Marocco, i sogni infranti dei rifugiati siriani

//La frontiera tra Marocco e Algeria

“O Mohammed VI, re del Marocco! Ti prego di concedermi un visto […], mia madre è morta…”. Dalla Turchia, da dove è partito, dopo tre tentativi di entrare nel Regno alawide per raggiungere suo padre – disertore dell’esercito di Bachar Al Assad, sposato in seconde nozze con una donna di Tétouan – il giovane Haidar Jabali, 11 anni, originario di Homs, è il simbolo di tutte le speranze di migliaia di siriani che si sono spinti fino in Marocco per avere una vita decente.

Il video della sua supplica al re, postato su YouTube all’inizio di agosto da Laila Ben Allal, una giornalista marocchino-olandese, ha infiammato le reti social. La stampa locale l’ha preso in simpatia insieme a qualche militante dei diritti dell’uomo, e hanno diffuso la sua foto, sdraiato sul pavimento, in una zona di transito dell’aeroporto di Casablanca, da dove era stato respinto. Boutaïna Azzabi, marocchina, vecchia corrispondente di Al Jazeera che lo ha preso sotto la sua protezione a Istanbul, arriverà ad accompagnarlo nei giardini consolari del regno per farlo mettere in posa, camicia bianca e papillon, davanti a un enorme ritratto del sovrano in occasione della festa del trono. Coincidenza o risposta subliminale, in occasione del suo discorso nel 62esimo anniversario della Rivoluzione del re e del popolo, Mohammed VI ha dichiarato: “Il Marocco non sarà mai una terra di asilo, con tutto il realismo possibile dico: abbiamo già le nostre priorità interne”.

 

Arginare la minaccia terrorista

Finora, il regno, decentrato rispetto alle zone di conflitto che hanno smembrato una parte del Vicino Oriente, ha accolto, a partire dalle ondate delle primavere arabe, migliaia di siriani, 5mila dei quali hanno beneficiato di eccezionali procedure di regolarizzazione stabilite dal governo dal 2014. Più di 1500 siriani, inoltre, sono stati registrati negli elenchi dell’Alto Commissariato per i Rifugiati (HCR). “Le cifre globali sono approssimative”, riconosce André Berking, incaricato delle relazioni con l’estero all’ufficio HCR di Rabat.

Il Marocco è lontano dal dover affrontare l’afflusso enorme che ha investito i Paesi limitrofi alle aree di conflitto dove si affrontano eserciti regolari, milizie lealiste, fazioni rivoluzionarie e combattenti dell’organizzazione del (cosiddetto, ndt) Stato islamico (IS). L’HCR ha recensito a fine agosto 2015 più di 4 milioni di siriani che hanno trovato rifugio principalmente nei campi di fortuna allestiti in Turchia (1,8 milioni), Libano (1,2 milioni), Giordania (600mila) e Iraq (250mila). Più a ovest, l’Africa del Nord ha registrato 24mila sfollati, sempre secondo le statistiche dell’HCR.

A sentire il re, il Marocco avrebbe dunque confermato la flessibilità della sua politica di accoglienza. Una fonte autorizzata precisa: “noi continuiamo ad accogliere i rifugiati a un ritmo sostenuto, sia che vengano dall’Africa orientale che dal Medio Oriente. La nostra sola preoccupazione, al di là degli aspetti umanitari ai quali siamo ovviamente sensibili, è di ordine strettamente securitario”.

Nel luglio scorso, l’arresto all’aeroporto Mohammed V di Casablanca di un siriano con falso passaporto che intendeva creare una cellula terrorista affiliata allo Stato islamico spiega questo proposito. Senza tuttavia giustificare il caso del giovane Haidar, il cui padre è stato regolarizzato dopo aver messo su una nuova famiglia in Marocco. Un mese prima dell’arresto del siriano a Casablanca, tre afgani sospettati di voler realizzare un attentato sul suolo marocchino erano stati intercettati al loro arrivo a Marrakech. Il Marocco era stato finora considerato come un vivaio di jihadisti destinati a ingrossare le fila di Abu Bakr Al Baghdadi in Siria e in Iraq. Sarebbero oltre 1500 gli arruolati nell’IS, provenienti per la maggior parte dal nord del Paese, una regione nota per il suo conservatorismo religioso.

La stessa fonte precisa: “Non si tratta più di semplici reclutatori che tentano di infiltrarsi nei contesti più radicali, ma anche di tecnici temprati al combattimento che hanno come obiettivo non solo di formare i simpatizzanti locali dell’IS, ma anche di spingerli all’azione”. E aggiunge: “ L’attuazione del piano Hadar, equivalente del francese Vigipirate (che prevede la sorveglianza rafforzata per gli organi di stampa, i grandi magazzini, i luoghi di culto, le scuole e i trasporti, n.d.T.), oltre alla sorveglianza, si inserisce nel contesto di minaccia reale che noi dobbiamo arginare a ogni costo”.

