Luca Rastello, una voce libera ci ha lasciato

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Brillante, ironico, molto colto. Operatore sociale, ottimo giornalista e scrittore di libri impegnati. Luca Rastello è stato inviato di Diario, ha diretto Narcomafie, Indice dei libri del mese, Osservatorio Balcani e Caucaso, ha lavorato per l’Espresso, D di Repubblica, nelle redazioni di Repubblica a Milano e Torino. Impegnato in molte battaglie umanitarie, una passione politica che l’aveva portato ad appoggiare il movimento No Tav, non si è mai fermato, anche con viaggi in Caucaso, Asia centrale, Africa, Sudamerica, nonostante la terribile sentenza. Ha lottato per oltre dieci anni contro il cancro “che avrebbe preteso che mi occupassi di lei e non di me. Ma io l’ho fregata la nemica”, diceva Luca Rastello che si è spento a 54 anni. In un messaggio intimo di speranza scritto alle amate figlie Elena e Olga “Non ci si deve rassegnare. C’è sempre la possibilità di cambiare la realtà, un compito cui non dobbiamo mai rinunciare”. Lui, l’ha fatto scrivendo reportage coraggiosi, come quando per il “Diario” ha condiviso per 15 giorni la vita con gli ultimi che popolano le fogne di Bucarest. E con i suoi numerosi libri: “Piove all’insù” (Bollati Boringhieri 2006), sugli anni Settanta, la storia della sua generazione, in un confronto con la generazione precedente negli anni di piombo, con elementi autobiografici. Negli anni ‘90 è stato coinvolto come reporter nella guerra della ex Jugoslavia, e come operatore sociale ha organizzato convogli umanitari e creato un comitato di accoglienza per i profughi della Bosnia – lui stesso ne ha salvati e ospitati a casa sua nel Canavese - da cui ha tratto il libro “La guerra in casa” (Einaudi). Sul narcotraffico ha scritto “Io sono il mercato” (Chiarelettere) e sui diritti dei rifugiati, degli immigrati “La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani” (Laterza 2010).

 

rastello 200bisIl suoi ultimi lavori: “Binario morto”, sulla TAV (Chiarelettere 2012) e il romanzo “I buoni” (Chiarelettere 2014), una denuncia sul mondo del volontariato di professione, del no-profit, di cui ha raccontato i tanti compromessi cui vengono costretti i “professionisti” del bene. Un romanzo che ha suscitato molte polemiche e fatto discutere perché dal protagonista e dal contesto in cui è inserito il protagonista don Silvano appare molto riconoscibile don Luigi Ciotti, fondatore del gruppo Abele, Libera, prete anti-mafia con cui Rastello aveva lavorato. Critiche e riferimenti che lui ha respinto, spiegando che i protagonisti del libro sono archetipi di un impero caritatevole dove dentro c’è anche autoritarismo, narcisismo, la non coincidenza tra parole e azioni, spregiudicatezza negli aspetti economici, dimenticando i diritti dei lavoratori con l’alibi della motivazione. Luca Rastello, che quel mondo l’ha conosciuto da vicino, non ha avuto timore ad affrontare aspetti difficili, come il marketing sociale, il potere su chi aiuta, “un potere che quando si innescano i meccanismi del carisma, del narcisismo, può diventare sleale. Ho voluto raccontare un male che è ovunque e che io per primo porto dentro. Credo che don Silvano siamo tutti, almeno in potenza. A me interessa stanare il male che si annida nel mondo, anche nel mondo che ho descritto. La mia non è un’operazione distruttiva, non voglio dire che tutto il volontariato sia tutto malato. Dobbiamo poter criticare il mondo solidale che funziona secondo criteri neoliberisti, devoto al marketing e al profitto, che vende un brand come fosse un’azienda”.

 

Sono molti a condividere il giudizio del critico Goffredo Fofi su Internazionale: “Scompare la voce libera di una persona di eccezione”, elogiandone la limpidezza morale, la franchezza delle sue polemiche, la bravura tecnica di giornalista, il talento, l’onestà intellettuale. Un parere che condivido anch’io. Ho conosciuto Luca Rastello in un viaggio di lavoro in Tunisia (come giornalista de La Stampa) e la sua simpatia e cultura erano trascinanti. In occasione di un progetto dell’Istituto Paralleli (a cui collaboravo per l’informazione) con l’Università di Torino, lo avevamo coinvolto insieme ad altri giornalisti, per un’analisi su come i media piemontesi trattavano il tema degli immigrati e fui poi molto contenta di presentare il suo saggio coraggioso e critico nei confronti della politica europea e dei respingimenti “La frontiera addosso. Così si deportano i diritti umani”. Ci mancherà la sua voce libera, ma i suoi libri non ce la faranno dimenticare.


Stefanella Campana

13/07/2015

 

 

 

 

 

 

 

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