“Away from home”

away 280La migrazione dalle zone rurali verso le aree urbane della Turchia, e dalle parti orientali a quelle occidentali, ha cominciato a diffondersi nei primi anni Ottanta. L’industrializzazione ha escluso i giovani agricoltori dal ciclo produttivo e la gente ha cominciato a spostarsi nei centri urbani per cercare nuove fonti di reddito. Il fenomeno continua ancora oggi: ogni anno, migliaia di persone si lasciano alle spalle le proprie case in villaggi fantasma per trasferirsi a Istanbul, Ankara e altre metropoli.

 

A questo spostamento, negli anni Novanta si è aggiunta la migrazione forzata legata al conflitto tra il governo turco e il PKK, che ha cambiato profondamente la struttura sociale delle principali città del Paese. Due milioni e mezzo di persone provenienti da quasi 4mila villaggi dell’Anatolia orientale e sudorientale sono emigrate a ovest, causando molti morti e l’impoverimento sia delle città che delle campagne.

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“Circa cinque anni fa, ho cominciato a documentare le condizioni di vita degli abitanti di Eminönu e Küçükpazar, due zone di Istanbul”, racconta il fotografo Kursat Bayhan. “Il progetto Away From Home racconta la storia di un gruppo di migranti interni che abitano proprio in queste aree.

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Molti fanno lavoretti giornalieri, perché non hanno un livello di istruzione superiore. Raccogliere spazzatura e vendere rottami sono occupazioni comuni, che garantiscono circa 200 dollari al mese. Circa un quarto dell’incasso viene speso per pagare l’affitto; gran parte dei pochi soldi rimasti viene mandata ai famigliari, che vivono in campagna. Quasi tutte le case a Istanbul hanno solo una stanza, elettricità e acqua limitate, e sono condivise da circa dieci persone. Solo pochi fortunati sono in grado di guadagnare abbastanza per portare le proprie famiglie a vivere con loro in città”.

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Kursat Bayhan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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