3. Migranti e Mediterraneo

//La vignetta uscita su Il Manifesto il 3 ottobre disegnata da Mauro Biani.Lampedusa è l’isola più militarizzata d’Italia e negli ultimi anni è diventata il triste simbolo della negazione della dignità umana di migliaia di migranti, profughi e richiedenti asilo reclusi nel Centro di Permanenza Temporanea, illegalmente respinti verso i paesi di partenza o tragicamente annegati nel tentativo disperato di raggiungere le sue coste.

Qui, negli ultimi 15 anni, sono approdate più di duecentomila persone. Insieme a Cipro e Malta, questo piccolo scoglio di roccia calcarea di appena 20 chilometri quadrati rappresenta l’ultimo avamposto della Fortezza Europa nel cuore del Mediterraneo. Isola di frontiera, passaggio obbligato sulla rotta del nord Europa, Lampedusa si è negli anni trasformata in una prigione in cui migliaia di persone hanno atteso per settimane, a volte mesi, che le commissioni si riunissero per decidere della loro sorte.

La progressiva esternalizzazione dei meccanismi di controllo delle frontiere dell’Unione, da Frontex a Frontex Plus, ha portato a sistematiche e gravissime violazioni dei diritti umani sia qui che altrove.

Nei numerosi dibattiti dedicati a questo tema sono state analizzate e denunciate le conseguenze disastrose delle politiche europee di immigrazione e asilo sui cosiddetti “paesi terzi” e le condizioni di accoglienza indegne nei territori “ai confini dell’impero”. Tra le zone più a rischio, rientrano alcuni paesi della costa sudorientale della Sicilia, come Pozzallo, dove ogni giorno avvengono nuovi sbarchi, Ceuta e Melilla e il fiume Evros, tra Turchia e Grecia.

Le proposte avanzate per contrastare queste strategie criminali si basano essenzialmente sul lavoro congiunto di chi, nel nord e nel sud del Mediterraneo, reclama giustizia per le migliaia di persone decedute o scomparse (i “nuovi desaparecidos”) denunciando i responsabili di queste stragi. Sul banco degli imputati, finiscono gli Stati, che approvano e supportano le restrizioni UE, e le reti criminali internazionali che lucrano sull’innalzamento dei muri gestendo illegalmente l’enorme e proficuo traffico di esseri umani.

I portavoce dei diversi laboratori si sono confrontati con i parlamentari europei e nazionali presenti, tra cui, solo per citarne alcuni, l’eurodeputata Cecile Kyenge (D&S), il deputato Khalid Choauky (PD), l’europarlamentare spagnola Marina Albiol (Izquierda Unida) e la svedese Malin Bjiork (Vänsterpartiet).

Per cambiare la situazione, è stato chiesto loro di: creare un corridoio umanitario per consentire l’accesso immediato, legale e sicuro a chi scappa da guerre e persecuzioni; semplificare il sistema dei visti; proseguire e incrementare l’operazione Mare Nostrum per il salvataggio delle imbarcazioni in avaria (che nel 2014 ha salvato 130mila persone); istituire commissioni di inchiesta nei diversi paesi per identificare le responsabilità sulla scomparsa forzata e sulla morte dei migranti; ottenere trasparenza sui dati raccolti da Frontex su accessi, decessi, incidenti e dispersi e creare procedure internazionali per l’identificazione dei corpi.

Un incontro organizzato dall’Associazione Carta di Roma ha concluso il dibattito, ricordando come le migrazioni siano parte integrante della storia dell’umanità e come il linguaggio emergenziale e spesso denigratorio usato da gran parte dei media mainstream e degli esponenti politici, soprattutto in Italia, di fatto neghi questa ovvietà. La responsabilità dei giornalisti è ancora più pesante perché l’uso improprio di alcuni termini ( come “clandestini”, “invasione”, “emergenza”…) contribuisce in modo determinante alla costruzione di rappresentazioni distorte e strumentali di un fenomeno assai più articolato e complesso.

 


 

Federica Araco

 Ottobre 2014

 

 

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