Egitto, muoversi tra barricate e divieti

//La scritta sul muro  "Aprite la strada!"

Il Cairo. Tre anni dopo la rivoluzione egiziana scoppiata in nome della libertà, l’Egitto sembra ritornare sui suoi passi per quanto riguarda i concetti di libertà e diritti della persona. Da un giorno all’altro sono stati eretti muri e barricate che impediscono la libera circolazione delle persone, nei numerosi posti di polizia e nei comitati di ispezione l’identità del cittadino viene spesso sottoposta a verifica. È vero che la legge sullo stato di emergenza – instaurata a seguito dell’assassinio del presidente Sadat – è stata, dopo trent’anni, finalmente abolita, ma il cittadino resta nel frattempo “sotto accusa” fino a nuovo ordine. Ad oggi i maggiori problemi non sono legati al diritto di spostarsi da un paese all’altro: gli ostacoli al diritto di circolazione non sono solo le barriere artificiali come le frontiere geografiche, ma piuttosto le restrizioni alle libertà civili basilari, al diritto di riunirsi o di muoversi. Sanciti negli accordi delle Nazioni Unite e garantiti nella Costituzione egiziana, questi diritti sono minacciati nel limitato spazio locale, ossia nella vita quotidiana di tutti i cittadini. In nome delle misure di sicurezza, la circolazione e lo spostamento delle persone in ambito urbano diventano sempre più limitati. L’esercito egiziano non cessa di erigere barricate nel centro della città per evitare le manifestazioni vicino agli edifici cosiddetti “di importanza strategica”. Sui muri in calcestruzzo i graffitari hanno apposto i propri tag in spregio ai divieti e ampie superfici sono state letteralmente trasformate. Proprio questi muri testimoniano, oggi, il potere del cittadino di aggirare i divieti e superare le difficoltà nei propri spostamenti giornalieri. Col pretesto della “paura” del movimento dei Fratelli musulmani, e soprattutto in previsione di reazioni di ritorsione, come in seguito alla rivolta popolare del 30 giugno che ha fatto cadere il presidente islamista Mohamed Morsi, si continuano a bloccare molte strade, soprattutto di venerdì e nei fine settimana, per via delle numerose manifestazioni organizzate dai Fratelli musulmani, senza contare il blocco per un anno intero di piazza al-Tahrir, diventata la Mecca dei movimenti di protesta. A questo blocco ha fatto seguito la chiusura della stazione centrale della metropolitana di al-Tahir, per paura che venisse occupata dal movimento islamista. Con le difficoltà del traffico e le crescenti proteste e rivendicazioni sociali nella capitale, il cittadino è costretto, in aggiunta ai consueti problemi del trasporto pubblico, a spostarsi alla stazione Ramses, estremamente congestionata dal momento che è diventata l’unica da cui prendere le coincidenze per le varie destinazioni. Così, anche arrivare al lavoro in orario diventa un problema quotidiano. La decisione di chiudere la stazione centrale della metropolitana è la prima di una serie di misure di vario genere che affrontano in modo superficiale i problemi senza però risolverli a fondo. Yehia Shawkat, attivista della società civile (dell’Iniziativa Egiziana dei Diritti Personali [EIPR]) spiega così la nuova decisione di vietare l’importazione di auto toc-toc (dei tre-ruote usati come mini-taxi), così come la decisione di non rinnovare i permessi per le moto: “Una misura che riflette fino a che punto il governo non tenga conto di una grande fetta della società, che dispone di un reddito limitato e che conta giornalmente su questi mezzi di trasporto, piccoli veicoli che giocano un ruolo importante per i problemi creati da un traffico soffocante”. Shawkat insiste anche sulla mancanza di leggi sulle libertà elementari del cittadino e del suo diritto di circolare per la strada: “ad oggi non esiste alcuna legge che punisca l’occupazione dei marciapiedi – quando i marciapiedi esistono – o che tutelino i diritti dei pedoni”. E aggiunge che da uno studio effettuato recentemente sui diritti dei pedoni, il rapporto con i tassi crescenti di incidenti stradali è legato al fatto che esistono delle strade principali e dei corsi quasi sprovvisti di attraversamenti pedonali, come la strada al Haram, in cui ce ne sono appena tre in otto chilometri, o come la strada panoramica di Maadi, lungo il Nilo (a sud del Cairo). “In Egitto ci ritroviamo con decisioni prese a favore di una classe particolare o di lobby condizionate da interessi comuni, al servizio di commercianti e investitori, senza alcuna strategia che consideri anche il cittadino”.

