Attraversare i confini

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Per molte di noi tutto ebbe inizio dalla relazione con il conflitto israelo/palestinese: per la prima volta tre donne israeliane si vestirono di nero su una piazza di Gerusalemme ferme in silenzio, per un’ora esponevano i loro corpi per una critica profonda alla politica del loro governo. E di lì la pratica si diffuse in ogni parte del mondo. Per quanto mi riguarda la pratica politica si condensò più profondamente durante lo sconquasso della ex Jugoslavia, con quello che significavano per me comunista italiana l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenitza ad opera delle milizie serbe, di uno stato che si proclamava socialista e riceveva anche la solidarietà di comunisti ‘ortodossi’.

donnero 110“Visitare i luoghi difficili”, campagna femminista e pacifista del 1988, divenne subito “abitare i luoghi difficili”: Gerusalemme, Hebron, Nablus, e poi Gaza. E in Europa l’attraversamento della ex Jugoslavia. Ci fu anche in Italia un luogo simbolico, il Centro di documentazione di Bologna, dove ‘accoglievamo’ le donne dei paesi in conflitto (Israele e Palestina). Ci fu un luogo altrettanto simbolico dove le donne della ex Jugoslavia poterono incontrarsi e dipanare a noi ‘occidentali’ la loro narrazione dolorosa: si trattò di Trieste, luogo di confine, oggetto di conflitti sanguinosi, di orrendi nazionalismi. Giacché – e qui entra la riflessione teorica – il nucleo teorico, politico, culturale di quelle pratiche fu la critica dei nazionalismi, la ricerca di un disarmo europeo, la destrutturazione dei topoi simbolici, come PATRIA (sostantivo femminile singolare inventato dagli uomini e così maschile nella sua derivazione paterna e patriarcale), ONORE (regolamento di conti fra uomini), FEDELTÀ (nella sua accezione di possesso). E soprattutto la critica radicale delle appartenenze nazionali, etniche, religiose, familiari.

Le donne serbe e israeliane maturavano la critica dei loro governi, prendevano parte degli aggrediti e degli oppressi, a volte organizzavano la difesa processuale per i carcerati.

Per quanto mi riguarda, mi sorreggevano due testi femministi, Le tre Ghinee di Virginia Woolf e Cassandra di Christa Wolf. Quella orgogliosa rivendicazione di Woolf. Come donna non ho patria, la mia patria è il mondo intero, si ergeva a criticare nientemeno che l’appello antinazista come appello di uomini, a cui solo la terza ghinea poteva essere elargita dopo le prime due dedicate ad accompagnare l’emancipazione delle donne. Ebbene quella fu per me una formidabile critica della patria degli uomini. E di Cassandra mi ha sempre colpita e commossa quella ribellione ad una guerra presentata come difesa dell’onore familiare, quella sorta di apprendistato al NO, che trovava nella disobbedienza al re padre il suo fulcro più significativo.

Dunque si comincia con la critica dell’appartenenza per arrivare al rifiuto dell’omertà e della complicità, alla sovranità sul proprio corpo, alla signoria sulla propria mente. Il risvolto politico non può che essere la critica dei nazionalismi, di ogni nazionalismo, anche di quello praticato in nome del “sol dell’avvenire”, la critica degli statalismi, l’abbattimento dei confini, che includono per escludere. Il “sacro” suolo della patria ha dei confini, si uccide chi attraversa i confini, si varcano i confini per assaltare e assediare, si fondano le città tracciandone i confini. Che vanno dunque varcati, attraversati, desacralizzati, laicizzati.

//Donne bosniache musulmane manifestano contro la mancata accusa di stupro per i serbo-bosniaci Milan e Sredoje Lukic. © Archivio privatoDurante la guerra di Bosnia le donne musulmane stuprate venivano rinchiuse per impedire loro di abortire. Giacché le donne erano dei contenitori di piccoli serbi, i quali sarebbero diventati dei grandi serbi a dispetto e nonostante le loro ‘ignobili’ madri (le “puttane turche”), tanto forte era l’impronta dei cetnici stupratori.

