Quello spazio tra le rovine e la sua gente

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Sono stati scritti diversi testi su cosa ha fatto lo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) a Palmira: la distruzione del tempio di Baal, quello di Baalshmin e l’uccisione dell’archeologo Khaled al Asaad. Alcuni sottolineano l’importanza archeologica delle opere distrutte, altri criticano il fatto che ci si concentri sulle sorti delle rovine e non sulle sorti degli esseri umani. Altri ancora dibattono su chi sia peggio tra l’Isis e il regime siriano.

Ma c’è un aspetto che non viene citato spesso, ossia la relazione tra la gente del posto con la sue rovine. Questa relazione non è visibile e tangibile. Ma offre una spiegazione di cosa sia l’identità, l’identità dello spazio. Io non sono di Palmira. Ma quasi ogni anno nelle gite scolastiche ci portavano lì. Non ci spiegavano nulla, ci lasciavano saltare sui capitelli delle colonne o nasconderci nel tempio. Vedevo la gente locale povera. Sì, povera anche se vive in una città che dovrebbe essere ricca grazie al turismo. Ma invece no, c’erano bambini che giravano tra le rovine e vendevano bibite e foulard.

Li osservavo ogni volta che ci andavo. E mi chiedevo quale fosse l’effetto che le rovine creano nei locali. Sono cresciuta in un luogo che non è così ricco di storia. Quei bambini di Palmira invece giocavano, passeggiavano, lavoravano, amavano e cantavano sempre tra i colonnati, i templi, le tombe a torre.

Ma ora il tempio di Baal non c’è più. Al di là della sua importanza storica, il tempio è stato cancellato dalla memoria dei siriani. Questa generazione non vedrà più quello che ho visto io. E quei bambini non giocheranno più tra le rovine.

Io posso resistere. La memoria mi aiuta: posso chiudere gli occhi e costruire tutto come era, non solo con le pietre ma anche con lo spirito che accompagna queste pietre. Per fortuna ho dei punti su cui mi baso per ricostruire il ricordo.

Se vedo il rilievo di un uomo con l’addome pronunciato, mi ricordo che era un rilievo funerario di una tomba di un’intera famiglia di Palmira. Il marito con la pancia ben in vista e il bicchiere di vino, i bambini e la moglie con una stola in mano (ricordo come avevamo riso con amici tempo fa perché spesso a questi rilievi mancavano le teste: un amico aveva pensato che l’uomo nel rilievo fosse una donna incinta!).

Ma come faranno le altre generazioni senza una base per ricordare? Come faranno senza il suq di Aleppo, senza Palmira e senza il ponte di Dayr az Zor e senza le altre migliaia di Sirie ormai sparite?

Le bombe sono state messe dentro il tempio una dopo l’altra. E in un attimo è stato fatto saltare in aria.

La storia, l’identità e gli spiriti  sono stati testimoni: gli antichi palmireni, che lo avevano costruito nel I secolo d.C. e che lo dedicarono a Baal (il dio degli dei), a Yarhibol (il Sole) e Aglibol (la Luna); i palmireni cristiani, che in epoca bizantina lo trasformarono in chiesa; i palmireni musulmani, che ne fecero una moschea. E i palmireni di oggi, gli stessi che continuavano a sorridere ai turisti anche se il turismo non gli portava mai ricchezza, erano tutti lì a vedere il tempio saltare in aria.

 


 

Zanzuna

Settembre 2015

Articolo pubblicato su SiriaLibano

www.sirialibano.com

 

 


 

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