Le preoccupazioni securitarie di Rabat sono all’origine di questo giro di vite. E spiegherebbero anche la scarsa vivacità del Marocco nel legiferare sulla “Strategia nazionale dell’immigrazione e dell’asilo”, un vasto piano di integrazione dei migranti irregolari che era stato solennemente registrato dal Palazzo e dal Governo sulla base delle raccomandazioni del Consiglio Nazionale dei Diritti dell’Uomo (CNDH), dal 2012.

Questa strategia ha permesso nel 2014 di consegnare 18mila permessi di soggiorno ai richiedenti asilo. “È sempre importante che il Marocco presenti al parlamento il progetto di legge sull’asilo. Questa legge permetterà alle autorità marocchine di riconoscere i siriani come rifugiati e non solamente come migranti”, insiste Bergink. In uno degli ultimi rapporti, dello scorso luglio, la Rete siriana per i diritti umani sostiene che il Marocco è uno degli stati più dissuasivi nei confronti dei migranti del Vicino Oriente.

 

La disillusione

Le motivazioni dei rifugiati siriani sono diverse. Per chi affronta un viaggio di migliaia di chilometri, la principale destinazione è spesso inizialmente l’Algeria. È il caso di Mohamed, commerciante sulla quarantina, arrivato da Homs. Ha vissuto qualche mese, accompagnato dalla madre, la compagna e i suoi quattro figli, in una catapecchia vicino piazza Port-Said nel centro di Algeri, prima di imbarcarsi nel 2013 su un volo verso Casablanca. Il Marocco lo ha attirato con il passaparola.

Non fa parte dei primi arrivati. Negli anni, e prima ancora della guerra, alcuni siriani, lavoratori nelle campagne, ristoratori esperti di cucina orientale nelle città o semplicemente magazzinieri nelle periferie industriali di Tangeri o altrove, venivano accolti a braccia aperte. Tra loro, Bilal, proprietario di un negozio di Kebab a Mers-Sultan, nel vecchio centro coloniale con l’architettura déco di Casablanca. La sua attività, situata tra due bar sempre pieni di gente, va a gonfie vele.

Ormai sessantenne, ha lasciato Damasco quando morì Hafez Al Assad nel 200, il padre fondatore della Siria baatista. “Sono venuto in Marocco con tutti i miei risparmi, ho riscattato questo posto da un vecchio ebreo marocchino che qui aveva una drogheria”. Gioviale, Bilal si inalbera quando gli si chiede il suo parere sui connazionali sbarcati dopo il 2011. “Sono attratti dal Marocco, dalla sua stabilità, dalle opportunità che offre. Ma, attenzione, le comunità da noi sono diverse e indipendenti, e alcune sono ripiegate su loro stesse, è difficile che si adattino qui”.

Orgoglioso del suo statuto di primo arrivato che ha costruito qui la sua casa e i cui figli “sono marocchini come gli altri”, rifiuta di essere assimilato “ a quelli che sono arrivati da Aleppo a piedi o con pochi stracci”.

Jihad Firaoun, in Marocco dal 1996, è dello stesso avviso. Interlocutore privilegiato delle autorità, ci tiene a differenziare i siriani secondo la loro origine etnica, rivelando attraverso il suo discorso la complessità della situazione dei rifugiati.

Mosquée Zoubair, quartiere Oulfa, periferia dormitorio di Casablanca. Mohamed è di quelle zone. Ha già affrontato la disillusione. Le speranze che nutriva i primi giorni dopo il suo arrivo si sono dissolte. Di lavoro in fabbrica o in un qualunque magazzino non ne ha trovato. Fa la posta, oggi, alle anime caritatevoli all’uscita della preghiera del venerdì. Nel suo piccolo alloggio appena ammobiliato di Hay Farah Essalam, una nuova cittadina dagli edifici agghindati ma con scale fatiscenti che ingabbiano la classe popolare, Mohamed racconta, stanco, le sue disavventure. “Un anno dopo lo scoppio dei disordini in Siria sono partito verso il Libano”, dice, sorseggiando il suo tè alla menta.

Laggiù, i cinque mesi nel campo di Bekka, sulla strada che collega Damasco a Beirut, l’hanno convinto ad andarsene. “Le condizioni erano insostenibili. Abbiamo preso un volo per l’Algeria che non richiede alcun visto”. Ma anche lì, la situazione l’ha spinto a ripartire. “Gli algerini hanno un’idea molto estrema su quello che sta succedendo in Siria. Siamo considerati dei terroristi!”.

