Mostrare lo spettacolo in musei e mostre

bertoloni 250“E’ un campo ancora poco indagato che si lega alla necessità di valorizzare e trasmettere la conoscenza dello spettacolo come parte integrante del nostro patrimonio culturale”, scrive Maria Ida Biggi, docente all’Università di Venezia Ca’ Foscari. Nasce con questo intento il libro “Mostrare lo spettacolo. Musei e mostre delle Performing Arts”, scritto insieme a Paola Bertolone, docente all’Università di Siena, e Donatella Gavrilovich, ricercatrice in Discipline dello spettacolo all’Università di Roma “Tor Vergata”. Attraverso l’analisi di metodi, contesti storici e tradizioni, tecniche, teatri, archivi, biblioteche, centri di studi, compagnie, artisti, ricca documentazione di cataloghi, testimonianze, programmi, siti internet e bellissime fotografie, emerge un affascinante excursus nello spettacolo in tutta la sua ricchezza e complessità, arte effimera per eccellenza ma che, secondo l’Unesco, rientra nel patrimonio culturale immateriale da salvaguardare.

Il saggio è uno studio complesso a cui ogni autrice ha dato la sua personale lettura sugli allestimenti espositivi e anche su singoli elementi dello spettacolo ripercorrendo lo sviluppo storico ed estetico. Importante per conoscere la storia dello spettacolo il capitolo di Maria Ida Biggi che si addentra negli edifici teatrali storici o contemporanei, musei di se stessi, che per la loro unicità architettonica costituiscono una sorta di esposizione permanente.

//Teatro Olimpico di Vicenza del Palladio“Ogni teatro è un museo”, scrive, e non a caso si sofferma a lungo sul teatro Olimpico di Vicenza del Palladio, unico al mondo ad essersi conservato integro dalla sua costruzione (1583-85). Maria Ida Biggi porta il lettore nei più bei teatri, tra cui spicca il teatro di Bayreuth dell’architetto Bibbiena, il teatro Farnese di Parma. Si racconta dei rari musei dedicati alla scenografia come arte teatrale o le Case-Museo di musicisti, drammaturghi, artisti teatrali in cui sono conservate molte tracce della loro attività nell’ambito dello spettacolo con documenti che altrimenti avrebbero rischiato di disperdersi. E dei veri e propri musei collocati fisicamente all’interno di teatri, come quello della Scala aperto nel1913, che si è arricchito di molte donazioni private, come quelle di Puccini e Caruso, con una vasta raccolta di documenti autografi, lettere, bozzetti scenografici, libretti d’opera, rare fotografie, costumi, ritratti di personaggi coinvolti in spettacoli. Si chiama Memus (memoria musica) il museo sorto all’interno del teatro San Carlo di Napoli inaugurato nel 2011, con l’intento di valorizzare e far conoscere uno dei teatri più antichi d’Europa, rivolto soprattutto alle nuove generazioni con tecnologie d’avanguardia. E ancora: il civico museo teatrale Carlo Schmidl di Trieste, il Civico Museo Bibliografico Musicale di Bologna. Tantissime le Case-Museo dedicate a personaggi legati alla storia del teatro e della musica. E’ un elenco lunghissimo con nomi come Beethoven, Bach, Chopin, Wagner, Mozart, Verdi, Puccini, Donizetti, Bellini, Goldoni. Interessante la ricostruzione delle mostre dedicate alla scenografia e ai suoi importanti protagonisti, tra cui Gaie Aulenti e Emanuele Luzzati e il ruolo importante giocato dalla Fondazione Giorgio Cini di Venezia.

Donatella Gavrilovich, ricercatrice in Discipline dello spettacolo all’università di Roma “Tor Vergata”, nel suo paragrafo “In mostra Anime di Stoffa”, ci ricorda il ruolo importante del costume su cui ruota tutto un mondo forse non ancora molto considerato e noto. “Solo associando quel costume di scena all’attore che lo ha indossato e contestualizzandolo nell’epoca storica e nell’ambito artistico-culturale che lo ha prodotto, il visitatore potrà apprezzare ciò che è esposto”. Affascinante il racconto delle tante mostre dedicate ai costumi indossati da attori e attrici famosi, i costumi di scena di opere teatrali e musicali, di spettacoli lirici e di prosa, il ruolo di costumisti importanti, veri artisti di cui l’Italia eccelle. Eppure l’unico modello di museo interamente dedicato agli abiti di scena si trova nel piccolo comune di Serrone, in provincia di Frosinone.

