Italia, terra di desaparecidos

Madame Cherbi ha perso la testa. Da quando Youssef è partito, nel 2011, nessuno riesce a farle distogliere lo sguardo inebetito dalla sua fotografia. Come restituirle suo figlio, imbarcato su una spiaggia di Sfax verso la Sicilia, una sera d’estate, di cui si è persa ogni traccia?

Quello di Youssef non è un caso isolato. In Italia, mancano all’appello migliaia di persone. Che ne è stato di loro? Sono finite in fondo al mare, nei circuiti criminali, oppure, i più fortunati, hanno raggiunto quel nord Europa che fa ancora sognare?

//Il viaggio, disegno di un allievo della scuola italiana di Asinitas. (Fortress Europe)Impossibile rispondere con precisione ai tanti interrogativi rimasti in sospeso. Anche gli osservatori più esperti hanno difficoltà a valutare l’entità del fenomeno: «Quanti naufragi hanno avuto luogo senza che noi lo sapessimo?», si chiede il giornalista Gabriele Del Grande, fondatore del blog Fortresse Europe, che dal 1988 raccoglie tutte le informazioni pubblicate sulla stampa nazionale e internazionale.

Inoltre, rimangono parecchie zone d’ombra sui respingimenti in mare e sui rimpatri forzati dei migranti effettuati dall’Italia prima che fosse condannata, nel febbraio 2012, dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per aver violato il divieto internazionale delle espulsioni collettive.

 

desasparesidos 350bisMigliaia di scomparsi

«È difficile stimare con esattezza il numero di quanti, una volta sbarcati in Sicilia, si sottraggono all’identificazione da parte delle autorità italiane per aggirare il regolamento di Dublino», sottolinea Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas. L’accordo internazionale costringe, infatti, i richiedenti asilo a far domanda nel Paese di arrivo, dove spesso restano a lungo bloccati per via delle procedure burocratiche particolarmente lente. Secondo Forti, nel 2014 su 170mila persone registrate in Italia, 100mila sarebbero riuscite a evitare i controlli della polizia o a fuggire dai centri di accoglienza.

«Si tratta principalmente di siriani ed eritrei che sbarcano sul suolo italiano disperati, pronti a tutto pur di continuare il loro viaggio» spiega. «Spesso è impossibile identificarli se non costringendoli con la violenza e le autorità in genere preferiscono evitare di arrivare fino a quel punto». Le condizioni delle strutture d’accoglienza contribuiscono a spiegare il perché della fuga dei rifugiati. Estremamente provati da traversate epiche, ammassati in condizioni indegne nei CIE (Centri di identificazione ed Espulsione), molti di loro fuggono volontariamente da questi luoghi inadatti ad accoglierli.

Si tratta del tipico «lassismo all’italiana», funzionale in questo caso a sfoltire i ranghi dei nuovi arrivati decisi a ogni costo di raggiungere i Paesi del nord Europa?

Dal 2011 i controlli sono diminuiti. L’allentamentodelle frontiere tunisine e libiche dopo la caduta di Ben Ali e Gheddafi, incaricati dall’Europa di contenere i flussi migratori, hanno spinto migliaia di giovani a imbarcarsi verso Lampedusa. «Chiudere un occhio sulle loro identificazioni ha permesso di decongestionare un sistema di accoglienza saturo e inefficace», spiega Forti, «ma ha, purtroppo, anche contribuito ad arricchire le reti locali di mafiosi e trafficanti, costringendo persone già molto vulnerabili a pagare altri passeurs per raggiungere il resto dell’Europa».

 

desasparesidos 350terUn Paese pericoloso

In Italia, la frattura Nord-Sud complica ulteriormente la questione migratoria. Molte regioni settentrionali hanno già rifiutato l’ingresso ai nuovi arrivati, come la Valle d’Aosta che, lo scorso aprile, ha negato l’ospitalità a 78 migranti, o la Lombardia il cui governatore leghista Roberto Maroni ha addirittura minacciato di bloccare i finanziamenti ai comuni che accolgono rifugiati.

Al contrario, migliaia di richiedenti asilo vivono nel Meridione: la sola regione Sicilia ne ospita 16mila.

«In un Sud economicamente fragile, l’accoglienza dei migranti ha incentivato la creazione di cooperative, e quindi di impiego. Ma il territorio non offre alcuna prospettiva, se non di finire schiavizzati sul mercato del lavoro nero, spesso controllato dalla criminalità organizzata», racconta Forti.

