Hala Alabdalla, creatrice d’immagini

Occhi color nocciola, cadenza morbida, dietro quest’aria dolce la regista siriana Hala Alabdalla non manca certo di determinazione.


Esiliata in Francia da una trentina d’anni, privata del suo paese dallo scoppio della rivoluzione siriana (marzo 2011), ha per lungo tempo lavorato con i grandi nomi del cinema siriano, i documentaristi Omar Amiralay, Mohammad Malas e Ossama Mohammad prima di realizzare, nel 2006, il suo primo lungometraggio “All’alba dei cinquanta – racconta – ho deciso di fare film miei, avevo bisogno di guardare contemporaneamente il passato e il futuro, di raccogliere tutti i progetti cinematografici che avevo lasciato per strada”.

 

//Hala Alabdalla, «Je suis celle qui porte les fleurs vers sa tombe» («Io sono quella che porta i fiori sulla sua tomba») (Trailer)

 

A metà tra il documentario e il diario, “Je suis celle qui porte les fleurs vers sa tombe” è un racconto ibrido e poetico sull’esilio in Francia, i 14 mesi trascorsi nelle carceri di Hafez Al Assad, il ritorno in Siria prima che il paese sprofondasse nel caos.

Selezionata e premiata a Venezia, la pellicola ha avuto un’accoglienza entusiasta da parte del pubblico. La regista ha partecipato a diversi festival con la sua creazione, accettando inviti, viaggi… a volte addirittura dall’altra parte della periferia: “Ricordo – dice – di averlo presentato a Montreuil a donne arabe, africane, francesi, per la maggior parte analfabete. Si sono messe a commentare le sequenze una ad una con straordinaria finezza. Che emozione!”.

hala parorama 300

 

Per questa donna appassionata, il cinema è un movimento che non dovrebbe limitarsi al prodotto finito del film. Per questo Hala Alabdalla forma anche giovani registi e realizza dei saggi audio e visivi come quello recentemente presentato nell’ambito del PCMMO (Panorama dei cinema del Maghreb e del Medio Oriente): “La donna siriana è una rivoluzione”, un montaggio di immagini, suoni e testi per far sentire le voci femminili del Paese. “Queste donne sono doppiamente calpestate dal sistema e dagli uomini – spiega – e per questo nella rivoluzione hanno mostrato fino a che punto siano attive, determinate, vitali. Voglio provare a mettere in luce la loro esistenza così intensa”.

 

Di fatto le figure femminili sono il cuore della sua produzione. Anche nel “Hé n’oublie pas le cumin” ( Non dimenticare il cumino), 2008, la regista ricostruiva il destino di Sarah Kane, la drammaturga britannica che si suicidò a ventotto anni, e dava la parola all’attrice siro-libanese, Traina Al Joundi, autrice dello spettacolo “Le jour où Nina Simone a cessé de charter” (Il giorno in cui Nina Simone ha smesso di cantare).

Nel suo terzo documentario sulla censura nei paesi arabi “Comme si nous attrapions un cobra” (Come se avessimo catturato un cobra), 2012, è la scrittrice siriana rifugiata in Francia, Samar Yazbek, che si esprimeva al ritmo delle immagini dedicate ai fumettisti egiziani e siriani.

 

//Hala Alabdalla e Farouk Mardam Bey sul set di «Un assiégé comme moi». ©Aq.ManciniSul set del suo prossimo film, “Un assiégé comme moi” (Un’assediata come me) (1) Hala Alabdalla ha riunito un cast particolare: l’editore franco-siriano Farouk Mardam Bey, fine cuoco, invita alla sua tavola dal decoro raffinato e obsoleto i suoi amici, tra cui: Leila Chahid, Ziad Majed, Soubhi Hadidi, Samer yazbek, Darina Aljoundi, Mohammad Al Roumi, Rania Samara, Leila Nadia Aissaoui, Basma Kodmani, Hala Kodmani, etc."Ciascuno di loro si impegna a modo suo a sostenere la rivoluzione siriana, non la abbandona”, spiega la regista. “Questa salvatrice attesa così a lungo per 40 anni di dittatura”. I convitati che rappresentano una generazione solitaria dopo la scomparsa di grandi intellettuali come Samir Kassir, Mohamed Darwich e Omar Amiralay, partiti senza aver potuto assaporare il ribollire della primavera araba, hanno una lunga storia alle spalle: “Tutte le dittature hanno per nemico comune la memoria” sottolinea Hala Alabdalla. “Archivi, fotografie, testimonianze disturbano la versione ufficiale e monolitica dei regimi. I nostri ricordi diventano nelle loro mani una pasta da modellare che non ha più nulla a che vedere con le nostre realtà, le nostre vite, i nostri sentimenti e i nostri sogni”.

 

La realtà della Siria è sotto i nostri occhi anche se ormai le persone preferiscono voltare lo sguardo, non vedere questo bel paese devastato da ogni parte. “Quando il popolo siriano si è alzato in piedi per reclamare la sua libertà e la sua dignità, diritto naturale di ogni popolo, è stato abbandonato e consegnato al suo dittatore”, dice con rabbia la cineasta. “Non capirò mai perché la rivoluzione siriana è stata abbandonata dal mondo arabo e dall’Europa… questo ha permesso ai paesi del Golfo di metter le mani sul nostro paese. Perché sono questi regimi antidemocratici che hanno sostenuto i gruppi salafiti che cercano di deviare la rivoluzione”

 

Aspettando l’uscita dal tunnel, Hala Alabdalla conclude: “Sono orgogliosa dei miei film, sono dei ragazzi di strada, inadatti alla televisione, ad ‘Arte’, alle sale di distribuzione. Sul terreno selvaggio della loro gestazione, la mia guida spirituale è la libertà, è lei che mi autorizza a tagliare le inquadrature e a inseguire il grido che è dentro di me”.

(1) Nel titolo del nuovo film di Hala Alabdalla «Un assiégé come me » c’è un chiaro riferimento alla raccolta recueil di Mahmoud Darwich «Ne t’excuse pas».


Nathalie Galesne

Traduzione dal francese di F.Araco

04/07/2014

 

 

 

 

 

 

 

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