“Gaza Writes Back”

//Refaat AlareerGaza Writes Back”, a cura di Refaat Alareer, scrittore ed editore, è una raccolta di 23 racconti, tanti quanti sono i giorni dell'offensiva militare israeliana lanciata su Gaza tra il 27 dicembre 2008 e il 18 gennaio 2009, la cosiddetta "Operazione Piombo Fuso". Sono stati scritti da quindici donne e uomini palestinesi gazawi tra i venti-trent’anni. I racconti presentano una narrativa giovane, ancor più necessaria in quanto priva di filtri da parte di voci non palestinesi. Gaza Writes Back testimonia che raccontare storie è un atto di vita, raccontare storie è resistenza, raccontare storie costruisce la nostra memoria- scrive Refaat Alareer, che vive a Gaza - Le storie e la narrativa, parte di ogni patrimonio umano, consentono alle persone di dare senso al proprio passato e li collega al loro presente e possono dare forma a un sogno ancora non realizzato.Refaat Alareer ricorda alcuni dati drammatici.La morte e la distruzione portata in maniera indiscriminata da Israele sul popolo di Gaza hanno causato più di 1400 morti, 5000 feriti e la distruzione o gravi danni a 11000 case e innumerevoli fabbriche, negizi, strade, ponti e infrastrutture. Le morti e i bombardamenti hanno lasciato cicatrici nelle anime e nei cuori di tutti i palestinesi...

Gaza Writes Back” è stato presentato a Torino alla libreria Aut con l’intervento di Sami Hallac, del Comitato torinese di solidarietà per il popolo palestinese.

 


 

GWB 300aRiportiamo alcuni stralci di questi racconti

Yousef Aljamal

Nel mondo di oggi, le parole possono essere più forti dalle macchine da guerra e più affilate dalle spade. Scrivere è raccontare la storia e le storie le fanno ora, rendendola eterna e per sempre. Scrivere è riappropriarmi della mia storia. Scrivere è tenere la memoria viva, far si che non dimentichiamo, evitare che svanisca col tempo che passa. Preferisco scrivere della mia personale esperienza sotto l'occupazione, in modo che fuori da da qui si capisca meglio. Fare mia la narrativa palestinese fatta da palestinesi e portarla avanti è la mia priorità adesso. "Fin quando i leoni non avranno i loro storici, la storia della caccia darà gloria ai cacciatori" come dice Chenua Achebe.

Mohammed Suliman

In mezzo a una nuvola di polvere, i piedi trascinati di chi partiva che lottavano per sorreggere i loro proprietari, non si sentiva niente se non il rumore caotico delle scarpe che si consumavano sulla ruvida terra rocciosa e a volte sbattevano su una pietra. Centinaia di persone che vagavano, tutte chine sotto il peso sulle spalle e sulla schiena. Non sapendo dove andare, continuavano ad andare avanti. Sapevano solo che quella era una giornata nera, perché qualcuno era venuto e gli aveva fatto lasciare le loro case, le fattorie, gli alberi d'ulivo e se dicevano "no" gli puntavano un fucile in faccia, così sono partiti con la speranza di tornare. Come, non lo sapevano.

Era la Nakba. E da allora, si sono spostati altre due o tre volte per diverse destinazioni, sopportando di dover dire "no" quando i loro piccoli gli chiedevano: "Stiamo tornando a casa?". I loro pacchi diventavano più grandi e più pesanti, e le strade non portavano al loro villaggio.

Sameeha Elwan

La tessera da profugo era e continua a essere un insulto che ci ricorda quanto poco ricevono i profughi a confronto con ciò che hanno realmente perso. Un sacco di farina può compensare i terreni che avevano un tempo? Un pacco di zucchero adolcisce l'amara miseria vissuta da quelle persone che hanno perso le loro case per andare a stare in un campo profughi? Le due bottiglie d'olio fanno loro dimenticare i loro alberi d'ulivo, sradicati senza pietà dal terreno in cui si trovavano? O piuttosto non è la semplice presa d'atto che loro sono rifugiati temporanei, che un tempo possedevano quella terra che, fin quando possederanno quella tessera, rimarrà ad aspettare per il loro ritorno.

 

Rawan Yaghi

É divertente che ci sia un marciapiedi qui. Ho camminato mentre toccavo con i polpastrelli i pesanti blocchi del grande Muro costruito per spaventarmi. Non ho guardato i graffiti; li conosco troppo bene. Il cielo era per metà mangiato dal Muro, e anche il sole non stava meglio. Ho inciampato su una pietra, probabilmente lanciata da qualche mio amico ieri. Lì mi sono seduta e ho preso la pietra, l'ho fissata per un minuto e l'ho lanciata oltre il Muro. Ho cercato di sentire un "ouch", un'imprecazione, un richiamo, un sussurro, uno sparo. Niente. Ho continuato a camminare. Sembrava non avesse una fine. Le mie dita erano sporche del colore dei graffiti ora. Mi sono fermata. Mi sono voltata verso il Muro. Ho poggiato entrambi le mani su di esso. Ho spinto. Ho continuato a spingere, le braccia dritte, i denti stretti, le gambe piantate al suolo, l'odore della vernice spray che mi andava dalle narici dentro i polmoni. Un uomo cha camminava dietro di me si è fermato per vedere che succedeva. I piedi hanno cominciato ad andarmi all'indietro. Un suono dentro di me è esploso in un grido. Sono caduta a terra piangendo. L'uomo ha riso e ha continuato a camminare.

