Sacchi d'argento buttati sugli scogli

La figura dei migranti abbandonati. Una delle immagini, direbbero alcuni – e ci pare perlomeno banale, vista la situazione – in quanto “figura emblematica” o “simbolica” dei poveri, migranti, arrivati dal corno d’Africa. Certo ci tocca, ci impressiona. Ma al tempo stesso sembra svolgere un ruolo tipico delle immagini dei media attuali: sono immagini dense, in senso tecnico; in grado cioè di assorbire e fare lavoro di sintesi e di condensatore. Di condensare appunto, al tempo stesso, sul piano del contenuto  e delle narrazioni. Con gli estremi e i luoghi comuni più crudeli: i temi e i valori, la fine della solidarietà; i valori e le passioni; ancora, affetto contro indifferenza, distacco. E al tempo stesso il discorso del “li abbiamo abbandonati lì”, senza più alcun dubbio o possibilità. Ma anche: arrivano come se si trattasse di materiali, sì, umani, ma alla deriva. E poi ecco il piano che, forse, ci tocca di più, in quanto punto di vista espressivo e percettivo. 

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Non voglio certo qui giocare sulla tragedia e sproloquiare/speculare, o fare arzigogoli semiotico-estetici su un dramma epocale in atto. Ma quel che conta qui è anche l’indubbio effetto espressivo e plastico/figurativo. O meglio, è quello ci colpisce forse non immediatamente, ma che ci lascia letteralmente allibiti. L’immediatezza è quella degli sguardi dei disperati, degli sguardi e dei racconti; qui invece, in queste immagini, vediamo dei sacchi di argento, coperte in alluminio che vengono distribuite, è vero, nelle situazioni di emergenza, quando i poveri, i disperati, vengono raccolti dal mare, portati sulle ambulanze. Titolo: confine degli “scogli dei balzi rossi, ponte San Ludovico”. Patto di Schengen. E suo mantenimento, o sospensione, provvisoria. Dice un ascoltatore di radio Tre, fra i tanti che intervengono, “la situazione di queste immagini è surreale, per la prima volta, in vita mia, non ho parole”. Ecco, l’essere senza parole di questa immagine. La sua sospensione. Vedere questi poveri trasformati in sacchi di argento, buttati lì. Come se fossero rifiuti dal mare. In passato un maestro del pensiero critico europeo, Jean Baudrillard, ebbe ad affermare – con quello spirito provocatorio e situazionista che gli era proprio, ma ce ne fosse ancora in giro – che, in occasione delle rivolte delle Banlieues in Francia, le auto bruciate rappresentavano il “monumento al Migrante ignoto”. Bene, oggi questa immagine, o meglio questa scena, situazione, appunto, rappresenta un caso che potrebbe essere oscenamente esemplare per l’arte contemporanea.

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Natura, corpi, oggetti, materiali, sito: per rappresentare, congelato, il tragico di oggi. Alcuni dicono che l’arte contemporanea oggi non fa, continuamente, nient’altro: che dire, mostrare, esibire, congelato, l’accaduto della storia, o della politica. Dal genocidio dei Tutsi ai Migranti. Ma non è questo il punto che vorremmo veramente sottolineare qui. Il punto è un altro. Si tratta del nodo fra estetico e politico, fra efficacia, ancora, delle immagini, ed efficacia delle azioni. Il punto è che queste immagini rappresentano perfettamente lo scacco totale che è, al tempo stesso, ancora una volta politico e percettivo: blocco, impotenza, fornire una coperta (di alluminio, in altri tempi un “pannicello caldo”), oggi la tecnologia minimamente aiuta, e il design e i materiali sono quelli del “rischio” e “delle emergenze”. E lasciarli lì, nel limbo delle rocce del confine/non confine. Altro che metafora del “Lost in translation”!, qui ci troviamo di fronte a un “abbandonati in sospeso”. Come detriti, rifiuti su scogli dopo la mareggiata. Detriti di questo mondo che produce le sue crisi e  le sue guerre.

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Le metafore che, ricordiamo, sono sempre, al contempo, tecnologia e politica, di solito sono finora state: “corridoi” umanitari; “centri” o spazi (paradossali) di accoglienza provvisoria/permanente, per identificazione/rimpatrio; al massimo “enclaves”. In generale “frontiere” mobili che sono operazioni (frontex) dopo un “Mare nostrum”. Ora sono i resti a dominare: in sacchi d’argento: contenitori, involucri per corpi. l’ipocrisia anche nel design e nell’oggetto tecnologico. Pannicello anti freddo, alluminio. L’altra notizia è che la polizia italiana e Crs francesi, fra uno Schengen sospeso/non sospeso, schierati, stanno (con le buone) convincendoli a spostarsi alla stazione di Ventimiglia, per l’assistenza della Croce rossa. Il meglio è il pannicello caldo in una stazione. Ora ci resta negli occhi l’argenteo, il mare e gli scogli scuri: perfetto, allibiti senza parole. Viene in mente un’ultima opposizione: quella con ben altre immagini; quelle prodotte in modo “seriale” e pseudo-professionale da tecnici della comunicazione con tanto di account e graphic designer e content manager, di Daesh e Isis. Che c’entra? C’entra, c’entra: con la densità figurativa, ancora una volta: da un lato le immagini iper-costruite, fin quasi, come è stato detto, alla serie e alla fiction, con tanto di sigle da videogiochi e riassunti-delle-puntate-precedenti; dall’altro queste persone trasformate in sacchi lasciati sugli scogli. Un’opposizione che è ora sia di racconto che figurativa, anche forzata, ma proprio per questo effetto prodotto dei media: fra il disastro dei migranti (la situazione attuale) e il racconto di una guerra che loro proclamano e vogliono contro l’occidente, e di cui usano e sfruttano, in modo anti-frastico, immagini e formule narrative.

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Federico Montanari

18/06/2015

Articolo ripreso da:

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