 

La città espelle i suoi poveri

Nel volume Il capitalismo contro il diritto alla città, David Harvey analizza i legami tra il capitalismo e le disuguaglianze urbane. Nel momento in cui i centri delle città diventano accessibili solo a certe persone, si impongono alcune riflessioni sul “diritto alla città” e il diritto alla mobilità all’interno del paese, in particolare per quanto riguarda le fasce di popolazione più povere e gli abitanti della campagna. Molti attivisti della società civile hanno scoperto il divieto agli operai di accedere alle grandi città turistiche del Mar Rosso, come Sharm el Cheick o Hurghada, a meno che non abbiano un permesso di lavoro. L’ex governatore del Mar Rosso infatti aveva promulgato un decreto che proibiva categoricamente l’accesso alla città per lavoro a meno di avere un permesso. L’attivista Mohamed Abdel Azim, avvocato del centro egiziano per la riforma civile e legislativa (ECCLR), sottolinea come questa situazione faccia sì che gli abitanti delle bidonville, come la regione di al Doweiqa, esitino a mostrare la propria carta d’identità nei centri di polizia sparsi nella città.

Così come esiste una tribù intera del Sinai – al-Azazma – che basa la propria esistenza su un documento di residenza, come se fosse composta da stranieri. E’ in atto una tendenza a sbarazzarsi dei poveri della città, che siano gli abitanti delle bidonville, o quelli che emigrano dalla campagna. Abdel Azim ricorda un aneddoto ben noto il cui protagonista è un candidato alle elezioni legislative del 2005 che ha proposto nel suo programma un progetto per mettere fine all’esplosione demografica: consiste nella chiusura dei porti del Cairo agli intrusi della campagna e a condizione che quelli invitati vi entrino soltanto con un permesso. È difficile separare il diritto alla mobilità, in particolare lo spostamento dalla campagna verso la città, dalla questione della crisi demografica e dallo sviluppo poiché si tratta, secondo gli osservatori, di un circolo vizioso. L’emigrazione verso la città è il frutto della mancanza di sviluppo della campagna e nell’Alto Egitto gli abitanti della campagna si trasferiscono nelle periferie urbane per mancanza di abitazioni adeguate, formando così le bidonville. Il governo si ritrova con agglomerazioni autonome e manodopera a prezzo ridotto che non gli costa risorse e nemmeno la fatica di trovare una soluzione alla crisi abitativa. E quando arriva l’ora delle elezioni questa “comunità” diventa una massa elettorale più imponente, agli occhi del potere, rispetto agli abitanti dei quartieri chic. E’ per questo che il governo dei business men, appena prima della rivoluzione del 25 gennaio 2011, ha adottato il progetto 2050 sul centro turistico del Cairo che prevedeva di cacciare i poveri dalle loro capanne e trasferirli in abitazioni lontane. Così le bidonville di al Doweiqa o Hékr Abou Douma a nord del Cairo e affacciate sul Nilo, sarebbero diventate aree d’investimento per eccellenza nel pieno centro del Cairo. “Il governo non investe, ma come tutti gli imprenditori, vende agli investitori”, afferma Abdel Azim. E aggiunge: “oggi in Egitto la politica dello sviluppo si basa sulla vendita dei terreni”.

 

Il diritto alla città

Alcune organizzazioni non governative egiziane hanno preso come modello il “diritto alla città” come avviene nei paesi di transizione democratica come il Brasile. Questo appello, lanciato dal filosofo Henri Lefèbvre, e ripreso con forza oggi, risale agli anni Sessanta del secolo scorso e attorno ad esso si sono costituiti diversi movimenti sociali che rivendicano il diritto alla città. La dichiarazione universale del diritto alla città e del diritto all’equità delle risorse mira a rafforzare le rivendicazioni collettive contro l’ingiustizia e l’esclusione sociale o la discriminazione nello spazio urbano. In questo contesto, il Centro egiziano per la Riforma civile e legislativa (ECCLR), in cooperazione con altri organismi, opera per sensibilizzare i cittadini contro ogni discriminazione negli spazi urbani che generi ingiustizia nei confronti dei cittadini o li privi di un uguale accesso alle risorse. Entrano in gioco le lotte politiche tra il capitale e i lavoratori, considerando che a partire dal 2025, il 65% della popolazione mondiale arriverà in città dalla campagna. Gli attivisti si chiedono come i cittadini dovranno agire nei confronti di governi il cui ruolo nel promuovere lo sviluppo consiste nello sbarazzarsi di 1100 bidonville e zone “informali” e portare i loro abitanti in nuovi agglomerati ai margini delle città. Il pensiero di Henri Lefebvre torna oggi di attualità, là dove non si tratta solo dell’accesso alle risorse urbane o all’abitazione, ma richiama soprattutto il diritto “a cambiare noi stessi cambiando la città in modo da renderla più conforme ai nostri desideri più cari”.