Nour al-Sousi

Il sole era alto. Faceva un caldo opprimente.Stava correndo al deposito di acqua dell'UNRWA con suo fratello per prendere dell'acqua fresca. Il campo rimaneva senza acqua per giorni. Fecero una fila di un'ora o poco più, riempirono le due taniche, se le misero sulle spalle, e barcollarono verso casa alla fine del campo. Attratto dal suono di un uccello, mise giù la tanica per inseguirlo, un passatempo che avevano ogni volta che la mamma era fuori."É un canarino!" gridò Ghassan. "L'ho visto prima io" disse. "Te lo prendo se aspetti qui" aggiunse. Il canarino volò nei cespugli sul margine del vicino insediamento ebraico. Ci fu un solo sparo. Suo fratello e il canarino furono messi a tacere per sempre, davanti ai suoi occhi.

Jehan Alfarra

"Non so se maledire me o Israele per non aver stampato il mio compito" borbottò Laila in pena. "O forse mio zio per essersi dimenticato la benzina per il generatore". Affrettava il passo mentre faceva avanti e indietro per la stanza, con la preoccupazione che le cresceva nel cervello. "Come sono stata ingenua a fidarmi degli orari dell'elettricità, senza prima vederla. Avrei dovuto sapere che avere corrente per due giorni di fila sarebbe stato troppo gentile da parte loro. Avrei dovuto sapere che Israele mi avrebbe fatto pagare un caro prezzo". La prese un senso di rassegnazione e inquietudine mentre si condannava per il suo inevitabile fallimento. "Non ci posso credere che davvero ho aspettao l'ultimo giorno prima della consegna per stampare il lavoro, senza considerare che la corrente poteva anche non tornare, anche se l'assicuravano dalle tre del pomeriggio!".

Laila provò a dare un'occhiata a ciò che accadeva fuori. Era freddo, buio e pioveva. Poteva vedere tre carri armati in lontananza, come fantasmi minacciosi. Sentiva un'ambulanza, anche se non se ne vedeva traccia. Un Apache volava sulla casa, costringendola a mettersi in ginocchhio. Subito, arrivarano anche dei droni, a rendere i suoni della notte ancora più ripugnanti. Laila dovette tirarsi su. Doveva salvare suo padre e sua sorella. Altre tre bombe colpirono l'area, una delle quali sul piccolo pezzo di terra fuori dalla loro casa, che scosse il terreno e gettò ferocemente Laila in casa, dove si trovò per terra immobile, col sangue che le usciva dalle orecchie e dal naso e lungo la faccia, mescolato alle lacrime. Svenne infine. Non sentì e non vide più niente.

Muhammed Suliman

Guardò la strada vuota davanti a sè, ricordando quanto fosse solitamente affollata e vivace, e sentendosi nauseato, rialzò la testa. La vista del cielo azzurro punteggiato da alcune leggere nuvole lo rianimò; lo fece riprendere dai suoi cattivi pensieri. "Almeno voi siete vivi" borbottò ancora, abbassando la testa. La strada non era del tutto vuota; due cani randagi correvano, con la lingua penzoloni e agitando la coda. Hamza, divertito, aprì la bocca per chiamare i cani. Voleva dire qualcosa, chiamarli e per un attimo ebbe un vero desiderio di gridare. Ma non durò a lungo. Rialzò la testa; il suono di qualcosa in volo sopra di lui era difficile da ignorare. Mise a fuoco due elicotteri che si facevano strada tra le nuvole mentre i due cani rimanevano fermi in mezzo alla strada. Hamza fu cosciente del messaggio che gli veniva dagli elicotteri su di sé e i due cani scodinzolanti sotto. Rifletteva sulla sua condizione che non cambiava, ed era esasperato dall'afferrare la discrepanza tra la sua condizione, quella del cielo e quella della terra.

Hamza si sforzò di aprire gli occhi alcune ore dopo....Mise a fuoco e provò a dare un'occhiata più a fondo e capì che era in una sala operatoria.

GWB 300bSarah Ali

Il cielo di Gaza era di nuovo azzurro. Tutto era finito – le notizie dicevano che era tutto finito. Mio padre andò là. Andò a controllare la Terra. Aveva fiducia che i suoi ulivi sarebbero stati l'eccezione, e andò là. Aveva fiducia in quel po’ di buono che doveva esserci nel cuore del guidatore del bulldozer che, pensava mio padre, non poteva resistere alla bellezza della nostra Terra e aveva ascoltato la sua innata parte buona che gli aveva detto di non calpestare questa Terra. Aveva fiducia nella bontà dell'uomo e andò là. Eveva fiducia in Dio e andò là. Mio fratello, che l'accompagnava, ci disse che dopo che tutto ciò che avevano visto erano Terra rovinata piena di alberi sradicati, morti, che sarebbero serviti solo come legna da ardere per molte famiglie per anni a venire. Mio fratello disse che papà cominciò a piangere appena vide altre persone piangere. Continuarono. Videro ancora alberi abbattuti, piegati, sconfitti. Continuarono. Era stato il paradiso. La scena della nostra terra non era qualcosa di scioccante. Mettiamola così, i nostri alberi non erano un'eccezione. Un misto di dolore e di diniego si erano impossessati di quel luogo. La fede di mio padre andò in mille pezzi. Il mondo sembrava un brutto posto.

