Ararat: l’arca dei curdi nel cuore di Roma

“I primi profughi curdi arrivarono in Italia a metà degli anni Novanta”, racconta Alessia Montuori dell’associazione SenzaConfine, che promuove a Roma attività per l’inserimento delle minoranze nel tessuto sociale. “Ricordo ancora lo sbarco della nave ‘Ararat’ sulle coste calabresi nel dicembre 1997. A bordo c’erano 835 profughi curdi e armeni, tra cui molte famiglie con donne e bambini. Alcuni arrivarono a Roma. Dormivano nel parco di Colle Oppio, che non era ancora stato recintato ed era vicino alla mensa della Caritas”.

//Roma. Gli ospiti di Ararat trascorrono le fredde serate d’inverno attorno al fuoco, bevendo il tradizionale chai (tè). Foto di P.Fumanti.

Si trattava perlopiù di intellettuali, artisti, dissidenti politici dell’alta borghesia irachena o funzionari del PKK ricercati in Turchia. Dopo la caduta di Saddam, quasi tutti gli iracheni tornarono nel proprio Paese.

Quando, nel 1998, Öcalan venne in Italia per chiedere asilo politico, centinaia di curdi lo raggiunsero dagli altri Paesi europei.

“Decidemmo allora di cercare uno spazio che potesse ospitarli”, continua Montuori. “ Nel maggio del 1999 occupammo insieme ad altre associazioni, tra cui StalkerLab, l’edificio abbandonato dell’ambulatorio veterinario nel complesso dell’ex Mattatoio Testaccio. Nacque così il centro socio-culturale autogestito ‘Ararat’, nome del monte simbolo per curdi e armeni, entrambi vittime della repressione turca, dove secondo la Bibbia si arenò l’Arca di Noè”.

Dopo i primi anni di occupazione, il centro ha cominciato a pagare al Comune di Roma un regolare affitto ma non riceve alcun sostegno economico da parte dello Stato. Tutte le attività sono autogestite e finanziate dagli ospiti con la collaborazione di volontari esterni. Punto di riferimento per tutti i curdi che arrivano in Italia, qui da anni si intrecciano i destini di centinaia di persone in transito verso altri Paesi europei, tra esasperanti silenzi e interminabili attese.

“Attualmente ad Ararat vivono circa settanta persone, ma il numero varia di giorno in giorno”,spiega Rojbin, una portavoce del comitato direttivo.“Si tratta perlopiù di giovani che partono per evitare il servizio militare e non rischiare così di dover prender parte a operazioni nella regione curda. La Turchia, infatti, è l’unico Paese del Consiglio d’Europa che non riconosce il diritto all’obiezione di coscienza e punisce con il carcere (fino a quattro anni) chi si sottrae alla leva obbligatoria”.

Le aree di provenienza degli ospiti del centro sono principalmente Şanliurfa(Urfa) e Bingöl, ma anche Pazarcik, Ezurum, Mardin, Dersim e Diyarbakir.

Il viaggio verso l’Europa segue le rotte dei TIR che attraversano i Balcani ed entrano in Italia dalla frontiera slovena, oppure via mare, con imbarcazioni di fortuna, dai porti turchi di Istanbul o Smirne fino a Crotone o altre località del sud.

Alcuni richiedenti asilo rimangono per mesi, a volte anni, bloccati dal complesso iter burocratico italiano, senza documenti, senza aiuti economici e senza la possibilità di trovare un lavoro.

//Roma. Ad Ararat viene servita la cena. La vita comunitaria è un elemento molto importante e crea un profondo senso di appartenenza e condivisione. Foto di L.Santopietro.

“Sopperiamo come possiamo alle carenze del sistema di accoglienza e protezione” spiega la Rojbin. “I tempi per l’assegnazione del posto letto per i nuovi arrivati sono lunghissimi e le persone sarebbero costrette a dormire per strada. Almeno qui hanno un tetto, un pasto caldo e l’accoglienza da parte della comunità, che è un elemento essenziale per non sentirsi completamente spaesati dopo il viaggio. A causa del sovraffollamento, però, gli spazi sono poco vivibili, specialmente dalla primavera all’autunno, quando il flusso è più consistente per le migliori condizioni meteo. Questo è per tutti un luogo di passaggio: nessuno vuole restarci in eterno”.

Il centro, su due livelli, ha due stanze adibite a dormitorio (una è usata anche come sala televisione e biblioteca), uno spazio con computer e internet, un ufficio e la cucina. Gli ospiti mangiano insieme nel cortile esterno coperto, dove c’è anche un piccolo chiosco per la preparazione del chai, il tradizionale tè.

L’edificio richiederebbe un intervento di ristrutturazione e un ampliamento dei servizi igienici: ha energia elettrica ma non ha il riscaldamento, ha un solo bagno e infiltrazioni nel tetto che, in inverno, lasciano entrare pioggia e freddo nel dormitorio al secondo piano.

Il Comune di Roma, proprietario dell’immobile, non ha intenzione di finanziare l’operazione così gli ospiti e i volontari esterni hanno deciso di lanciare una campagna di crowdfunding per raccogliere soldi e altre forme di supporto.

L’iniziativa, spiega una volontaria di SenzaConfine, è stata accolta con entusiasmo da molti ex ospiti di Ararat che hanno già dato la loro disponibilità a finanziare parte dei lavori. “Al progetto si potrà contribuire in diversi modi”, racconta l’operatrice, “per esempio acquistando materiali edili o prestando la manodopera”.

Per supportare il processo di integrazione nel territorio e stabilire più contatti con la società, il centro propone da anni diverse attività culturali. “Ogni sabato mattina è attivo un corso di danze tradizionali curde”, raccontaAmed che lavora nell’organizzazione. “In occasione del Newroz, il 21 marzo, c’è una grande festa per celebrare il nostro Capodanno con canti e balli attorno al fuoco. Quest’anno eravamo più di cinquecento persone”.

//La comunità di Roma festeggia il Newroz, il “capodanno curdo”, ad Ararat. Foto di L.Santopietro.

Una volta a settimana alcuni volontari danno lezioni di italiano ai residenti ed è in programma un corso di lingua curda anche per i figli delle famiglie in diaspora.

“Sono ormai 15 anni che collaboriamo con gli italiani”, continuaAmed. “Recentemente sono venuti ad Ararat alcuni studenti universitari di Roma Tre durante la settimana interculturale del master del Professor Careri. Abbiamo realizzato insieme alcuni progetti di riqualificazione dello spazio esterno: abbiamo dipinto murales e creato nuovi tavoli e una pedana con materiale di riciclo coinvolgendo gli ospiti.

Siamo aperti e disponibili a diverse collaborazioni e vogliamo che questo centro continui a essere un luogo di dialogo e incontro. E, soprattutto, uno spazio per la diffusione della cultura curda in tutte le sue forme, dal ballo al cinema, dalla cucina alla lingua, troppo a lungo negate dal feroce nazionalismo turco che tuttora si oppone al pluralismo e alla diversità”.

 


 

Federica Araco

23/05/2014

 

 

 

 

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