Léger, la visione della città contemporanea

È il 1900 quando Fernand Léger (1881-1955) giunge dalla campagna a Parigi. Ha solo 19 anni, porta con sé talento e forte personalità. Lavora come disegnatore presso uno studio di architettura che presto abbandona, folgorato dall’Avanguardia e dal pulsare della città che nel XX secolo, in particolare in Francia, è centro di modernità.

Ansioso di sperimentazione, si unisce agli artisti suoi contemporanei, da cui trae ispirazione e che a sua volta influenza, come si legge dal confronto delle sue sessanta opere con una quarantina d’importanti firme del periodo nelle sezioni del percorso espositivo chea Venezia, nel Museo Correr, segue per un ventennio l’evoluzione di un grande innovatore. Rappresentante del Cubismo insieme a Picasso e a Braque e autore più internazionalmente noto e celebrato degli anni Venti, con “Fumo sui tetti”(1911), la sua prima tela che si affaccia sulla città, soggioga il visitatore per i contrasti tra la staticità delle forme rettangolari dei tetti e il movimento delle forme curve del fumo che esce dai camini. Dialoga con la “Natura morta davanti alla finestra aperta” (1915) dello spagnolo Juan Gris che si affaccia su Place Ravignan, dove aveva studio Picasso. E con la “Finestra in tre parti”(1912) di Robert Delaunay scompone ritmo e colore della luce che attraversa vetri e tende.

//Fernand Léger, Fumo sui tetti, 1911, olio su tela cm 47,50x54,90.  Collezione privata, Courtesy of Luxembourg & Dayan © Fernand Léger by SIAE 2014

È il tempo in cui artisti italiani, tedeschi, spagnoli, americani, trovano ispirazione nella libera descrizione dello spazio urbano e del nuovo portato dalle scoperte tecnologiche. Viaggi e alta velocità, auto e tram, treni e aerei, telegrafo e telefono avvicinano punti in passato lontani. Comprimono lo spazio e modificano la percezione del tempo con spostamenti di cui si coglie velocità e movimento in sculture e in dipinti fondamentalmente statici. Come Duchamp li coglie nella tela “Nudo che scende le scale” (1911), ispirandosi al Futurismo, letto nelle prime sale in opere di artisti vicini a Léger che, seppure non direttamente, ne coltiva una relazione dialettica, non ignora l’arrivo a Parigi del Manifesto di Marinetti (1908) e della mostra del 1912 incentrata su ritmo e dinamismo.

Un pullulare di sperimentazioni bruscamente arrestate dalla Prima guerra mondiale. Dal 1914 Lèger è richiamato al fronte. «A contatto con la realtà nuda e cruda» lontana dalla vita di Montparnasse e di Montmartre, privato della possibilità anche solo di toccare un pennello, è ardentemente posseduto dal desiderio di tornare a dipingere.

Solo a conflitto concluso, l’artista riprende la sua frenetica attività. Incessantemente riversa il suo talento in opere singolari per eclettismo e vastità d’interessi. Ne La bandiera(1919) più che il significato patriottico divampano i colori e il dinamismo. Gli stessi de “Il tipografo” (1919), di “Uomini in città” (1919), de “L’uomo con il bastone” (1920), di “Studio per dischi nella città” (1920), di “Elemento meccanico” (1924).

//Fernand Léger, La bandiera, 1919, olio su tela cm 64,8x81. New York, Collection Mr. e Mrs. Howard e Nancy Marks © Fernand Léger by SIAE 2014

Opere d’innovativa bellezza i cui studi emergono – e saranno fondamenta di futuri lavori - ne “La Ville”, La Città, (1919), fulcro della mostra e dichiarazione del ritorno ufficiale all’Avanguardia di cui Léger si considera leader. Il sogno riportato in una lettera inviata dal fronte: «Se potessi divorerei Parigi», finalmente realizzato soddisfacendo l’eccitazione mai sazia che l’assale per le strade con sovraccarichi sensoriali di esperienze visive, uditive, olfattive in lotta per attrarre la sua attenzione. Per Léger il nuovosignifica raccogliere ogni percezione in un unico dipinto, frammentandola in imprescindibili citazioni, sviluppandone una tensione dinamica con forti contrasti di colori nelle forme blu rettangolare e gialla tondeggiante. Negli elementi a tratti bianchi e neri, simboli estremi di luce e di oscurità. E segnaletica stradale, palo del telegrafo, balconi, ringhiere, impalcature di lavori in corso, lettere di cartelloni pubblicitari, cascate di luci, vetrine adescanti, teatri scintillanti, coreografia, scenografia, immagine cinematografica sulla tela che ha uguale grandezza di uno schermo del tempo. Che dallo sfondo richiama l’idea di montaggio per elenchi di visioni.