In Marocco, dove è arrivato grazie a dei trafficanti attraverso la città frontaliera di Oujda, le autorità, secondo lui, si sono mostrate più “clementi”. “In particolare, per quel che concerne il permesso di soggiorno e la possibilità di scolarizzare i nostri bambini”. Ma per Mohamed e molti come lui, l’integrazione non è una cosa facile. “In Siria avevo un piccolo negozio di abiti usati. Qui fatico a trovare il minimo lavoro”. Il salario mensile a nero che gli hanno offerto raggiunge raramente i 1500 DH (140 euro), e non basta per pagare l’affitto di 1900 DH (190 euro). “I miei vicini marocchini mi hanno consigliato di chiedere l’elemosina nelle moschee”, confessa, tenendo un figlio tra le braccia. E aggiunge: “Preferisco ancora tendere la mano piuttosto che lasciare i miei bambini in mezzo a una strada, fortunatamente il mio proprietario (di casa) è comprensivo e ci permette di pagare l’affitto con un po’ di ritardo…”.

Mohamed si gira e guarda attraverso la sua finestra proiettato verso un altrove ancora inaccessibile. La sua meta è il Belgio, dove i suoi cugini lontani vivono nella ricchezza.

Ma non tutti i proprietari sono così concilianti. A Kenitra, città di medie dimensioni al nord di Rabat, votata allo sviluppo grazie all’industria automobilistica, Oum Ahmad, madre di tre bambini, il cui marito è disoccupato da quando la loro taverna di specialità siriane ha chiuso i battenti – l’affare non ha funzionato – rischia l’espulsione. La famiglia, nativa di Deera, bastione della resistenza contro Assad, occupa una casetta per 2700 DH mensili (260 euro). “Siamo sommersi dai debiti e abbiamo già sei mesi di morosità” sospira.

Ha bussato invano alle porte delle ONG. “Gli aiuti forniti, oltre a esser pochi, sono molto specifici. Prendete per esempio l’HCR, in sei mesi ci ha concesso una sola indennità di 1500 DH (140 euro). Che volete che ci faccia con una somma così piccola?”. Oum Ahmad pensa di tentare la sua fortuna in Europa. Obiettivo: forzare il passaggio da Melilla, enclave spagnola nel nord del Marocco, protetta da un’alta recinzione metallica. “Avrei preferito restare in Marocco, la gente qui è accogliente, ci si sta bene. Ma come fare per viverci decorosamente? Il lavoro è poco, i marocchini stessi faticano ad arrivare a fine mese. L’unica soluzione è che lo Stato accordi ai rifugiati degli aiuti come in Francia. Sennò, come volete che se ne esca?”.

 

“Avevamo due macchine, eravamo persone normali”

Il quartiere di Hay Riad a Rabat è la nuova vetrina della capitale.

Al centro dell’abitato si staglia la torre Maroc Telecom, in vetro e acciaio. Qui, lontano dall’hotel Afriquia, dall’altra parte della città, al confine della medina, dove l’odore nauseabondo della muffa li raggiunge, alcuni rifugiati siriani chiedono l’elemosina. Dal loro hotel, sequestrato dalle autorità per affittarlo, una decina di famiglie arrivate da Aleppo, Damasco o Itlib, prendono senza pagare il tram fino alla città universitaria. Da lì, in solo tre chilometri a piedi raggiungono il parcheggio del supermercato Marjane dove, passaporto sotto il braccio, sperano di ottenere qualche spicciolo dai clienti del centro commerciale.

Fatima, vestita con un’abaya nera e usata, passa di auto in auto. “Siamo una famiglia siriana, aiutateci!”. I segni della fatica sono ben visibili negli occhi di questa cinquantenne, e anche in quelli dei suoi due figli che l’accompagnano. Ai giornalisti che vanno a intervistarla ogni giorno, Fatima, esasperata, implora: “Per favore, non scattate fotografie, non vorrei che in Siria mi riconoscessero. Potrebbero far fuori il resto della mia famiglia che è rimasta lì!”. Ha perduto tutto ad Hama, l’antica Epiphania, città doppiamente martirizzata, sotto Hafez Al Assad che qui ha condotto una repressione sanguinaria contro i fratelli musulmani, nel 1982, e sotto il suo erede, Bachar, che la controlla con il pugno di ferro. “La guerra ci ha portato via ciò che avevamo di più caro, i nostri parenti e i nostri beni. Abitavo in una grande casa, con i miei figli e i miei nipoti. Avevamo due macchine, eravamo gente normale, come voi”.

 


 

Imad Stitou

Traduzione dal francese di Federica Araco

12/09/2015

 

 

 

 

 

 

 

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