“Lo sguardo ferito” di Rabah Belamri sull'Algeria

rabah 300I racconti sui periodi di guerra sono spesso di tipo manicheo: il bene tutto da una parte e il male dall'altra. Quelli migliori sono perlomeno schierati: se tutto il male e il bene non sono nettamente separati tra le due parti in conflitto, rimane però chiaro chi è il cattivo e chi è il buono. Quelli che cercano di rimanere neutrali, peccano spesso per distanza e freddezza. Il libro di Rabah Belamri, “Lo sguardo ferito”, non è certamente neutrale. Ma non è nemmeno schierato. È semplicemente uno dei più bei romanzi scritti sul periodo della guerra di Liberazione algerina.

Per essere dentro al conflitto, senza esserne parte, Belamri sceglie lo sguardo di Hassan, un bambino che cresce e scopre il mondo in mezzo alla guerra. La storia si svolge in un piccolo paese algerino della Cabilia dei Babor, nella provincia di Setif. Vivace, curioso, intelligente, Hassan soffre però di una malattia che gli sta portando via poco a poco la vista. La sua malattia non è grave. In città la potrebbero guarire. Ma dov'è la città? In quelli anni così pieni di violenza un viaggio fino ad Algeri per dei poveri contadini come i suoi genitori era una impresa pressoché impossibile. Il padre e la madre si alternano per provare sul bambino mille e uno rimedio fai-da-te. La loro ignoranza e ingenuità li fa cadere nelle trappole delle voci di corridoio: sembra che.., l'altro giorno ho sentito dire…, mia cugina l'ha provato e dice che... In più, oltre ai consigli sbagliati ma perlomeno disinteressati di parenti e amici, ci si mettono anche i ciarlatani, che in cambio dei pochi beni in possesso della famiglia vendono polvere per gli occhi... nel senso proprio.

Siamo alla fine degli anni ‘50, l’ingiustizia profonda del sistema coloniale aveva portato il paese verso un punto di non ritorno. La guerra tra ribelli autoctoni e l'esercito francese mieteva vittime ogni giorno. Hassan è preadolescente ed è alla scoperta del mondo e di sé stesso. Intorno a lui il paese poco a poco diventa un vero inferno. Persino il villaggio dove abita si divide in quattro parti. Da una parte i “fellaga”, i partigiani che controllano gli autoctoni con un misto di seduzione e di terrore.  Da un’altra parte c’è l’esercito francese che tenta di spegnere con la violenza pura l'incendio acceso da un secolo e mezzo di violenza strutturale: sfruttamento e disprezzo. Accanto ai soldati francesi, ci sono gli Harki, gli ausiliari indigeni dell'esercito coloniale, il posto peggiore, né carne né pesce. Poi c’è la popolazione civile autoctona ed europea presa tra l'incudine e il martello.

Ora, dire che il libro di Belamri non è schierato, non vuol dire che non racconta l'ingiustizia del colonialismo. Quella si vede dalle condizioni di vita dei contadini algerini. Dalla povertà, dall'ignoranza e dalle difficili condizioni igienico sanitarie in cui sono costretti a vivere. A differenza loro i coloni europei godono di tutte le comodità della vita moderna. L'apartheid di fatto, il disprezzo si vedono, sono la tela di fondo del dramma che racconta il libro. Però non lo si può nemmeno prendere come un'ode alla guerra di liberazione, alla violenza liberatrice. Il bambino cammina in mezzo al mondo degli adulti e vede farsi fuori gli uni e gli altri. Senza pietà e spesso per motivi futili. É la guerra in tutto il suo orrore. Sofferenze, massacri, terrore, torture, stupri… sette anni di follia collettiva che portano alla partenza dell'esercito francese e con lui anche dei civili europei. La vittoria del fronte di liberazione è più politica che militare. Il bilancio è pesantissimo. Si parla di circa un milione di morti in un paese che ne contava nove. La popolazione europea lascia tutto quello che aveva, beni e privilegi accumulati in 3 o 4 generazioni e se ne va a mani vuote verso una “terra patria” che molti di loro non hanno mai conosciuto.

Invece gli Harki sono per la maggior parte abbandonati alla loro sorte, pochi sono portati in salvo in Francia. Massacrati, torturati, mutilati, messi a fare i lavori forzati. In alcuni luoghi ci sono vere e proprie scene di linciaggio pubblico. Come in ogni tragedia le vittime si trasformano in carnefici e spengono il loro desiderio di vendetta nel sangue di altri poveri che spesso si sono trovati dalla parte sbagliata per fame o per caso.

Il paese è in mano ai suoi nuovi padroni. Mentre si balla e si canta in preda all'euforia, i partigiani dell'ultimo minuto sono legioni e non esitano ad arraffare tutto: denaro, beni e potere. Dal passato, riaffiorano i tribalismi, i clanismi, i familismi, gli egoismi, le faide. La vista di Hassan si spegne su quei sentimenti contraddittori di gioia per il presente e paura per il futuro.

//Rabah BelamriRabah Belamri era uno scrittore prolifico, nato nel 1946 a Bougaa nella Provincia di Setif. Come Hassan del libro ha perso la vista nei giorni dell'indipendenza. Ha scritto un numero impressionante di opere: raccolte di poesie, racconti, saggi, fiabe, romanzi... Regard blessé esce nel 1987 per Gallimard, e pochi anni dopo il paese ripiomba di nuovo nella guerra fratricida. Rabah muore nel 1995 a Parigi, mentre il paese che si è bruciato, e che gli ha bruciato la vista, era di nuovo in preda alla violenza.

 

 

Rabah Belamri.  Uno sguardo ferito. Mesogea, Messina, Marzo 2013. Isbn: 978-88-469-2121-5

 


Karim Metref

26/11/2013

 

 

 

 

 

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