La storia di Mehdi, ventenne tunisino, il cui corpo è stato ritrovato senza vita in una discarica pubblica vicino Napoli, è significativa. «Mehdi non ha voluto ascoltare i nostri consigli. Ha annunciato a sua madre che sarebbe partito quando era già a bordo della barca diretta in Sicilia», racconta sua cugina, ancora sconvolta. «Poi ha trovato un lavoro irregolare presso un cantiere». Per le autorità italiane il giovane sarebbe stato vittima di una semplice rissa, ma secondo il suo amico tunisino, che lavorava con lui, sarebbe caduto da un ponteggio. Come fare a conoscere la verità ora che il suo corpo è stato restituito alla famiglia in Tunisia senza alcuna spiegazione?

«Non abbiamo provato a saperne di più, la morte di mio cugino è diventata un tabù di cui nessuno osa parlare, tanto è immensa la sofferenza di sua madre», aggiunge la cugina.

Agromafia, economia sotterranea, traffici illeciti, tratta di esseri umani fino al commercio di organi… per queste reti criminali i migranti appena sbarcati sono le prede ideali.

La lotta contro la tratta e lo sfruttamento delle lavoratrici e dei lavoratori migranti si intreccia fortemente con la battaglia contro la mafia. A questo da anni si dedica l’associazione Libera che riunisce più di 1600 associazioni, movimenti, sindacati, scuole e università in tutto il Paese.

«Da due anni  siamo impegnati nella campagna Desalamblar contro le morti lungo le frontiere», racconta Monica Usai, responsabile delle relazioni internazionali presso l’Associazione. «Per sensibilizzare l’opinione pubblica, in estate riempiamo alcune spiagge del Paese con delle croci di legno per ricordare i migranti che hanno perso la vita al largo delle nostre coste».

 

desasparesidos 350quaterRidare un’identità alle vittime

Nel suo ufficio situato a due passi dall’Esquilino, quartiere multietnico di Roma, Vittorio Piscitelli esercita la funzione di Commissario straordinario delle persone scomparse presso il ministero dell’Interno. Questa figura è stata creata nel 2007 per far fronte al numero esponenziale di scomparse legate ai flussi migratori.

«Il mio lavoro consiste nel coordinare diversi uffici amministrativi, dalla polizia alle procure, che si occupano di ritrovare persone scomparse. Ma la nostra missione è ardua», sottolinea, «anche perché, al momento della loro identificazione, molto spesso i migranti forniscono false identità, e questo complica enormemente le nostre ricerche».

Dal 1974 al 2014 l’Italia ha registrato almeno 30mila sparizioni, più della metà di minori, di cui due terzi di origine straniera. Lo Stato italiano collabora anche con numerose associazioni per la prevenzione e l’accoglienza dei giovani migranti non accompagnati, il cui numero è elevatissimo. Secondo i dati del ministero del Lavoro e delle politiche sociali diffusi a settembre 2014, nel Paese ci sarebbero 11.010 minori di origine straniera. Tra questi, 2.771, pur essendo regolarmente registrati, risultano attualmente introvabili. Si tratta principalmente di maschi tra i 14 e i 17 anni (7.713 rispetto alle 526 femmine), provenienti perlopiù da Africa e Medio Oriente.

Per prevenire ed evitare la morte di migliaia di persone attuando politiche idonee e una reale azione di salvataggio in mare coordinata con gli altri Paesi dell’Unione, le autorità cercano di ridare un’identità alle vittime. In un certo senso, identificare i morti permette di circoscrivere meglio il numero dei dispersi ancora in vita.

 

desasparesidos 250Lavorare fianco a fianco con le organizzazioni della società civile

La legge italiana dal 2012 permette a chiunque di denunciare una scomparsa presso i servizi competenti. Il prefetto Piscitelli è, dunque, spesso chiamato a lavorare con le organizzazioni internazionali o le associazioni della società civile, come il Forum Tunisien des Droits économiques et Sociales (Forum tunisino dei diritti economici e sociali, FTDES), Terres pour tous e le italiane Penelope, Vite sospese e Psicologi per i popoli.

«All’indomani del naufragio nel quale persero la vita 366 eritrei al largo di Lampedusa, il 3 ottobre 2013», racconta Piscitelli, «siamo stati sollecitati a procedere per il riconoscimento dei corpi dal Comitato 3 ottobre, nato sull’isola appena dopo la catastrofe. I corpi, però, erano rimasti troppo a lungo in acqua e la loro identificazione è stata particolarmente difficile. Abbiamo, quindi, passato il protocollo all’istituto di medicina legale Labanoff dell’Università Bocconi di Milano che ha messo a punto una metologia specifica. Quando riusciamo a far arrivare in Italia i parenti delle vittime per riconoscere i loro cari, un’équipe di psicologi li accompagna e sostiene lungo il percorso. Finora, però, solo la metà delle vittime è stata identificata».

