Sull’essere perseguibili. Fare ricerca in Egitto dopo Regeni

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Il primo febbraio 2016 alcuni amici postavano messaggi con la foto di Giulio Regeni e l’hashtag #WhereisGiulio. Mi sono chiesta se quello fosse davvero il modo per trovarlo.

Quella sera al Cairo sono rimasta sveglia fino a tardi a monitorare la storia di Ahmad Galal sui social media: l’ennesimo caso di sparizione forzata. La sua famiglia non aveva più ricevuto sue notizie fino a quando, due settimane dopo, il suo cadavere è stato ritrovato all’obitorio di Zeinhom. Iniziai a fissarmi sulle sue foto, addirittura curiosai sul profilo della moglie e su quello della sorella. Il niqab indossato dalla moglie mi faceva pensare che facesse parte dei Fratelli Musulmani. L’omicidio di Galal mi mise in preda all’ansia.

Pochi giorni dopo, il 4 febbraio, lessi un articolo sulla pagina Facebook del quotidiano egiziano Masry al Youm che annunciava la cancellazione della visita del ministro dello Sviluppo Economico italiano in Egitto in seguito alla notizia dell’assassinio di Regeni. Lo stesso giorno la stampa internazionale e quella locale rivelarono che il ricercatore era stato torturato a morte.

Rimasi scioccata. Con la morte di Regeni, l’iniziale empatia che avevo provato per Ahmad Galal si trasformò in paura. Paura per me. La professione, la classe sociale, l’ideologia politica e il fatto di non essere egiziana erano elementi che mi facevano identificare con Regeni, ma non con Galal, che era cittadino egiziano. Nel corso dei primi due mesi dopo l’assassinio, le mie affermazioni identitarie cambiarono più volte. Al diffondersi di maggiori dettagli sulla tortura e l’omicidio di Regeni seguì un crescente sentimento di paura tra molti accademici non-egiziani. Sentii che molti stavano lasciando il paese, mentre ad altri veniva proibito di partire per l’Egitto dalle proprie università.

Immedesimandomi nel collega Regeni, come molti altri accademici che non si sentivano più sicuri in Egitto, ho provato un senso di vulnerabilità. Piuttosto che un riflesso di debolezza, la vulnerabilità rappresentava una reazione alla minaccia di violenza.

A quel punto, anche io volevo partire. Ma impegnata com’ero in una borsa di studio e nella mia ricerca sulla memoria politica e sul ruolo dei movimenti studenteschi degli anni ’70 nelle politiche egiziane, non ero sicura se continuare oppure se questo avrebbe messo in pericolo la mia vita o quella dei miei interlocutori. Ero bloccata da un’ondata di emozioni e desideri contraddittori. Rimanere avrebbe significato correre un grande rischio, un rischio che non mi sentivo in grado di valutare. La possibilità di costituire il potenziale obiettivo di una forza brutale - apparentemente arbitraria e misteriosa - trasformò la mia esperienza della paura.

Decisi di rimanere. il mio amore per l’Egitto e la sua gente, il mio senso di appartenenza all’orizzonte culturale arabo e la responsabilità etica di vivere ciò che vivono gli egiziani quotidianamente sono stati gli elementi che mi hanno ancorata lì. Durante le prime settimane ho mantenuto un basso profilo: ho ridotto i miei incontri alla cerchia più ristretta degli amici o amici di amici e non ho condiviso alcun dettaglio sul mio lavoro se non con le persone a me più vicine.

Sono rimasta a casa per lunghe ore, spostandomi il minimo indispensabile. Ero preoccupata perché pensavo che la mia attività di ricerca stesse rallentando e avevo paura che questo avrebbe avuto un impatto negativo sui risultati. Non mi ero ancora resa conto che lo stare in casa costituiva parte integrale del processo di ricerca. Sottrarsi al rischio per me non si è tradotto nel lasciare l'Egitto, quanto piuttosto nella "creazione di una casa o di un recinto" come afferma Sara Ahmed. L’atto stesso di orientarmi verso l’interno mi ha permesso di toccare con mano alcuni dei meccanismi della paura. Fiducia e sospetto sono diventati le principali emozioni che hanno guidato le mie interazioni. Mi sono ritrovata a dare nomi falsi per ordinare cibo a domicilio o alle persone incontrate casualmente nelle librerie. Non mi fidavo di nessuno, all'infuori degli amici che conoscevo da un po’ e delle persone con cui ero entrata in contatto grazie a loro.

Il 6 febbraio mi sono fatta forza e ho deciso di partecipare alla veglia organizzata davanti all’ambasciata italiana del Cairo in segno di protesta per l’uccisione di Giulio. L’evento su Facebook era intitolato “È uno di noi, è morto come noi”. Il 17 febbraio ho scritto un post in arabo in cui chiedevo “Dove risiede il senso di sicurezza: nella testa o nello stomaco?”. Stavo tentando di capire da dove nascesse la mia paura. L’ho iniziata a sentire non solo nei miei pensieri, cercando invano di razionalizzare la mia paura e censurare il mio comportamento, ma anche nel mio intestino. Sentire la paura nella pancia è decisamente diverso che sentirla nelle ginocchia, dove ti rende incapace di stare in piedi, oppure nella vescica, dove ti fa perdere il controllo sul liquido che contiene.