 

I sacrosanti visti

In questo contesto di privazione del diritto alla città, al lavoro e alla casa nel proprio paese, il sogno del cittadino di oltrepassare le frontiere sembra inaccessibile. Oggi non c’è alcuna possibilità di accedere ai paesi arabi dei petroldollari. Quanto ai paesi dell’Unione Europea, sull’altra riva del Mediterraneo, l’accesso è bloccato da una serie di complicazioni per ottenere qualunque visto, che sia un visto turistico, o per la partecipazione a conferenze, per non parlare del visto di lavoro, completamente bloccato. Ora, dopo la rivoluzione del 25 gennaio 2011, le restrizioni e i limiti per ottenere il visto per l’area Shengen si sono ulteriormente inaspriti e diventano il più delle volte un rifiuto categorico. Non è il caso solo di studenti o di impiegati, ma persino di personaggi che ricoprono ruoli importanti in Egitto. Una conferma è la testimonianza di Nihal Ibrahim, dirigente di alto livello in una multinazionale con base in Svizzera e il cui lavoro esige di andare e venire frequentemente tra Egitto e Svizzera. “Ho sempre lavorato in multinazionali europee in Egitto e avevo facilità nell’ottenere un visto dopo il Duemila, che fosse per Madrid o Vienna, per una durata che si estendeva a due anni – spiega Ibrahim – ma nel 2003 ho cominciato a lavorare per una società svizzera e avevo bisogno di un visto per i molti viaggi necessari a seguire un progetto regionale, ma ho avuto solo un visto per una durata di sette giorni!”. Mohamed, giovane giornalista, segue dei corsi di francese all’Istituto francese del Cairo e l’anno scorso il suo sogno era di trascorrere una settimana di vacanza durante le festività del 14 luglio a Parigi. Quando ha chiesto il visto per Parigi, gli è stato rifiutato senza fornire alcuna giustificazione, nonostante la sua condizione di giornalista con un lavoro fisso al Cairo. Quanto ai giovani e ai ricercatori di nuovi spazi o di nuove alternative, non hanno nemmeno il diritto di sognare. Afferma l’attivista Yehia Zahra: “Ho l’impressione che si abbia talmente paura dell’immigrazione clandestina da continuare a moltiplicare gli ostacoli e a inasprire le regole per ottenere il visto Schengen, e che si finisca in un modo o nell’altro per aumentare il tasso di immigrazione clandestina”.

//Vedere l’altro attraverso una breccia nel muro

L'arte di superare i muri

In una mostra di fotografie di un gruppo di foto-giornalisti che si è tenuta nel gennaio scorso, il fotografo Ali Hazzae ha puntato il suo obiettivo sull’abilità del cittadino egiziano di adattarsi alle barricate e ai blocchi che impediscono i suoi spostamenti quotidiani, eretti dall’esercito nel centro della città dopo la rivoluzione del gennaio 2011 per evitare le manifestazioni attorno al Ministero dell’Interno. Nelle sue foto si vedono i movimenti agili dei cairoti per superare le barricate. Ali Hazza non si è lasciato sfuggire nulla: ha immortalato i passanti che trovano una breccia per superare il blocco o i giovani che ai piedi del muro giocano a calcio, un uomo che prega o un meccanico che aggiusta un’auto. L’egiziano continua a cercare un’uscita, a sopportare ostacoli, ma è certo che la sua pazienza non può durare ancora a lungo. Perché “quando il popolo vuole un giorno la vita/tocca al destino rispondere/alle tenebre di dissiparsi/alle catene di rompersi”.

 


 

Dina Kabil, giornalista egiziana, è responsabile delle pagine culturali dal 1994 del settimanale egiziano di lingua francese Al-Ahram Hebdo. Collabora con Babelmed dal 2009 e scrive attualmente per il sito libanese Al-muddon. Ha inoltre collaborato, scrivendo articoli culturali, con numerosi giornali egiziani come: il quotidiano Al-Shorouk, in lingua araba, fin dalla sua fondazione nel 2008; il quotidiano al-Badil; Al-Karama (La Dignità); Al-Beit (La Casa), il magazine di design pubblicato da Al-Ahram; Daad, il periodico dell’Unione degli scrittori egiziani; il settimanale indipendente Al-Dostour (La Costituzione); e anche con Al-Fonoune (Le Arti), un mensile del Kuwait.

 


 

logo medit 150x75Traduzione dal francese di Stefanella Campana

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Related Posts

Isteria delle libertà in Egitto

21/08/2014

histerie 110tazzina 30x22traspaLa corruzione del sistema giudiziario e il sabotaggio dei media sono i due elementi più importanti della fine del bagliore democratico intravisto all'indomani della rivoluzione del 25 gennaio 2011, spentosi con il trionfo della contro rivoluzione. Solo ad agosto registrate 102 aggressioni contro giornalisti.

Lettere dal Cairo

26/06/2015

cairo lett 110 110Alessandra ha vissuto 7 anni fa nella capitale egiziana e ha ricordi di una città bella e viva. A Giulia, che vi è tornata da poco, chiede conto se e quanto è cambiata dopo la “Primavera” araba. Da uno scambio di impressioni emerge una realtà complessa, difficile, ma ancora in fermento.

2 B Continued...

03/10/2009

2 B Continued...Studio Emad Eddin Foundation e Orient Productions hanno indetto un bando per “2 B Continued_Laboratorio & Festival seconda edizione” (Danza Contemporanea), dal 15 ottobre al 15 dicembre 2009.