Per poter confrontare il DNA dei naufraghi con quello dei loro parenti, il Commissario speciale per le persone scomparse collabora anche con la Croce Rossa, che tenta di rintracciare le famiglie malgrado l’impossibilità di chiedere aiuto alle istituzioni, sotto il giogo della dittatura eritrea. Nulla è stato, però, ancora fatto per identificare le 900 vittime del naufragio dello scorso aprile al largo delle coste siciliane e non è stata prevista nessuna operazione di ripescaggio dei corpi intrappolati nell’imbarcazione inabissata a 500 metri di profondità.

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L’inerzia dell’Europa

Le ricerche coordinate dal prefetto Piscitelli hanno permesso, nel primo semestre del 2015, di identificare 8.800 persone, di cui 8.200 scomparse nel 2014.

«Questo cordinamento dovrebbe esser fatto anche a livello europeo ma le istituzioni sono inerti e poco disposte a collaborare», commenta critico il funzionario. «Lo scorso ottobre abbiamo organizzato un convegno internazionale sulla questione degli scomparsi al quale la Gran Bretagna non ha nemmeno partecipato, benché il Paese registri il più elevato numero di casi in Europa».

Questa indifferenza dell’Unione è sottolineata anche da Oliviero Forti, che rincara: «Sono esterrefatto dal vedere fino a che punto l’Europa sia totalmente indifferente alla tragedia umanadelle morti in mare. Da quando ha esternalizzato il controllo delle sue frontiere nell’Africa del Nord è chiaro che ora sta usando gli Stati membri del Sud come sentinelle».

 

Né morti né vivi

Intanto, nel Magreb e nel Mashreq, migliaia di famiglie vivono in attesa di conoscere le sorti dei loro ragazzi, né morti né vivi. «Non ci si rassegna al dubbio, all’oblio: si rischia di impazzire», racconta Kamel Belabed, fondatore dell’associazione algerina Annaba che riunisce i genitori di un centinaio di harragas per denunciarne le “sparizioni forzate” presso i tribunali del Paese. «Mio figlio è scomparso nel 2007 e da allora non ho mai smesso di cercarlo», spiega. «Quando penso alle stazioni di controllo e avvistamento, o alle sofisticate tecnologie di Frontex, proprio non capisco come possano esserci dispersi, navi sparite nel nulla e persone di cui si perde ogni traccia».

Secondo lui questi giovani, intercettati dalla guardia costiera tunisina, sarebbero stati trasferiti all’isola di Galite nelle prigioni segrete costruite da Ben Ali per la lotta contro il terrorismo, o in altri centri di detenzione non ufficiali tra Nord Africa e Medio Oriente. «L’imbarcazione con a bordo mio figlio e altre dieci persone non ha lasciato nessuna traccia», racconta Kamel. «Nello stesso anno, un’altra barca con venti persone è sparita con tutto l’equipaggio ma le condizioni meteorologiche erano buone, il mare era calmo e in entrambi i casi non sono stati ritrovati i corpi né è stato dato l’allarme di naufragi. Non c’erano nemmeno resti sul fondale, più volte pattugliato dalla guardia costiera sia algerina che tunisina. Queste imbarcazioni sono forse evaporate?».

Negli ultimi anni è nata una rete informale transnazionale che riunisce organizzazioni in difesa dei diritti umani e associazioni di parenti di migranti scomparsi per far pressione sui singoli governi e sull’Unione europea.

In Italia, il Comitato Nuovi Desaparecidos sta preparando l’istituzione di un’udienza del Tribunale Internazionale dei Popoli per denunciare che le politiche migratorie imposte da Bruxelles costituiscono crimini contro l’umanità. Non a caso si parla di nuovi desaparecidos. «E il riferimento non è retorico né polemico, ma tecnico e fattuale perché la desaparición è una modalità di sterminio di massa, gestita in modo che l’opinione pubblica non riesca a prenderne coscienza, o possa almeno dire di non sapere», commenta Enrico Calamai, ex viceconsole in Argentina che salvò migliaia di persone dalla dittatura di Videla facendole espatriare, oggi portavoce del Comitato. L’associazione offre alle famiglie degli scomparsi un’opportunità di testimonianza e rappresentanza, contribuisce ad accertare le responsabilità e le omissioni di individui, governi e organismi internazionali e accompagna le azioni legali davanti agli organi giurisdizionali nazionali, comunitari, europei e internazionali. 