Paola Bertolone ha analizzato alcuni esempi di allestimenti museali permanenti e temporanei che hanno per oggetto tematico in tutto o in parte l’arte e la storia del performer. In particolare, il caso dell’attore, della compagnia teatrale, cantante, danzatore. Il suo punto di vista non è quello museale ma segue categorie, saperi, teorie semantiche, linguaggi che appartengono molto più alla storiografia dello spettacolo, lanciando problematiche e contaminazioni. Porta il lettore a conoscere, tra le tante Case Museo, quella di Brecht-Weigel nell’ex Berlino Est, l’abitazione del grande drammaturgo e della compagna, Helene Weigel, attrice simbolo del Berliner Ensemble; il museo del drammaturgo Ibsen a Oslo, la dimensione artigianale dei mestieri dello spettacolo visibile nella sezione Performing Arts al Victoria&Albert Museum di Londra. Per trovare fotografie, caricature, costumi di Ettore Petrolini ci ricorda il Museo Biblioteca Teatrale del Burcardo di Roma dove si trova anche una sezione dedicata a Luigi Pirandello. “Una pietra miliare nella costruzione identitaria della nostra scena”, secondo Bertolone, è stata la mostra “Tramonto (e resurrezione) del Grande Attore. A ottant’anni dal libro di Silvio D’Amico”, alla Casa dei Teatri, a Roma, nel 2013. Disponibile alla visione e lettura i documenti dell’archivio di Dario Fo e Franca Rame, un caso rarissimo di archivio-mostra. Numerose le mostre dedicate alla grande attrice Eleonora Duse; la sua città natale, Asolo, dove ora riposa, le ha dedicato un piano del suo museo.

 

//Paola BertoloneA Paola Bertolone chiediamo di aiutarci a capire a che punto siamo con la salvaguardia dello spettacolo.

 

Si può affermare che l’Italia ha rispettato e rispetta la Convenzione dell’Unesco del 17 ottobre 2003 per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale?

Per quanto concerne lo spettacolo, poiché per il resto non mi sento di esprimere delle considerazioni, potrei rispondere, e la tentazione è forte, con un bel no. Tuttavia bisogna distinguere cosa si intenda per Italia. Infatti, se troppo spesso le istituzioni pubbliche sono carenti e sorde, spesso ci sono realtà diverse che si battono in tutti i modi e anche nel settore pubblico. Istituzioni private, collezionisti, bibliotecari, archivisti, artisti, compagnie e responsabili in vari settori, capendo l’importanza della posta in gioco, lo smarrimento della memoria storica, si adoperano per salvare e valorizzare il patrimonio immateriale. Magari non lo definiscono sempre così, ma di quello si tratta. Un esempio in ambito musicale è il Museo internazionale e biblioteca della musica di Bologna, mentre quello più celebre in ambito cinematografico è il Museo del cinema di Torino. Le due istituzioni più importanti dedicate al teatro sono il Museo biblioteca del Burcardo di Roma e il Museo dell’attore di Genova. Quindi ci sono Italie diverse. Certo la cultura dello spettacolo, in particolare del teatro, non si può dire stia in prima linea nelle preoccupazioni di chi ha l’onere di decidere.

 

Quali sono stati i criteri dominanti con cui sono stati allestiti i musei e le mostre di spettacolo in Italia? Sono da considerarsi efficaci? Ci sono differenze  rispetto alle esperienze di altri paesi?

La storia degli allestimenti museali e delle mostre temporanee in Italia non è uniforme e gli esempi sono variegati, così come in altri paesi: si possono citare proposte bellissime e altre meno riuscite, magari solamente per scarsità di fondi. Quello che può essere tuttavia proposto come tema sotterraneo dominante è che, a differenza di molte altre nazioni, nel nostro paese lo spettacolo in toto non costituisce parte integrante del dna culturale. A cominciare dalle scuole dell’obbligo, dove il performativo, ma anche il cinema non fa eccezione, non è insegnato, non è materia curricolare. La minore attenzione verso le mostre e i musei di spettacolo rientra in un discorso più articolato e complesso che legge la cultura in termini molto conservatori nel senso del canone artistico e del giudizio di valore.

