Quei ragazzi tunisini partiti per la Siria, e le loro madri

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Sarà presto nelle sale tunisine l’ultimo lavoro cinematografico del regista Ridha Behi, un film la cui realizzazione è durata almeno tre anni e che vede il regista di nuovo impegnato dopo diversi anni di assenza. Il film, presentato alle “Journées Cinématographiques de Carthage”, s’intitola Fleur d’Alep (Zahrat Halab in arabo) ed è ambientato tra la Tunisia e la Siria anche se è stato girato tra la Tunisia e il Libano ed è recitato nell’idioma tunisino e libanese.

f-alep-250Fleur d’Alep tratta di un tema molto scottante e attuale: quello dei tanti giovani tunisini che partono per la Siria a combattere a fianco del Califfato. Il regista, dopo anni di accurate osservazioni e ricerche sul fenomeno dei foreign fighters - un fenomeno che interessa tutto il mondo, ma che è drammaticamente attuale in Tunisia dove il numero dei combattenti che si uniscono al Daesh è molto elevato in rapporto alla popolazione - affronta il tema di petto, senza ambiguità, senza nascondersi dietro inutili scusanti o tabù.

Lo stesso regista, originario di Kairouan, ha dichiarato di aver deciso di trattare questo tema in un lungometraggio dopo la scomparsa, nel 2013, di due figli di una coppia di vicini. Una famiglia agiata di La Marsa, periferia nord di Tunisi. Nulla faceva presagire che i due giovani potessero andare a combattere in Siria. In questo modo il regista vuole anche discostarsi dalle teorie secondo cui, a combattere in Siria e in Iraq, siano soltanto i ragazzi poveri, provenienti da famiglie disagiate del sud, raccontando come anche i figli della borghesia ricca e istruita vengano sedotti dal male.

Le ragioni di questo fenomeno non sono soltanto economiche, ma vanno dunque ricercate più a fondo. Il film da un lato analizza l’adolescenza tunisina e, nello specifico, l’adolescenza del diciasettenne Mourad, figlio di una famiglia benestante, laica, i cui genitori divorziano, sospeso tra l’identità europea e quella araba, che pian piano si radicalizza fino a recarsi in Siria. Dall’altro è incentrato sulla figura della madre che per prima percepisce che c’è qualcosa che non va in suo figlio e, quando scopre che si trova in Siria, non esita a partire, attraversando la Turchia, pur di riportarlo a casa.

La figura di Selma, madre del giovane partito per la Siria, interpretata magistralmente da Hend Sabri, raffigura tutte le donne tunisine, coraggiose, devote alla famiglia e attaccate ai valori della patria. Senza quelle donne, come afferma il regista Ridha Behi, dopo le Primavere Arabe, la Tunisia sarebbe sprofondata nell’oscurantismo.

Il fenomeno della radicalizzazione e la vita tra i combattenti del Daesh vengono analizzati in maniera meticolosa: il giovane abbandona la musica “occidentale”, si rifugia sempre di più in moschea, chiede a sua madre di velarsi quando è fuori casa. Tanti piccoli segnali della progressiva radicalizzazione, fino all’approdo nei campi di combattimento dove ci si esercita sparando ai manichini. La madre Selma, intanto, arrivata in Siria si fingerà un’adepta di Jabhat Al-Nusra, gruppo affiliato ad Al-Qaeda, e da qui partirà la sua instancabile ricerca del figlio. Tra le tante concubine, la donna conoscerà anche le tante donne partite volontariamente per il Jihad Nikah (jihad del sesso), anche se l’attrice ci tiene a precisare che non si tratta di un film incentrato su questo aspetto, bensì di un film che parla del terrorismo islamico a 360 gradi.

Una prova di grande maturità per il cinema tunisino che, senza retorica, tratta per la prima volta un tema così delicato che affligge tante famiglie tunisine, tanti genitori disperati per i loro figli scomparsi: un film sull’indottrinamento, un film sociale, psicologico, politico e religioso. Un film che mette a nudo la dura e cruda realtà del terrorismo jihadista nell’inferno siriano.

//Bande annonce Fleur D'Alep 

 


Emanuela Frate

03/09/2016

 

 

 

 

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