«Nei documenti della Commissione Europea e della NATO», spiega Calamai, «il migrante viene considerato come un elemento destabilizzante e pericoloso alla stregua del terrorista e molti Stati membri hanno optato per la strategia di respingere i nuovi arrivati per disincentivare ulteriori partenze».

La denuncia delle omissioni di soccorso in mare è un punto centrale del loro lavoro. «Nel marzo 2011, una barca salpata dalla Libia verso Lampedusa con a bordo 72 persone è stata lasciata in balìa delle onde per 14 giorni in un’area ampiamente sorvegliata dalla NATO, malgrado le numerose richieste di aiuto da parte dei passeggeri. Sopravvissero in 9».

Ai dispersi in mare bisogna aggiungere, poi, chi sparisce tra le dune del Sahara o nel Sinai, sulla rotta verso Israele e l’estremo Oriente, spiega il giornalista Emilio Drudi, anche lui membro del Comitato.

«Si tratta principalmente di eritrei e sudanesi, di cui quasi nessuno parla. Le testimonianze dei sopravvissuti spesso sono l’unico modo per conoscere il destino dei migranti che scompaiono durante il viaggio. Chi raggiunge le nostre coste ha denunciato scene di un orrore inimmaginabile: persone bruciate vive perché malate di scabbia, oppure brutalmente uccise dai trafficanti con attrezzi agricoli o a seguito di forti percosse. Molti vengono rapiti dai Rashaida, una tribù beduina, che chiedono alle famiglie riscatti salatissimi. Chi non paga rischia di essere venduto come schiavo, le ragazze come prostitute, o può finire nel traffico internazionale di organi: in alcune cliniche del Medio Oriente, per un rene si è disposti a pagare fino a 20mila dollari. Il giro d’affari è milionario e a nessuno interessa interromperlo, neanche all’Unione europea che, inasprendo i controlli lungo i suoi confini, costringe queste persone ad affidarsi a trafficanti e assassini»

Secondo il rapporto “The human trafficking cycle: Sinai and beyond”, di Meros Estefanos, van Reisen e Rijken (2013), dal 2009 circa 30mila africani sono stati rapiti nel deserto del Sinai e 3mila di loro sarebbero morti nei 15 centri di detenzione illegali gestiti dalle tribù del luogo. Questo traffico è un mercato fiorentissimo che arricchisce militari corrotti, clan nomadi e gruppi jihadisti attivi sul territorio, come Salafiyya Jihadiyya, Ansar al-Jihad e Ansar Bayt al Maqdis. Il 90 per cento delle vittime sono eritree e il restante 10 per cento somale e sudanesi.

E se le istituzioni continuano a non reagire, tocca alla società civile delle due rive del Mediterraneo mobilitarsi.

Dal 2011 la coalizione Boat4people riunisce organizzazioni internazionali e nazionali organizzando missioni in mare per documentare, denunciare e prevenire le violazioni dei diritti dei “boat-people” (http://www.boats4people.org/index.php/fr/ ).

Il Movimento Internazionale Croce Rossa (CICR) aiuta persone lontane a ristabilire legami familiari attraverso il servizio “Tracing” che ricostruisce la sorte dei dispersi occupandosi della raccolta, gestione e trasmissione delle informazioni sui decessi avvenuti nei diversi Paesi.

«L’Unione europea non ha alcuna strategia specifica per coordinare le attività di ripescaggio dei corpi dei migranti in mare», spiega Messaoud Romdhani, del comitato direttivo del FTDES, che chiede giustizia e verità per i connazionali spariti al largo delle coste italiane dal 2011.

«Le inchieste che abbiamo condotto sul terreno in collaborazione con Boats4people evidenziano che la maggior parte dei dispersi sono studenti o laureati, non disoccupati. Circa l’11 per cento dei migranti ha tra i 15 e i 19 anni e più della metà tra i 15 e i 24 anni. L’assenza di supporto istituzionale e sociale alimenta tra i nostri giovani il desiderio di cercare altrove migliori opportunità per il loro futuro. Delle 64.261 persone che hanno attraversato il Canale di Sicilia nel 2011, 27.864 erano tunisini, partiti principalmente da Sfax, Monastir e Zarzis», conclude Romdhani.