Citazioni fondamentali per Léger che contesta l’ordine gerarchico delle modalità espressive. Senza preconcetti intreccia fermenti paralleli e soluzioni pluridisciplinari con le più varie e complesse manifestazioni dell’arte. Attento al progredire del nuovo, collabora ai “Ballets suédois” (Balletti svedesi) trattando il palcoscenico secondo la sua “legge pittorica dei contrasti”, ricca di colori e di forme. Esegue per Skating Rink (1921) una serie di acquarelli con Progetti per scenografia, sipario, costumi. Lavora al film senza trama “Ballet Mécanique” (1924) ignorando l’aspetto narrativo e caratterizzando il nuovo con oggetti di uso domestico tagliati, modificati, ripresi in primo piano, montati in danze a ritmi veloci che paiono animarli.

Léger giudica incredibili innovazioni le rappresentazioni cinematografiche e teatrali lontane da ogni tradizione. Le soluzioni inaspettate suscitano il suo entusiasmo come il “Modellino per Relâche” (1933) del dadaista Francis Picabia. Un palcoscenico presente in mostra di 46x61x40,5cm, definito da cerchi di pittura metallica (nella realtà riflettori che ritmicamente si spengono e si accendono accecando gli spettatori) con uomini in abito da sera che si spogliano, restano in mutande e si rivestono, una donna che entra con una carriola e un pompiere che innaffia il pubblico con un idrante.

Questa, come le altre opere esposte, fanno ancora riemergere la centralità attribuita a “La Città” dove tutto già pare essere stato anticipato da sagome sensori di acquisizioni concettuali, in un procedere già chiaro nell’estrema piattezza della pittura che non è scarso spessore. Piuttosto reinventata prospettiva in ogni forma esaltata dai contorni decisi, dalla combinazione di linee che premono per uscire dal dipinto insieme ai colori puri, stesi con pennellate uniformi, finalmente liberi dai rimaneggiamenti del passato. Lèger vorrebbe «gli insediamenti umani invasi dal colore». Accarezza l’idea di murale. Frequenta Le Corbusier che lo considera l’unico artista moderno i cui dipinti richiedono una nuova architettura. Aderisce al Neoplasticismo fondato da Piet Mondrian e da Theo van Doesburg. Con loro, con De Stjil e con lo scultore Vantongerloo, “condivide l’idea dell’interazione tra discipline diverse, della permeabilità tra interno ed esterno, del rapporto tra spazio e colore”, abbandonando i “quadri da cavalletto” a favore di “dipinti murali” (1924-’26) che si proiettano ben oltre il tempo, mossi da un susseguirsi di linguaggi che intrecciano la pittura all’architettura.

Innovazione e bellezza cheil Museo Correr, sotto la direzione scientifica di Gabriella Belli, dedica alla rappresentazione del nuovo spazio urbano in due davvero imperdibili eventi.Infatti, in concomitanza con “Lèger. La visione della città contemporanea 1910-1930”, a cura di Anna Vallye come il catalogo, si inaugura la stupenda mostra (con interessante catalogo!)L’immagine della città europea dal Rinascimento al Secolo dei lumi”, magistralmente curata da Cesare de Seta che inun repertorio iconografico straordinario per qualità ed eleganza scandisce il succedersi dei momenti storico-artistici del “furor urbis”, dal vedutismo topografico all’“impresa neocapitalistica” visiva che esalta e divulga le virtù dei centri di potere temporale e/o spirituale di ogni nazione.

 


 

Gavina Ciusa

23/03/2014

 

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INFO

Lèger. La visione della città contemporanea 1910-1930

sino al2 giugno 2014

L’immagine della città europea dal Rinascimento al Secolo dei lumi

sino al18 maggio 2014
Museo Correr, piazza San Marco Venezia

Cataloghi Skira

www.correr.visitmuve.it

info@fmcvenezia.it

call center 848082000 (dall’Italia)

+39 04142730892 (dall’estero)

 

 

 

 

 

 

 

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