Balkans&Beyond, storie di un paese che non esiste più

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Goodbye Tito...hello chaos” è una delle frasi principali dell’ebook Balkan&Beyond, ideato da Cafèbabel Berlino. Il filo conduttore del progetto è la domanda “Che cosa è successo ai Balcani dopo la perdita della sua identità yugoslava?”, al quale hanno risposto giovani giornalisti, fotografi e reporter da 7 paesi balcanici (Serbia, Croazia, Bosnia, Slovenia, Montenegro, Macedonia e Kosovo). E’ presentato lungo tutto il mese di aprile al Centre Marc Bloch di Berlino ed alFestival Internazionale di Giornalismo di Perugia.

Un progetto difficile e complesso. Ne abbiamo parlato con la coordinatrice editoriale e giornalista francese Prune Antonie. 

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Perchè avete deciso di fare questo progetto?

Nel 2015, Cafèbabel Berlino ha realizzato "Beyond The Curtain", un e-magazine che raccoglie  reportage da Est ed Ovest Europa, 25 anni dopo la caduta del muro. Ha ricevuto molti riconoscimenti e premi, e Sebastien Vannier, il direttore di Cafèbabel Berlino, ha deciso di iniziare un nuovo progetto focalizzandosi sui Balcani. Supportato anche dalla fondazione Allianz Kulturstiftung, l'idea di Balkans&Beyond, è stata quella di dare voce a giovani provenienti da 7 paesi diversi dei Balcani, ad una nuova generazione, curiosa e piena di vita, pronta a perdonare ma non dimenticare. Volevamo anche scoprire come quei giovani vedono il proprio paese.

Avete scelto i 15 giovani giornalisti, fotografi e videomakers provenienti dai Balcani per presentare la situazione politica attuale cosi come la situazione sociale e culturale. E’ stato difficile scegliere le persone giuste per questo progetto?

Era difficile fare una selezione tra il gran numero delle risposte che abbiamo ricevuto. Ci siamo resi conto che esiste una incredibile creatività nei paesi dell’ex Yugoslavia, poco conosciuta qui in Europa. Agli occidentali piace immaginare i Balcani come il luogo dei kalashnikov, della grappa “sljivovica” e dei mafiosi, piuttosto che una regione di grandi autori e fotografi.

Quali sono stati i criteri di selezione?

A parte le loro credenziali professionali, i nostri giornalisti e fotografi hanno portato ulteriori approfondimenti al tavolo: ognuno di loro aveva avuto l’esperienza personale con la guerra e con il crollo della Jugoslavia, ma anche la voglia di condividerla.

Il concetto di lavoro è stato quello di mettere insieme uno scrittore/giornalista e un fotografo/videomaker provenienti da diversi paesi dell’ex Yugoslavia. Ci sono state incomprensioni durante la realizzazione del progetto?

Niente affatto. E’ stata un'esperienza molto positiva. Tomislav Georgiev, il fotografo dalla Macedonia ha scritto: "E’ una grande esperienza coprire una storia, mescolando “un scrittore nativo" per le parole e “un oggetto incontaminato" per le foto. Fare amici e networking è stato anche un bonus.."

Il progetto consiste in 7 storie da 7 paesi (Bosnia & Erzegovina, Serbia, Montenegro, Kosovo, Slovenia, Croazia e Macedonia). Quale storia le è piaciuta di più?

Tutte le storie sono molto speciali dal momento che rivelano una visione particolare Queste storie mescolano i vari elementi multimediali come audio, video, immagini e testo. I temi scelti non sono solo interessanti, ma anche unici nel loro genere. Per esempio: “Il Coming out in Kosovo” è un ritratto sul primo adolescente transgender a Pristina; “Croazia, Refugees Reloaded” descrive la storia personale di un ex profugo dalla Bosnia che adesso sta facendo il volontariato per accogliere i rifugiati siriani in un campo in Croazia; abbiamo anche un documentario audio sul progetto architettonico "Belgrade waterfront". Secondo me il più bello progetto di Balkans&Beyond sono “le lenti incrociati” di un autore e un fotografo e la loro prospettiva transnazionale.

Qual è la sua impressione dopo il lavoro con questi giovani professionisti. Considera loro come Yugo-nostalgici e Tito-nostalgici o più  europeisti?

I partecipanti a questo progetto sono infatuati del loro paese, con le sue "sigarette forti, forte caffè e personaggi forti," nello stesso tempo sono anche consapevoli dei pericoli che dovranno affrontare, dalla crisi economica alla corruzione, accompagnata dalla crescita del nazionalismo. C'è, naturalmente, una certa nostalgia verso il passato, ma nello stesso tempo sono molto “orientati al futuro": tutti parlano inglese e il lavoro che hanno svolto è di una grande qualità giornalistica. Nel corso del progetto, uno dei nostri fotografi, Matic Zorman ha vinto il primo premio del World Press Photo Award per il suo meraviglioso lavoro sui rifugiati.

Pensi che i giovani si considerino tra loro come stranieri?

Un autore Zaklina ha detto che durante il tempo di Tito, la nazionalità non era importante. Yugoslavia era un intero paese, e tutti gli appartenevano. Ma penso che dopo la guerra degli anni ’90, molte cose siano cambiate.  La maggior parte dei partecipanti hanno detto che quel conflitto ha cambiato la vita di tutti. I giovani di oggi in quei paesi sono molto interessati a conoscere meglio i loro vicini. Ho sentito in loro una forte curiosità verso tutti. 

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Tatjana Đorđević

12/04/2016

 

 

 

 

 

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