 

I 300 giovani scomparsi al largo dell’Italia

Nel marzo 2011, quattro imbarcazioni scomparvero nel nulla con a bordo circa 300 tunisini, come indica la lista dei nomi compilata dai familiari dei dispersi.

Benché l’arrivo sul nostro territorio non fosse provato da indizi certi, «alcuni genitori degli scomparsi, che in quei mesi erano in Italia per cercarli, erano convinti che fossero giunti a destinazione», ricorda Simona Sinopoli, avvocata italiana presidente dell’ARCI Roma. «Ci mostrarono alcuni video e le foto di altri passeggeri, tutti ben visibili e riconoscibili e che, secondo loro, sarebbero sbarcati sul suolo italiano. Ma l’ipotesi si scontrava con la versione della polizia».

Uno di loro era stato filmato da Euronews su un autobus di linea, presumibilmente a Lampedusa, mentre guardava dritto in camera. «Ci hanno riferito anche di un giovane che al telefono diceva al padre di esser quasi arrivato al molo ma di non aver ricevuto l’autorizzazione a scendere. C’erano tutti gli estremi per poter sporgere denuncia per la scomparsa di queste persone così, il 26 aprile del 2012, abbiamo sottoposto il caso alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Roma».

Durante le indagini è stato chiesto che dalla Tunisia fossero inviati i cartellini fotodattiloscopici con le impronte digitali delle persone che corrispondevano all’elenco degli scomparsi, per verificarne la presenza, o almeno il passaggio, nei Centri di Identificazione ed Espulsione (CIE) italiani. «Dal confronto, al quale non abbiamo potuto assistere, è emerso che le impronte non corrispondevano a nessuna delle persone entrate in Italia dal marzo 2011».

Nel 2012 gli onorevoli del Partito Democratico Turco e Bressa chiesero al governo delucidazioni sull’accaduto in un’interrogazione parlamentare. Il sottosegretario di Stato Saverio Ruperto rispose in modo contraddittorio: «Su 226 cartellini fotosegnaletici trasmessi dall’ambasciata tunisina la polizia ha potuto appurare l’arrivo in Italia solo per 14 […]. Nessuna traccia degli altri». Tuttavia, in un altro passaggio, Ruperto affermava che “solo 5 risultano effettivamente transitati nel nostro Paese dopo la crisi politica nordafricana».

Le autorità non hanno mai accertato l’identità di quei ragazzi. E se cinque sono arrivati a destinazione, che ne è stato degli altri 221?

Sinopoli ritiene che questa sparizione di massa potrebbe essere collegata ai respingimenti ordinati dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni, che in quei mesi erano molto frequenti. «Benché non ci siano prove evidenti, non escludo che queste imbarcazioni siano state rimandate verso altre destinazioni. Bisognerebbe poter accedere ai dati ufficiali dei respingimenti avvenuti in quel periodo per poter capire se il nostro sospetto è fondato. All’epoca a Lampedusa c’era uno schieramento di forze dell’ordine impressionante, l’isola era completamente presidiata e militarizzata e non dovrebbe essere difficile ottenere queste informazioni dalle autorità. La cosa evidente è la mancanza di una volontà politica disposta a far luce sulla vicenda».

La procedura è andata avanti molto lentamente, ricorda Sinopoli: «Il fascicolo cresceva ma ci è stato chiaro sin dall’inizio che le indagini della magistratura fossero in qualche modo ostacolate”. Nel 2014, il procedimento è stato spostato dalla procura di Roma a quella di Caltanissetta, una piccola provincia siciliana. Il caso è ancora aperto ma “è molto complicato continuare a seguirlo a distanza», conclude.

Mentre in Italia le indagini proseguono tra mille difficoltà, in Tunisia i genitori dei ragazzi dispersi continuano le loro disperate ricerche mobilitandosi con sit-in davanti alle Ambasciate, lettere di denuncia e manifestazioni. «Vogliono delle risposte chiare. Se sono morti, lo accetteranno, ma i governi tunisino e italiano devono pronunciarsi in merito», dice il presidente del FTDES, Abderrahman Hedhili. Più di 270 famiglie si sono rivolte all’Associazione denunciando la scomparsa dei loro cari, perlopiù dei quartieri più poveri di Tunisi. «Stimiamo che in totale il numero oscilli tra le 800 e le mille persone», conclude Hedhili.

 


 

Federica Araco e Nathalie Galesne

Agosto 2015

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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