Isteria delle libertà in Egitto

ban 545 articoli bab cafe ITA

Isteria delle libertà

La corruzione del sistema giudiziario e il sabotaggio dei media sono i due elementi più importanti della fine del bagliore democratico intravisto all'indomani della rivoluzione del 25 gennaio 2011, spentosi con il trionfo della contro rivoluzione. Non appena l'opinione pubblica egiziana e internazionale si è rimessa dalla condanna a morte lo scorso agosto di 183 partigiani dei Fratelli Musulmani, ecco che tre inviati del canale tv Al Jazeera sono stati condannati a 7 anni di prigione per avere sostenuto un'organizzazione terroristica che i media hanno chiamato la “cellula Marriott”. Prima e dopo questi due avvenimenti, gli arresti si sono susseguiti nell'ambito di detenzioni preventive generalizzate a tutti gli oppositori, con un solo capo di accusa : “infrazione della legge sulle manifestazione”. I numerosi processi segnati da vizi di procedura e da oltraggi alle convenzioni internazionali sui diritti umani, hanno spinto una responsabile della delegazione internazionale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite a definire i processi collettivi in Egitto una “parodia di giustizia”. Secondo Mokhtar Mounir, avvocato e attivista presso l'AFTE (l'Associazione per la libertà di pensiero e di espressione) : “L'indipendenza della giustizia, tanto rivendicata dal 2006, non è più all'ordine del giorno. Oggi, si cerca di proteggere il potere che ormai ha infiltrato agenti in tutte le istituzioni legislative, giuridiche e mediatiche del paese per servire i suoi vari scopi”.

 

Vendicarsi dell'opposizione

//Abdelfattah Al-SissiDal momento che il potere vuole vendicarsi dei Fratelli Musulmani, la giustizia si ingegna per mettere in atto questa vendetta. Soprattutto dopo che le autorità hanno dichiarato guerra alla confraternita definendola un'organizzazione terroristica e stigmatizzandola presso l'opinione pubblica. Mokhtar Mounir sostiene che i giudici non ricevono più ordini o direttive, provano loro stessi a vendicarsi dell'opposizione pronunciando verdetti che rischiano di compromettere il regime stesso, come si è visto con il caso della “cellula Marriott”. In risposta alle critiche e alle intercessioni internazionali ricevute per questo affare che ha fatto scalpore, il presidente Abdelfattah Al-Sissi ha dichiarato alla stampa che avrebbe voluto espellere i giornalisti di Al Jazeera prima della sentenza, e nonostante abbia assicurato di non essere intervenuto nel lavoro dei giudici, si è detto rammaricato per la cattiva luce che il caso ha gettato sull'Egitto.

Il caso che ha coinvolto l'australiano Peter Grest, l'egiziano-canadese Mohamed Fahmy e l'egiziano Baher Mohamed ha suscitato un gran polverone alle Nazioni Unite. Gli imputati accusati di aver divulgato false informazioni e video truccati e di far parte di un'organizzazioni vietata, sono stati condannati dai 7 ai 10 anni di carcere duro. Secondo Mokhtar Mounir solo la vendetta può spiegare questa sentenza shock e vizi di procedura che la segnano. Per Aïda Seïf Daoula, medico e attivista dei Diritti Umani al Centro Nadim per il trattamento delle vittime di tortura, si tratta di una mera applicazione di istruzioni politiche. Lo prova la sentenza stessa del caso della “Cellula Marriott”, dove si legge che il giudice – che per altro ha impedito agli avvocati di discutere la difesa – si è basato su intime convinzioni e non sulle carte del processo. Togliendo così una parte essenziale al processo, il giudice è quindi riuscito a sentenziare come auspicavano i politici.

E invece, a che punto sta lo scandalo internazionale di cui si preoccupava tanto il regime prima della rivoluzione, ai tempi di Mubarak ? Moktar Mounir, che segue da vicino ogni affronto alla libertà di espressione e ai diritti umani – si pensi all'arresto di migliaia di studenti che fanno parte dell'opposizione, e in particolare dei Fratelli musulmani – precisa che il potere sa benissimo che i suoi attacchi ai diritti umani e i pesanti verdetti hanno suscitato accese critiche e fatto esplodere uno scandalo internazionale; nonostante tutto persevera con il pretesto di combattere il terrorismo, soprattutto da quando la confraternita dei Fratelli musulmani è stata dichiarata organizzazione terroristica e stigmatizzata dai media al punto tale che la politica repressiva del regime ha perfino ottenuto la benedizione popolare evitandogli così di dover attuare riforme economiche e sociali.

 

//Mohamed Morsi Il tempo degli oltraggi alla libertà dei giornalisti

Dal punto di vista della libertà di espressione, in particola della libertà dei media, si osserva una generale recrudescenza dei tentativi di imbavagliare le voci che disturbano e di impedire il sano svolgimento dell'opinione pubblica. Da quando hanno destituito il presidente Mohamed Morsi il numero dei giornalisti detenuti è salito a 68. Bisogna anche segnalare come ci si cura poco dello stato di salute dei detenuti, pensiamo ai due giornalisti di Al-Jazeera, per citarne solo due, Mohamed Sultan e Abdallah Chemi. Quest'ultimo è stato rilasciato per ragioni di salute dopo uno sciopero della fame, invece Mohamed Sultan non riceve alcuna assistenza medica dopo più di 300 giorni di sciopero della fame. Coinvolto in un affare giuridico politico, è stato accusato di far parte del gruppo di comando dei Fratelli musulmani durante l'evacuazione del sit-in di piazza Rabaa Al Adaouia.