In tutti gli incontri delle Donne in Nero si affermò forte la critica della “nazione”. La nazione si è fondata essenzialmente su due pilastri, l’esercito e la religione della famiglia e per famiglia intendo il ruolo sub-alterno delle donne. D’altronde, il più grande impero dell’Occidente iniziò con un gruppo di uomini che rapirono alcune donne (una per ciascuno?) di un’altra comunità, le costrinsero ad una unione riparatrice e annessero il territorio e la comunità di appartenenza delle donne. Iniziò, prima ancora, con un gemello che, sulla base di un non ben certificato avvistamento di uccelli, delineò con l’aratro dei confini e uccise l’altro gemello che aveva osato superare quei confini.

La storia (e il mito) ci insegna che le guerre tra stati, città, nazioni avevano una conclusione comune: le città bruciate, i tesori trafugati, gli dei annessi, gli uomini uccisi o in catene (a seconda del rango), le donne stuprate, sorteggiate e fatte schiave. Non sto parlando della guerra di Troia, sto parlando della guerra nel cuore dell’Europa, nella ex Jugoslavia. C’è un notissimo libro che s’intitola L’arma della stupro e che ci invita a riflettere non solo sulla ferocia dello stupro etnico, ma anche sulle ragioni profonde antropologiche, culturali, simboliche di quella pratica.

Lo Stato nazione è una costruzione maschile e obbedisce alle regole patriarcali: l’annessione del corpo delle donne alle appartenenze etniche, la consegna alle donne della trasmissione della genealogia maschile. Rada Ivecovic nota come lo stato nazione sia anche uno strumento con cui la contemporaneità codifica l’assoggettamento delle donne avvalendosi oltre che della forza, di un potente strumento ideologico, il postulato di un universalismo maschile dominante. La costituzione dei soggetti è avvenuta finora attraverso la capacità (e la possibilità) di un soggetto (quello maschile) di universalizzare il proprio modello come neutro. La nazione idealmente pura è maschile. Ciò che è spurio deve essere controllato, nel corpo, nella sua capacità riproduttiva, nella mente, nei desideri. Perché questo compiutamente avvenga non basta il vincolo della relazione sessuale o amorosa, c’è bisogno di un’autorità sovra-determinante, Dio Padre, che attraverso le religioni annette le donne ad una MISSIONE, la riproduzione del modello maschile attraverso l’assoggettamento alla famiglia monogamica. Le religioni, la santa alleanza con lo stato nazione, il potere, la forza. La nazione ha bisogno della famiglia – e ahimè persino nella nostra Costituzione, che oggi siamo costretti/e a difendere con le unghie e con i denti – la famiglia è una “società naturale fondata sul matrimonio. Le donne sono sempre donne ‘di qualcuno’, dei padri, dei mariti, dello stato. Nelle situazioni nazionalistiche e fondamentaliste stuprare una donna è offendere l’etnia, la comunità, la famiglia, il clan di appartenenza.

Da questo apparato ideologico le donne devono fuggire, prendere le distanze. Ecco perché una femminista non può che lottare per aprire i confini e destrutturare la patria, ossia lottare per leggi aperte sulla immigrazione, perché gli uomini e le donne che fuggono possano salire sui traghetti, pagare il biglietto e approdare in terre accoglienti. Oggi anche il mare Mediterraneo è ritenuto un confine e l’Europa liberal organizza le truppe per i respingimenti, criticando solo gli aspetti beceri e sanguinari dei centri di detenzione in salsa italiana. Come pure, a rischio di apparire stravagante, sono sempre stata critica sulla politica dei due popoli due stati: sono contraria allo stato etnico, quindi anche allo ‘stato ebraico’. Israele non può far pagare le colpe vergognose dell’Europa fascista ai palestinesi.

“Fate parlare le donne” scrivevano in un documento comune le pacifiste israeliane e palestinesi all’inizio della seconda Intifada, con l’elaborazione della proposta di affidare la risoluzione dei conflitti a una sorta di diplomazia femminile non omologata ai fondamentalismi maschili e pure consapevole degli aggressori e degli aggrediti, degli oppressori e degli oppressi le cui ragioni non erano e non sono mai sullo stesso piano. Ma non se ne fece nulla. E tuttavia i governi sono sempre in tempo a ricredersi. Forse la farsa delle finte trattative ha bisogno di uno scossone femminista. Glielo consiglio anche al papa che si appresta al ‘pellegrinaggio’ nei sacri luoghi di origine di quel cristianesimo che lì è una religione di minoranza.


Imma Barbarossa

20/02/2014

 

 

 

 

 

 

 

 

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