Un esodo senza fine

Per fuggire alle violenze subite, alla fine degli anni Settanta i curdi hanno cominciato ad abbandonare il proprio Paese di origine.

Secondo l’Ufficio d’Informazione del Kurdistan in Italia (UIKI) la diaspora ha coinvolto finora 3,2 milioni di persone. La maggior parte di loro proviene dalla Turchia ma ci sono anche iracheni, iraniani e, ultimamente, siriani.

Le comunità più numerose sono in Europa, specialmente in Germania (950mila), Francia (250mila), Inghilterra (120mila), Svezia (100mila), Olanda (70mila) e Svizzera (55mila). Una presenza più ridotta è stata rilevata anche in Canada e Stati Uniti (circa 70mila persone), Australia (40mila) e Medio Oriente, in particolare in Libano e Giordania (150mila).

//Manifestazione a Roma per la liberazione del leader curdo Abdullah Öcalan. Foto di F.Araco.

L’Italia resta quasi per tutti una terra di transito anche se, per via del regolamento di Dublino, che impone ai rifugiati di risiedere nel primo Paese d’ingresso in Europa, molti sono costretti ad avviare qui le procedure d’asilo scontrandosi con un sistema di accoglienza e protezione lento e con strutture spesso inadeguate.

I dati riportati dall’UIKI riferiscono che nel Paese attualmente risiedono circa 10mila curdi, principalmente a Milano, in Toscana e a Roma. Ma è molto difficile fare una stima esatta perché l’identificazione dei richiedenti asilo non avviene per etnia ma in base alla cittadinanza.

Secondo il Servizio Centrale del Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, nel 2013 i curdi provenienti dall’Iran che hanno beneficiato dei progetti SPRAR sono stati 179, quelli siriani 191 e i cittadini turchi 225, 196 uomini, 29 donne e 31 minori, di cui 77 richiedenti asilo e 58 rifugiati. Molti di loro hanno dichiarato di aver subito maltrattamenti e torture e di aver deciso di partire per sottrarsi ad ulteriori violenze e intimidazioni.

“La Turchia è ancora un Paese pericoloso per noi”, spiega un portavoce dell’UIKI. “Dall’inizio del Processo di pace il governo non ha mantenuto le promesse. Aspettiamo ancora che vengano apportate le modifiche normative su questioni fondamentali, come il rispetto dei diritti umani e della libertà d’espressione, il diritto di studiare nella nostra lingua madre anche nelle scuole pubbliche e la liberazione dei prigionieri politici, che ad oggi sono più di 10mila, tra cui molti minorenni”.

Nel Rapporto 2013 Amnesty riferisce di numerosi episodi di torture nelle strutture ufficiali di detenzione del Paese. Malgrado le pressioni della comunità internazionale, il governo di Ankara è ancora piuttosto lacunoso e ambiguo a riguardo. “Il parlamento”, leggiamo nel Rapporto, “ha approvato una legge che creava l’ufficio del difensore civico e un’istituzione nazionale separata per i diritti umani. Quest’ultima mancava delle necessarie garanzie d’indipendenza. A fine anno non risultava ancora chiaro se e come avrebbe soddisfatto gli obblighi stabiliti dal Protocollo opzionale alla Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che prevedono il controllo indipendente dei luoghi di detenzione. Altri meccanismi indipendenti promessi dal governo, come ad esempio una procedura per i reclami contro la polizia, non sono stati istituiti”.

//Roma, un ragazzo riposa nel dormitorio del centro socio-culturale Ararat di Testaccio. I volontari di Medici Contro la Tortura visitano molti richiedenti asilo e rifugiati politici curdi di nazionalità turca. Molti dichiarano di aver subito violenze psicologiche, gravi lesioni o percosse. Foto di P.Fumanti.

L’associazione umanitaria di volontariato professionale Medici Contro la Tortura, con sede a Roma, dal 1999 offre assistenza alle vittime che arrivano in Italia.

Molti richiedenti asilo curdi provenienti dalla Turchia denunciano di aver subito violenze psicologiche, gravi lesioni o percosse, come la falaka, la bastonatura della pianta dei piedi fino alla demolizione della volta plantare. Di cicatrici visibili ce ne sono poche, perché spesso gli agenti avvolgono i manganelli con panni bagnati, ma bruciature di sigarette, tagli con le lamette e racconti di scosse elettriche ai genitali sono ancora molto frequenti”, spiega Manuela Fabbretti.

Nata da una costola di Amnesty International, l’associazione ha al suo interno un medico legale, tre medici addetti alle visite, uno psicologo che fa da supervisore al personale e una decina di operatori. “Oltre al supporto medico e alla riabilitazione fisica e psicologica delle vittime di tortura, ci occupiamo anche dell’iter burocratico di assistenza e accompagnamento dei nuovi arrivati: dalla richiesta del Codice Fiscale per l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale alla preparazione dell’audizione davanti alla Commissione”. Il primo problema da affrontare è l’alloggio: a Roma dalla domanda fino all’assegnazione di un posto letto possono passare anche 6 mesi.

 


 

Federica Araco

23/05/2014

 

 

 

 

 

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