed economiche già a partire dagli anni Ottanta a imprenditori del nord per i loro rifiuti industriali nocivi, anche radioattivi, inquinando terreni agricoli e falde acquifere, con alti costi per la collettività. E questo nell’assenza della politica e con un ruolo importante della massoneria. Nonostante 20 anni di denunce i clan mafiosi hanno continuato a delinquere potendo anche contare sui colletti bianchi corrotti delle pubbliche amministrazioni. Tuttavia la risposta a tutto questo non può essere solo giudiziaria: occorre valorizzare l’economia sana e i cittadini responsabili ricordando, come diceva Piero Calamandrei, che ‘non c’è libertà senza legalità’”.

Prima della tavola rotonda sulle eco-mafie, Federico Valerio, dell’Istituto Nazionale per la Ricerca sul Cancro di Genova, aveva messo in evidenza le prove ormai sufficienti a conferma del rapporto tra inquinamento e salute, gli effetti cancerogeni delle polveri sottili, il rischio di tumori e malformazioni nella popolazione esposta agli inceneritori e la diossina che si accumula nella catena alimentare. “L’ambiente influisce all’80-90% sulla salute. Impossibile che epidemiologi e medici non sapessero nulla sulle patologie anche rare che colpiscono queste popolazioni campane esposte a 200 sostanze cancerogene. I veri colpevoli sono quelli che sapevano e hanno gestito il potere in questi ultimi 40 anni e che non pagano mai per le loro responsabilità. E non ho mai sentito il ministero della Sanità con un programma di intervento e di prevenzione”, è il pesante atto d’accusa di Antonio Giordano, genetista e oncologo di fama mondiale, napoletano, ora direttore dello Sbarro Institute di Phildelphia. Aveva esordito ricordando suo padre che negli anni Sessanta aveva denunciato il pericolo dell’amianto ma rimasto inascoltato ed emarginato. Una storia che si ripete troppe volte. Anche Giordano punta il dito sul rapporto mafia-massoneria, sulle complicità tra imprenditori “sani” e mafie.

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Al corteo di Napoli c’era pure il prete anti-veleni, don Maurizio Patriciello e la Chiesa si è fatta sentire al Forum di Greenaccord, con un messaggio chiaro di Papa Francesco - “la scienza e i giornalisti lavorino per un sistema che non consuma natura e uomo” - e con la presenza dell’Arcivescovo di Napoli Sepe e del Vescovo di Aversa Spinillo.

Il problema-rifiuti chiama in causa tutti, a cominciare dal nostro stile di vita, e mette sotto accusa un’economia finalizzata al consumo di risorse e oggetti spesso inutili e non piuttosto al benessere diffuso. “Non è possibile risolvere la questione rifiuti con un sistema sbagliato, costruito per produrre rifiuti. Essi sono la faccia nascosta del consumismo ed emergono solo quando ci si accorge di non avere strumenti per farvi fronte. Serve una riforma radicale del sistema economico. La crescita non è più economica. I danni sono ormai maggiori dei benefici. Eppure i politici ancora sembrano non rendersene conto. Consumi elevati e non necessari alla produzione di benessere significa privare di beni essenziali la stragrande maggioranza dell’umanità”. Con queste parole critiche e un messaggio a tutti che invitano a ripensare il nostro modello di sviluppo, Andrea Masullo, economista, presidente del Comitato scientifico di Greenaccord ha chiuso il X° Forum internazionale di Greenaccord, sintetizzando in modo efficace e diretto il filo conduttore degli interventi dei relatori di eccellenza nella quattro giorni di Napoli.  

 

 


 

Stefanella Campana

18/11/2013

 

 

 

          

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