Che un soldato israeliano possa sradicare con un bulldozer 189 ulivi della Terra che lui dice gli è stata "data da Dio" è qualcosa che va al di là della mia comprensione. Non pensava che forse Dio si potesse arrabbiare? Non capiva che era un albero quello che stava abbattendo? Se mai fosse inventato un bulldozer palestinese e mi fosse data la possibilità di essere in un frutteto, mettiamo ad Haifa, non sradicherei mai un albero piantato da un israeliano. Nessun palestinese lo farebbe. Per i palestinesi, l'albero è sacro, come la terra che lo ospita.

Tra mio padre e la sua Terra c'è un legame indistruttibile. Tra i palestinesi e la loro terra c'è un legame indistruttibile. Scradicando le piante e tagliando gli alberi in continuazione, Israele prova a spezzare quel legame e a imporre le sue regole di disperazione sui palestinesi. Ripiantando i loro alberi ancora e ancora, i palestinesi rifiutano le regole di Israele."La mia terra, le mie leggi" dice papà.   

Nello scrivere le loro storie, questi giovani autori sperimentano in molti modi e a differenti livelli, punti di vista, stili, trame e forme. Colpiscono particolarmente quelli che provano a "invadere" la psiche dei soldati israeliani, un fenomeno relativamente nuovo nella narrativa dei giovani, come ricorda Refaat Alareer

Hanan Habashi

Come stai, Baba? È una vita che non mi fermo a parlare con te...

Oggi sono undici anni da che te ne sei andato...

La vita è diventata più dolorosamente complessa del prendere un buon voto in storia o nell'uscire con la famiglia della zia Karama. La vita non è così semplice. Che dirti? Gaza è frustrante in questi giorni – be', in questi anni. Di sicuro è un buon esercizio per la pazienza. Quest'estate è stata la peggiore tra tutte quelle che ho passato senza di te; respirare un po’ d'aria buona è diventato un lusso che non sempre ci possiamo permettere. Quando il nulla prende il sopravvento, il che capita un po’ troppo spesso, mi siedo nella mia stanza, in pieno sole, e osservo il piccolo segno dello sparo e la brutta crepa che ha lasciato. Sì, la stessa crepa sul muro causata dal suo fucile. È un tal pugno in un occhio! In altri momenti, la guardo cercando di ricordare quale aspetto avesse quel soldato. Quell'enorme creatura ti strappò fuori dal mio letto e non ti diede il tempo di finire la storia che mi stavi raccontando prima di andare a dormire. Non riesco a ricordare altro che i suoi neri stivali impolverati e quel terribile fucile. Ho provato tante volte a immaginare come fosse e finisco sempre col pensare che non sia altro che un mostro senza faccia. Forse sono andata troppo oltre, e ho immaginato lui, la sua vita, la moglie che "ama", il suo ragazzo sveglio che ha preso un buon voto in matematica, lui che ride o che piange. Baba, che ne sarebbe di tutta questa gioia, sapendo che io sto vivendo l'agonia di essere senza padre, con una storia lasciata incompleta?  

Nour el-Borno

Eravamo stati mandati dentro dei carri armati a Gaza, di nuovo...Le istruzioni erano di sparare per uccidere. Quello era l'ordine. E...e abbiamo sparato a tutto ciò che si muoveva: abbiamo sparato a cisterne d'acqua, a un paio di cani randagi, una mucca, una dozzina di persone...e c'era quella donna...col suo bambino...Non riuscivo a capire se fosse grassa o incinta. Non ci riuscivo, con le lenti a visione notturna. Non capivo che fine avesse fatto il ragazzino. Vorrei saperlo ora. Il ragazzino ha gridato tutta la notte. Continuavo ad ascoltare gli ordini del commandante in sottofondo, ma sentivo la voce del ragazzino da tutte le parti...L'odore degli spari, il muggito della mucca, il latrato del cane, il sangue sulle mie mani, i pianti della donna, e poi quelli del bambino. Alcuni dei ragazzi stavano scattando fotografie e facevano scritte sui muri. Ben e Levi ballavano, prendevano souvenir da ogni casa in cui facevamo irruzione.Siamo entrati in questa casa. Era buio. Davvero buio. Dicevano che in casa c'erano terroristi. Lui diceva che in casa c'erano terroristi. Il generale aveva detto che in casa c'erano terroristi. L'ho sentito forte e chiaro.

 


19/04/2016

 

 

 

 

 

 

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