 

Ha senso costruire ancora oggi tali musei e mostre?

I motivi possono essere di ordine “didattico”, cioè formativo sul piano della trasmissione di nozioni e conoscenze che potrebbero rimanere a disposizione di pochi e di ordine più vasto, diciamo esperienziale, intendendo un’appropriazione per il pubblico di ambiti di memoria storica e sociale e anche, in ultima analisi, di identità personale. Pensiamo per esempio all’esperienza, che molti di noi hanno fatto nell’infanzia, di frequentazione dei teatri di marionette. Naturalmente i musei hanno la funzione anche di conservare i materiali, prima di valorizzarli, e dunque svolgono un ruolo di vera e propria indispensabile salvaguardia.

 

Che ruolo giocano le nuove tecnologie e i nuovi media su questo  tema?

A fronte di esperienze significative di grande impatto e di notevole originalità già proposte - le realizzazioni di Studio Azzurro, gruppo di artisti che si esprime con i linguaggi delle nuove tecnologie, fanno scuola - i nuovi media possono ancora riservare delle sorprese notevolissime e non è un caso che ci sia un’attenzione crescente, quasi spasmodica, in altre nazioni su questi temi che vedono l’utilizzo del digitale e del web in termini di rimediazione di contenuti. In Italia questo è in atto in ambiti come l’archeologia e l’etnografia, tanto per esemplificare, e dunque anche nei musei preposti alla valorizzazione della cultura di questi settori. Si parlava già decenni fa di questo alto potenziale e ora è fra noi, se lo sappiamo cogliere, anche nel versante delle mostre e dei musei di spettacolo. Posso citare le potenzialità di ricostruzione virtuale di scenografie e di feste barocche, cosi come di “esperimenti” futuristi. Potrebbe essere un po’ paradossale che l’utilizzo del linguaggio spettacolare anche attraverso le nuove tecnologie e i nuovi media, così diffuso nell’allestimento di mostre molto pubblicizzate, sia escluso quando sono in gioco i materiali dello spettacolo. Determinante è dunque che ci sia la formazione di figure professionali deputate alla cura dei materiali dello spettacolo.

 

Lo spettacolo è un’arte fugace, effimera: quali sono gli esempi più significativi di allestimenti museali permanenti e temporanei all’estero?

Esperienze riuscitissime di musei sono la sezione di Performing Arts del Victoria & Albert Museum di Londra e il Theater Museum di Monaco; fra le mostre vorrei citare quella dedicata a Sacha Guitry allestita alla Cinémathèque Française di Parigi (ottobre 2007-febbraio 2008) e la lontana Erwin Piscator Das Politische Theater, a cura dell’Archiv der Akademie der Künste del 1979, mostra che ha girato in varie città. Discorso a parte è costituito poi dalle case-museo degli artisti e ve ne sono molte anche in Italia: possono essere dei “pellegrinaggi” attraverso le reliquie, oppure delle tappe didattico-formative, o ancora svolgere un ruolo di diffusione attiva nel presente: la loro diversificazione dipende da molti fattori, fra cui la quantità del materiale conservato e dal tipo di consapevolezza nell’allestimento.

 

L’Italia vanta una tradizione altissima di edifici teatrali e di atélier che realizzano costumi-icona: quali sono i musei più interessanti da conoscere?

Per quanto riguarda gli edifici storici non si può non nominare il teatro di Sabbioneta, il teatro Farnese di Parma, Il teatro Olimpico di Vicenza. In questi casi non si tratta di musei in senso stretto, ma di luoghi altamente significativi della memoria dello spettacolo dove l’Italia è stata fondamentale. Il più celebre fra i musei del costume rimane quello di Palazzo Pitti a Firenze, ma anche quello di Palazzo Mocenigo a Venezia che ha visto il recente riallestimento ad opera di Pier Luigi Pizzi (cui inoltre si deve la ricollocazione del museo alla Scala di Milano) e la fondazione Annamode di Roma.


 

“Mostrare lo spettacolo. Musei e mostre delle Performing Arts”

di Paola Bertolone docente all’Università di Siena

Maria Ida Biggi dell’Università Ca’ Foscari

e Donatella Gavrilovich dell’Università di Roma

 

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Stefanella Campana

12/03/2014

 

 

 

 

 

 

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