Per ricordare lo sterminio del popolo rom

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In occasione della Giornata della Memoria, martedì 27 gennaio alle 10,00 la Coalizione Italiana Libertà e Diritti Civili, la Commissione straordinaria per la tutela e promozione dei diritti umani del Senato, in collaborazione con l’Associazione 21 luglio, organizzano a Roma l’incontro Lo sterminio del popolo rom nel nazifascismo e la nuova intolleranza.

Tra il 1939 e il 1945 i rom e sinti di tutta Europa furono perseguitati dalle forze dell’Asse sulla base di una presunta inferiorità razziale sostenuta dai diffusi pregiudizi sociali antizigani. In lingua romanì questo programma di sistematico sterminio è indicato con il termine “Porrajmos”, o “Porajmos”, che significa “devastazione”, o con la parola “Samudaripen”, letteralmente “tutti morti”.

“Anche se non è possibile determinare esattamente cifre o percentuali, gli storici ritengono che i Tedeschi e i loro alleati abbiano ucciso circa il 25 percento dei rom europei. Dei poco meno di un milione di Zingari che vivevano in Europa prima della guerra, [….] ne uccisero almeno 220mila”, leggiamo nell’Enciclopedia dell’Olocausto.

Secondo Giorgio Giannini (inVittime dimenticate, lo sterminio dei disabili, dei rom, degli omosessuali e dei testimoni di Geova, Viterbo, Nuovi Equilibri, 2011), i rom e sinti sterminati durante la Seconda Guerra Mondiale sono stati circa 500mila.

In Germania, il Regime costrinse migliaia di rom all’internamento e al lavoro forzato. Ad Auschwitz-Birkenau,, le autorità tedesche crearono un apposito settore chiamato “il campo delle famiglie zingare”, dove trovarono la morte circa 23mila persone. Circa 30mila rom e sinti, tra adulti e adolescenti, furono rinchiusi e uccisi nei campi di concentramento in Polonia (a Sobibor, Belzec e Treblinka) e molti di loro furono sottoposti a sperimentazioni pseudoscientifiche.

Nei Paesi baltici e in altre aree ex sovietiche occupate dal Reich le vittime di etnia rom e sinta sono state circa 30mila. In Serbia le “unità mobili di sterminio” uccisero uomini, donne e bambini in operazioni di fucilazioni di massa oppure stipandoli all’interno di furgoni in cui poi veniva immesso il gas. Le stime variano dalle mille alle 12mila persone. Nella Francia collaborazionista, tra il 1941 e il 1942 la polizia internò tra i 3mila e i 6mila rom mentre in Romania – alleata di Hitler – tra il ’41 e il ’42 circa in 26mila provenienti dalla Bukovina e dalla Bessarabia, ma anche dalla Moldova e da Bucarest, furono deportati in Transnistria. Migliaia di loro morirono per malattie, fame o a seguito dei brutali maltrattamenti subiti durante la prigionia.

In Croazia fu trucidata l’intera popolazione rom, circa 25mila persone, per la maggior parte nel sistema di campi di concentramento di Jasenovac.

Le prime disposizioni per la persecuzione e l’internamento per gli zingari in Italia risalgono al settembre 1940. Con una circolare telegrafica indirizzata a tutte le prefetture del Paese si ordinava il rastrellamento “di tutti gli zingari”, nel minor tempo possibile e provincia dopo provincia, a causa dei loro “comportamenti antinazionali e alle loro implicazioni in reati gravi”.

Non si hanno stime esatte sul numero delle vittime, ma testimonianze di rom sopravvissuti parlano di campi di detenzione ad Agnone, Teramo, Campobasso, Viterbo, Roma (provincia), in Sardegna e alle isole Tremiti.

Dopo la Guerra, la discriminazione contro i rom continuò in tutta Europa e solamente nel 1979 il Parlamento della Germania Occidentale riconobbe ufficialmente la persecuzione subita da questa minoranza per mano dei nazisti, ammettendo che fosse motivata da pregiudizio razziale.

 


 

Il programma dell’incontro

Introduce: 
Luigi Manconi, presidente della Commissione per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato

Coordina: 
Patrizio Gonnella, presidente CIld

Partecipano: 
Stefano Pasta, Università di Milano - "L'Europa nazista e i rom. Una storia dimenticata"

Luca Bravi, Università di Chieti - "L'Europa del Porrajmos/Samudaripen. Ascoltare oggi"

La voce dei testimoni:
Ernesto Grandini
Antonio Galliano


Conclude:
Carlo Stasolla, presidente Associazione 21 luglio

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