È difficile generalizzare la mia esperienza della paura, oppure farla parlare in nome di persone che non pretendo in alcun modo di rappresentare. Ciò che qui voglio sottolineare è come questa consapevolezza individuale e fisica della paura di rappresentare personalmente un potenziale bersaglio mi abbia consentito di avvicinarmi all’esperienza dei miei interlocutori in modo più approfondito. Mi ha permesso di guardare alla complessità della paura come strumento di potere e ai suoi possibili effetti, oltre che alla sua capacità di sottomettere chi la prova. Ho iniziato a interessarmi al modo in cui vengono costruite e narrate, tra le varie emozioni, quelle legate alla paura, e a chiedermi quali dinamiche individuali e collettive contribuiscono a generare.

La mia paura è aumentata in un batter d’occhio. Dopo l’omicidio di Giulio Regeni la mia iniziale posizione di spettatrice, che partecipava della generale condizione di paura per via dell’empatia nei confronti delle vittime, si è trasformata in quella di una potenziale sospetta che poteva essere punita in qualsiasi momento.

Questa sensazione di essere perseguibile mi ha portato a distinguere tra lo sperimentare la paura semplicemente come osservatrice e il convivere con essa inteso come un’esperienza disciplinatrice a livello viscerale. Il primo tipo di paura anziché farmi sentire sotto minaccia, mi sensibilizzava alla sofferenza di coloro che effettivamente erano a rischio. Il secondo tipo, invece, ovvero il convivere quotidiano con la paura di essere la prossima vittima, mi ha reso consapevole dell’importanza delle emozioni intese come strumento etnografico. Sono quindi partita dalla mia paura per formulare alcune domande e dimostrare come è utilizzata e narrata la sfera emotiva.

Tutto questo è strettamente connesso al concetto di testimonianza. L’antropologa Nancy Scheper-Hughes definisce il testimoniare come un posizionarsi dell’antropologo “all’interno degli eventi umani, quale essere senziente, riflettente e moralmente impegnato, colui che ‘prenderà posizione’ ed esprimerà dei giudizi”. Durante tale esperienza, la testimone detiene “il privilegio di osservare” segreti che solitamente rimangono “nascosti allo sguardo estraneo o all’indagine storica fino a quando, molto tempo dopo, le fosse comuni non vengono rinvenute e i cadaveri contati”.

Per quanto riguarda la mia esperienza, il privilegio accademico di poter riportare una testimonianza si è trasformato in uno svantaggio. Lavorare in un ambiente caratterizzato da un clima generale di paura, nel quale ci si può trovare a osservare persone che per puro caso vengono vittimizzate più di altre, non è lo stesso di quando si è individualmente esposti al rischio di essere perseguitati. La consapevolezza dell’essere io stessa perseguibile ha fatto di me non una testimone nel senso ricordato da Scheper-Hughes, ma il soggetto stesso di un disciplinamento – una categoria importante da introdurre.

Riflettendo su questo senso di disciplinamento subìto dalla comunità scientifica, è come se il corpo torturato di Giulio fosse diventato un simbolo punitivo. Le torture che ha patito non ricordano né gli eventi pubblici di castigazione del XVIII secolo, né le punizioni legalizzate e occultate descritte in Sorvegliare e punire di Michel Foucault. Piuttosto, il corpo di Regeni e le sue ferite ci parlano di tortura intesa sia come spettacolo che simbolo di penalizzazione fisica.

La stessa impunità di questo crimine e dei suoi eccessi è un meccanismo punitivo che provoca ripercussioni a lungo termine sull’intera comunità dei ricercatori, egiziani e non, in Egitto. La sua uccisione continua a funzionare come un deterrente nei confronti di altri ricercatori che avrebbero voluto impegnarsi in un lavoro scientifico-sociale basato su fonti empiriche in Egitto.

Nel suo ultimo articolo pubblicato dal quotidiano italiano di sinistra il manifesto, Giulio valuta alcune iniziative spontanee dei lavoratori come gli scioperi per “abbattere il muro della paura” e li considera “un’importante spinta verso cambiamento”.

Consapevole di come l'uccisione di Giulio funga da punizione e di come il fatto stesso di essere perseguibili costituisca una restrizione per noi, sento il dovere, per rispetto della sua memoria, di non concentrarmi sulle lesioni del suo corpo, i cui dettagli vengono così ben descritti dalla stampa, ma di pensare al coraggio, suo e di molti altri come lui, di sfidare lo status quo. Nel primo anniversario della perdita di Giulio scelgo di ricordarlo attraverso i versetti di Naguib Surur:

Prima dicevano: (se parli non aver paura, e se hai paura non parlare)..

Ma io dico che la paura è un magnaccia.. quindi stai ben attento!

Dì ciò che vuoi a chi vuoi, come vuoi e quando vuoi..

Anche se ne seguirà un diluvio / catastrofe, dillo dritto in faccia senza timore:

“Il re è nudo / denudato”.. e chi stabilisce una non-verità.

Lascia che mi incontri dietro la montagna!

Io sono lì ad aspettarlo..

Disgrazia a quelli che non possono vedere con i propri cuori e occhi,

e al diavolo ogni sorta di pericolo!

 

[They said in the old days: (If you speak, do not be afraid, and if you are afraid, do not speak)..

But I say, fear is a pimp..so beware of fearing!

Say what you want to say to whomever, however, whenever..

Even if followed by the deluge say it straight in the face without dread:

“The king is naked” ..and who decrees a non-truth .

Let him meet me behind the mountain!

I am there waiting..

Disgrace to those who cannot see with their hearts or eyes,

And to hell with danger of all sorts!]

 


Helena Nassif (Mada Masr)

 https://www.madamasr.com/en/2017/02/03/opinion/u/on-punishability-researching-in-egypt-after-regeni/

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