Giulio Regeni, il nostro paese e la ricerca sociale

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Il 22 gennaio, pochi giorni prima dell’anniversario della sua scomparsa, la televisione di stato egiziana ha mandato in onda un video che mostra Giulio Regeni, il dottorando italiano che il 3 febbraio 2016 è stato ritrovato morto con evidenti segni di tortura.

Nel video Regeni, che faceva ricerca sui sindacati, parla con un signore identificato come Mohamed, rappresentante dei venditori ambulanti, di un finanziamento che un ente inglese avrebbe dovuto erogare per un progetto. Nella conversazione, che si svolge in un caffè, Mohamed sta cercando di convincere Regeni a utilizzare tali fondi per i propri scopi personali, ma Regeni risponde che non può farlo, perché la somma è destinata esclusivamente a un progetto scritto e proposto dal sindacato.

Il video è stato girato il 6 gennaio 2016, secondo gli inquirenti italiani pochi giorni prima della scomparsa del ricercatore. Lo stesso Mohamed aveva denunciato Regeni alle agenzie di sicurezza, accusandolo di essere una spia. Dopo mesi di negazioni, il procuratore egiziano ha finalmente confessato agli inquirenti italiani che Regeni veniva controllato dalla polizia anche prima della sua morte.

In un contesto estremamente controllato e militarizzato come quello egiziano, le accuse lanciate contro Regeni e altri – di essere spie al servizio dell’Occidente camuffate da ricercatori in scienze sociali – in qualche modo possono sembrare scontate. Il video, diffuso probabilmente per catturare l’immaginazione popolare con l’intento di attrarre gli spettatori su parole come “straniero” o “soldi” e connetterle allo spionaggio e al desiderio di destabilizzare il paese, ha fatto invece tutt’altro effetto tra i ricercatori sociali.

Come molti di noi, Regeni era convinto della necessità di comprendere le realtà vissute come si verificano (‘ala al tabi‘a) attraverso un’osservazione quotidiana, discussioni informali, interviste aperte, dibattiti e pratiche quotidiane condivise. Probabilmente pensava che per raggiungere una visione più sfaccettata della situazione fosse importante imparare che cosa realmente fanno le persone, non solo che cosa dicono di fare. Credeva fermamente nelle persone in quanto rappresentanti della storia, attori attivi nella trasformazione del proprio contesto, interpreti dei propri spazi e luoghi. Probabilmente avrebbe voluto ascoltare da loro, capire le loro priorità in qualità di sindacalisti emergenti e, forse metterli in contatto con movimenti di altre parti del mondo con esperienze di sindacalismo più solide, come l’Inghilterra. Può darsi che pensasse che le esperienze dei lavoratori non avessero confini nazionali, e quindi che un venditore ambulante del Cairo potesse condividere le stesse preoccupazioni di un venditore ambulante di Buenos Aires e che avrebbero potuto imparare l’uno dall’altro e sostenersi a vicenda.

Nell’Egitto di oggi, il semplice fatto di portare avanti questo tipo di ricerca sociale è considerato pericoloso al punto che non si esita a colpire chi la conduce.

Molto di ciò che è stato detto e scritto in memoria di Giulio lo descrive come un ricercatore impegnato nel sociale. Gli accordi che inquadrano le relazioni tra i ricercatori e i loro testimoni di solito seguono dinamiche complesse, anche perché questi ultimi si percepiscono come privi di potere e bisognosi di sostegno. Questo pone un dilemma per i ricercatori sociali, specialmente quando esplorano pratiche di resistenza o di opposizione a strutture di potere profondamente radicate nella società.

Alcuni decidono di rimanere distanti dai propri interlocutori mentre altri, come Regeni, decidono di impegnarsi di più e collaborare con i propri testimoni per trovare una soluzione alle necessità locali, piuttosto che limitarsi solo alla costruzione di un sapere accademico. Negli ultimi anni, restituire qualcosa alle comunità studiate è diventato quasi un dovere sociale.

Questo tipo di impegno è difficile da cogliere in un paese dove generalmente il significato delle scienze sociali non viene valorizzato e si considera questo approccio potenzialmente minaccioso. Regeni ha pagato un prezzo esorbitante per questo impegno.

La politica nazionalistica dell'Egitto ha frenato la ricerca nelle scienze sociali, limitando così la capacità di esplorare nuove modalità per comprendere la realtà e i fenomeni politici, economici e sociali. Tale questione è stata affrontata da diversi antropologi, come Reem Saad e Hania Sholkamy, che hanno raccontato l’incriminazione di ricercatori per aver presumibilmente “diffamato l’immagine della nazione”. Nei primi anni ’90, per esempio, proprio Saad venne attaccato per aver collaborato a un film intitolato “Marriage Egyptian Style”, perché presentava un’immagine “sbagliata” delle donne egiziane.

Questo controllo ha condizionato pesantemente la ricerca sociale in Egitto. Nel 2011, ad esempio, è stato negato l’ingresso all’aeroporto del Cairo a Marie Duboc, una ricercatrice sui movimenti dei lavoratori presso l’American University del Cairo, che è stata costretta a tornare a Parigi.

Tali politiche governative sono state interiorizzate dalla società, portando a una sfiducia diffusa nei ricercatori di scienze sociali. Nel 2014, l’analista francese Alain Gresh se ne stava seduto in un bar alla moda del Cairo discutendo di questioni politiche con un giornalista e uno studente. Improvvisamente una signora seduta al tavolo accanto si è alzata in piedi furiosa accusandoli di distruggere il paese. Pochi minuti dopo è arrivata la polizia e li ha interrogati.

Il lavoro con le proprie fonti locali, cardine imprescindibile della ricerca nelle scienze sociali, ma anche dei giornalisti e operatori delle ONG, nell’Egitto di oggi si è trasformato in un comportamento che viene percepito come discutibile e per attuarlo occorre ormai una buona dose di coraggio, quando invece dovrebbe rappresentare semplicemente la norma.

Il brutale assassinio di Regeni rivela la durezza della situazione attuale, non tanto lontana da noi quanto forse viene percepita.


Yasmine M. Ahmed (Mada Masr)

https://www.madamasr.com/en/2017/01/26/opinion/u/giulio-regeni-our-nation-and-social-research/

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