Ma ci restano le parole...

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Nel quartiere del Marais, l'aria è dolce e leggera questo venerdì 13 novembre, mentre lascio il Salon de l'Autre Livre, rinvigorita dalla rimpatriata e gli scambi con amici editori e poeti. Fuori, molta gente bighellona per le strade, felice di bersi un bicchiere ai tavolini delle “terrasses”. Sono le diciotto e trenta... Inizia una serata rilassante, allegra e festiva. Nessuno può immaginare che a una ventina di minuti a piedi da qui il mondo sta per capovolgersi, che decine e decine di vite stanno per essere stroncate, falciate dagli assassini.

    Lo squillo del cellulare mi strappa al sonno all'inizio della notte. Mia figlia mi annuncia gli attentati. Non riesce a contattare suo fratello. Messaggi e chiamate si accavallano. Mio figlio mi dice che sta provando a mettersi in contatto con un amico che stava al Bataclan. Messaggi e chiamate per accertarsi dell'incolumità dei cari che avrebbero potuto anch'essi ritrovarsi sotto il fuoco delle macchine da morte in azione quella notte. Col passare delle ore scopro la portata della tragedia con le foto di quei volti luminosi che si susseguono sullo schermo del computer, prima dispersi, poi uccisi.

    Place de la République... E quei viali in cui si respirava a stento, in cui era quasi impossibile avanzare, per quanto eravamo numerosi quella domenica 11 gennaio 2015, nemmeno un anno fa. Quanti eravamo ad affluire per esprimere la nostra indignazione e riaffermare il nostro attaccamento ai valori della Repubblica... Sui cartelli, i nomi delle vittime di Charlie Hebdo, della poliziotta assassinata a Montrouge e degli ostaggi dell'Hypercasher di Vincennes... Il conforto di aver formato un immenso corteo contro la barbarie. Come se quel giorno sarebbe bastato a fermarla, ad arginarla... Perché a Parigi una tale violenza era per noi ancora inaudita. Perché non potevamo semplicemente concepire che si ripetesse... Chi nella folla di quel 11 gennaio ha perso la vita il 13 novembre, quasi nello stesso posto, qualche mese dopo?

    Museo del Bardo, 18 marzo... Un'altra squadra omicida abbatte più di una ventina di persone in un luogo di cultura, in cui si capisce il passato che ha fatto di noi quello che siamo, in cui si scoprono le radici condivise dalle due rive del Mediterraneo. Sousse, il 26 giugno... Con un ghigno in viso, un tiratore si accanisce su decine di turisti, venuti, e per certi, rivenuti una seconda, una terza volta in Tunisia, solo perché amavano in particolar modo questo paese.

    Ankara, il 10 ottobre... l'aereo russo nel Sinaï, il 31 ottobre... Beirut, il 12 novembre... Così prosegue la lista delle uccisioni perpetuate ai quattro angoli del Mediterraneo da Daesh, l'idra barbara che ha fatto calare le tenebre su immense parti dell'Iraq e della Siria, e che spinge, insieme a Assad, l'altro omicida della regione, milioni di persone in cerca di asilo su strade a volte più pericolose dei paesi in mano ai loro seviziatori. E nessuno sa quanto tempo ci vorrà per sconfiggere Daesh e il suo pseudo stato. Si parla di anni, perfino di una generazione...

    Non ho sentito l'odore della morte e delle armi, né ho provato il terrore di questa gente ricoperta del sangue di quelli che non hanno sopravvissuto al loro fianco. Non ho dovuto correre, disorientata per strada, agghiacciata dalle detonazioni alle mie spalle. Non ho dovuto scoprire di aver perso un essere caro quella sera. Eppure, come per altre migliaia di persone, il mondo intorno a me è crollato, in modo indicibile ed imprevedibile. Mi ricordo di aver pensato – era domenica o lunedì, poco importa – alla gente che vive in città assediate, distrutte dalla guerra in Siria e che raccontano che ogni sera si rallegrano di essere ancora vivi. Significa questo stare in guerra ? Constatare quanto è sottile il filo che lega un'ora a quella seguente e che può spezzarsi in qualsiasi momento. Certo... Ma anche costruire linee difensive. Con determinazione, posare ognuno di noi piccole pietre, con lucidità e determinazione. Perché si, siamo tutti implicati, ogni piccola pietra vale la pena di essere posata per difendere ciò che consideriamo importante.

    Allora più che mai, destiamoci per resistere... No, non lasceremo un'organizzazione assetata di violenza e di crudeltà distruggerci. Almeno per rendere omaggio a quelle e quelli che ne sono state le vittime. No, non lasceremo Daesh attaccare il vivre ensemble, la convivialità, il sapere, la libertà, la vita. Non lasceremo Daesh proseguire la sua opera di morte. Ne va della nostra salvezza, qui dove siamo, nel nostro quotidiano. Ne va dell'umanità di ognuno di noi, in piedi contro quelli che vorrebbero asservirla, annientarla. Ne va di queste parole da cui fuoriesce il nostro pensiero, di quelle parole che servono di ponte tra gli uni e gli altri, queste stesse parole che i fascismi passati e presenti non hanno mai smesso di cancellare, di obliterare per disumanizzare e assicurare le loro dittature. Troviamo le parole giuste per parlare a quei giovani che si lasciano arruolare e cascano nella trappola dalle retoriche elaborate su internet. Abbiamo sottovalutato la loro capacità di convincere e di sedurre, in società in cui gli schermi sono a volte i soli interlocutori per adolescenti o post adolescenti a corto di avventure. Troviamo le parole per aprirgli gli occhi prima che se ne vadano, aspirati dalla bocca del lupo.  


    Parliamo di trasmissione, di pensiero e di dibattito d'idee. Coltiviamo la passione della conoscenza, delle arti, di tutte quelle cose che il nemico aborra perché sono portatrici di vita, di scambio e di libertà. Curiamo con amore quel vivre ensemble che incarnavano quelli che hanno perso la vita venerdì sera ai tavolini multiculturali dei bar e dei ristoranti di Parigi, al museo di Tunisi a altrove nel Mediterraneo. Proteggiamo col cerchio formato dalle nostre mani congiunte democrazia e transizioni democratiche in corso. A dispetto di tutti. Si, ci possiamo mettere anni e perfino un'intera generazione. Ma ci restano le parole per smascherare e combattere queste pseudo ideologie, per esprimere semplicemente ciò che pensiamo, ciò che amiamo e ciò che rifiutiamo. Ognuna di queste parole sarà un filo dell'immenso telo che continueremo a tessere domani, perché diciamo no alle tenebre.

 


Cécile Oumhani

Traduzione dal francese di Matteo Mancini

20/11/2015

 

 

 

 

 

 

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