L'Associazione per la libertà di espressione e di opinione ha notato nel suo rapporto dello scorso maggio che negli ultimi cinque anni, il 2013 è il peggiore dal punto di vista degli oltraggi flagranti alle libertà di espressione. Queste violazioni sono progressivamente aumentate fino a luglio. Inoltre, nel suo rapporto sulle libertà dei media, il Centro di assistenza alle tecnologie dell'informazione (Support for information technology center) ha notato che il tasso di oltraggi alla libertà dei giornalisti è più alto dal 2011 visto che si sono osservati 150 casi di arresto e detenzione di giornalisti. Agosto è stato il mese in cui i giornalisti sono stati più colpiti: è il mese dell'evacuazione dei sit-in di Rabaa Al Adaouia al Cairo e della piazza Nahda a Giza. Nel solo mese di agosto sono state registrate 102 aggressioni: pestaggio, detenzione, ostacolo al lavoro investigativo e giornalistico, distruzione di materiale audiovisivo e informatico, confisca di documenti e trasferimenti davanti a tribunali militari, sono alcune delle forme che può adottare l'aggressione del regime nei confronti del giornalista. Ma la svolta nella molestia di questo ceto professionale è arrivata quando si è deciso di trattare il giornalista come un cittadino comune sottomesso alla “legge sulle manifestazioni” (adottata nel novembre 2003, impedisce ogni forma di raggruppamento o protesta pacifica senza la previa autorizzazione), e non più come professionisti che si trovano sul luogo di un evento da raccontare. Proprio questo accade il 14 agosto dell'anno scorso a Mohamed Abou Zid, conosciuto come Choukèn. È stato accusato di aver violato la legge sulle manifestazioni. Non si è preso in considerazione il fatto che si trovasse sul posto per seguire l'evento in qualità di giornalista. Dieci mesi dopo, sta ancora marcendo in prigione.

Secondo Moktar Mounir, la morte di un fotografo del giornale Al Mesri Al Yaoum, Khaled Houcine, abbattuto dalla polizia, dimostra che il professionista è stato trattato come un membro dei Fratelli musulmani solo perché si trovava dalla loro parte mentre seguiva l'evento. I rapporti degli attivisti per i diritti umani sono stracolmi di esempi di giornalisti detenuti, disturbati, minacciati, a cui si è voluto impedire perfino di fotografare i seggi elettorali deserti durante le ultime elezioni presidenziali.

Questi incidenti sono la prova delle dimensioni che ha preso questo oltraggio generalizzato ai principi democratici. Dal 30 luglio si colpisce la libertà e l'indipendenza dei media, uno dei principali diritti, punto nevralgico della costruzione di una democrazia moderna.

La psicologa Aïda Seïf Daoula vede nell'aggressione dei giornalisti e di tutti quelli che osano fare domande o svelare realtà oscure, la volontà del regime di scartare e isolare ogni voce che esca dal coro. Riassume così la situazione attuale: “Dal 30 luglio a oggi, il potere si appoggia su un'isteria collettiva che dipinge i rivoluzionari e prima ancora i Fratelli musulmani come un pericolo e una minaccia per la stabilità del paese. Con la speranza di dimostrare una popolarità in realtà fasulla, come lo abbiamo visto nelle ultime elezioni presidenziali”. Questa patologia collettiva è nata, secondo la psicologa, dall'esistenza stessa di una maggioranza oppressa e schiacciata, che si sfoga su un capro espiatorio, presentato come il diavolo in persona. “Ogni altra voce che si farebbe sentire al di fuori del coro porterebbe certa gente a farsi due domande. Ora, farsi due domani è vietato. Per questo regime è un tradimento a tutti gli effetti”.

 


 

lg versione arabaDina Kabil

Traduzione dall'arabo al francese Jalel El Gharbi

Traduzione dal francese Matteo Mancini

 

 

 

 

 

Related Posts

A marzo elezioni parlamentari in Egitto

15/02/2015

egy-ele 110xxx yyyUn calendario è stato finalmente stabilito per le attese consultazioni che si svolgeranno dal 22 marzo fino alla fine di aprile. (Ebticar / Mada Masr)

Cani del Sistema

23/08/2010

Cani del SistemaIn un paese come l’Egitto, in cui il 32% degli abitanti ha meno di 14 anni e l’età media non supera i 24, sarà difficile sciogliere il popolo ed eleggerne un altro, così da sospendere il cambiamento in eterno. Anche se Khaled Said non tornerà più.

I partiti egiziani uniti sotto lo slogan: "No ai militari al potere"

09/09/2013

egy sisi 110

 

Movimenti islamici come i Fratelli Musulmani, Salafiti, i laici e di sinistra come Kifaya, Ghadd, 6 Aprile un tempo divisi, ora chiamano il popolo egiziano per una nuova rivolta contro Sisi, “il nuovo Mubarak”. Ma il popolo egiziano, il 70% secondo il quotidiano Ahram, non sembra attratto dal mito rivoluzionario.