Il tortuoso percorso del Processo di pace

A un anno dall'inizio dei negoziati tra Ankara e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), il primo ministro Recep Tayyip Erdoğan fa un altro passo indietro. Dopo le elezioni amministrative del 30 marzo scorso, il capo del governo ha infatti affermato di non aver preso ancora alcun provvedimento per costituire una struttura giuridica di supporto al processo di risoluzione democratica del conflitto.

La Presidenza del Consiglio Esecutivo dell’Unione delle Comunità del Kurdistan (KCK) sostiene che “con questa affermazione […] è stato dimostrato che il governo del Partito per la Giustizia e lo Sviluppo (Adalet ve Kalkinma Partisi – AKP) vuole concludere il processo che ha già dovuto affrontare una situazione di stallo”.

//Nel centro socio-culturale curdo di Roma, i ritratti dei fondatori del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK). Da sinistra: Mahsum Korkmaz, Mehmet Hayri Durmus, Abdullah Öcalan, Mazlum Dogan e Kemal Pir. Öcalan, nell’immagine a colori, è il rappresentante politico del popolo curdo ed è detenuto dal 1999 nel carcere sull’isola turca di Imrali in uno stato di totale isolamento. Foto di F.Araco.

 

Malgrado i buoni propositi e le iniziali aperture, infatti, Erdoğan aveva presto deluso le aspettative dei curdi dimostrando ancora una volta di agire in un’ottica di sicurezza nazionale e regionale, più che per esigenze politiche e di riconoscimento culturale.

La revoca di alcuni divieti imposti con la riforma del 1928, come l’uso di tre lettere dell’alfabeto, di toponimi e nomi in curdo, ha avuto un importante significato simbolico per una comunità che negli anni ha visto continuamente negare le proprie radici linguistiche e culturali.

Ma il rispetto dei diritti umani e il pieno riconoscimento di questa numerosa minoranza etnica (circa 18 milioni di persone) sembrano ancora lontani.

Il Rapporto 2013 di Amnesty International, risultato di una ricerca sulla situazione dei diritti umani in 159 Paesi, dipinge uno scenario sconfortante in Turchia. “La libertà d’espressione è rimasta limitata nonostante alcune riforme legislative. La polizia ha fatto uso eccessivo della forza per disperdere manifestazioni pacifiche. Le inchieste e i procedimenti per presunte violazioni dei diritti umani da parte di funzionari statali sono stati viziati. Sono continuati i processi iniqui ai sensi della legge antiterrorismo. Civili sono morti a causa di attentati. Non ci sono stati progressi nel riconoscimento del diritto all’obiezione di coscienza o nella penalizzazione della discriminazione per motivi d’orientamento sessuale o identità di genere”.

 


 

Federica Araco

23/05/2014

 

 

 

 

 

 

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