Sotto i riflettori. Giulio Regeni secondo gli opinionisti dei media egiziani

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È passato un anno e mezzo da quando è stato brutalmente ucciso Giulio Regeni, il giovane italiano che faceva ricerca sui movimenti sindacali in Egitto, ma l’indagine in corso e il palese occultamento dei dettagli su come è morto hanno lasciato la famiglia e gli amici senza alcun chiarimento. I media egiziani, intrappolati tra le accuse ai servizi di sicurezza egiziani da parte dei media internazionali e degli inquirenti italiani, e le politiche della diplomazia internazionale in Libia, non hanno fatto troppi sforzi per esporre o analizzare i dettagli della scomparsa e le orribili torture che hanno portato alla morte di Regeni.

Tuttavia, il caso è tornato sotto i riflettori dei media locali per via della recente riconciliazione tra i due paesi con la decisione di ristabilire l'ambasciatore italiano al Cairo. Quest’ultimo era stato richiamato a Roma dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, nel quinto anniversario della rivoluzione egiziana, la cosiddetta Rivoluzione del 25 gennaio. A questa nuova visibilità ha contribuito anche un’inchiesta pubblicata dal New York Times il 15 agosto scorso.

Gran parte della scarsa cronaca fatta dai giornali e dai talk show televisivi egiziani ha alternato la tesi della cospirazione dei media stranieri per portare l'Egitto al crollo – un discorso ricorrente nella narrazione del governo – ad appelli per difendere gli interessi nazionali, in particolare le trattative economiche del paese con l'Italia e il suo ruolo di mediatore con la confinante Libia.

Il 16 agosto, dopo che Egitto e Italia avevano annunciato il ristabilimento dei rispettivi ambasciatori, il quotidiano di proprietà privata Youm7 ha descritto la normalizzazione delle relazioni come “nuova svolta diplomatica per l'Egitto”, sottolineando come entrambi i paesi abbiano voltato pagina rispetto a un periodo di tensione. Due settimane più tardi, al Sisi ha incontrato l’amministratore delegato dell’Eni, il gigante petrolifero italiano, per riesaminare i piani di costruzione di un gasdotto nelle acque egiziane del Mediterraneo.

Youm7 non è stato l'unico quotidiano a puntare sull’archiviazione del caso Regeni rispetto alle relazioni italo-egiziane. Lo stesso ha fatto Al-Wafd, un quotidiano di partito che scrive: “Egitto e Italia ‘mettono i sigilli’ al caso Regeni”, e il giornale di proprietà dello stato Al-Akhbar, che ha pubblicato simili titoli dal tono risolutivo.

“Il ritorno dell'ambasciatore italiano è legato a Regeni o ad ‘altre questioni’ più importanti?”, ha chiesto Abdel Aty al-Sandouby, giornalista e oppositore di al Sisi, all'ospite televisivo Tamer Abu Arab in una chiamata in diretta da Roma. Tali ‘questioni’, ha aggiunto, sono ciò che ha spinto l'Italia a “rinunciare alla ricerca” degli assassini di Regeni, alludendo al forte interesse italiano di utilizzare il potere dell'Egitto in Libia per stringere un'alleanza volta a controllare il flusso di migranti nel Mediterraneo.

“In Europa, negli Stati Uniti e nell’oscuro retroscena della politica estera e dei servizi di intelligence internazionali c’è un consenso generale sul coinvolgimento dei servizi segreti egiziani nella morte di Regeni”, ha continuato Sandouby, che ha criticato direttamente al Sisi per aver descritto questo atteggiamento come “un’intrusione intenzionale”, prima di essere bruscamente interrotto da Abu Arab.

Alla fine di gennaio 2017 è comparsa una registrazione tra Regeni e un membro del sindacato dei venditori ambulanti egiziani, dando così la conferma che lo studente italiano si trovava già sotto sorveglianza e probabilmente veniva considerato una spia. Nonostante questo rappresenti una prova determinante negli sviluppi del caso, i giornalisti egiziani non hanno dato molta visibilità a questa nuova prova.

Il Cairo è stato criticato per la sua ritrosia nel collaborare con l'Italia sul caso. Nel giugno 2017, l'Egitto ha respinto la richiesta dei procuratori italiani di partecipare all'interrogatorio dei sette agenti di polizia che pare indagassero su Regeni prima della sua morte.

L’opinionista politico Mohamed Saad Abdel Hafiz ha intitolato il suo articolo per al Badeel “La Libia ha bisogno di ciò che il caso Regeni ha interrotto”. Facendo eco a Sandouby, il commentatore Abdel Hafiz, che solitamente non si tira indietro quando c’è da criticare l'attuale regime egiziano, ha affermato che il caso Regeni “è stato sepolto in un cassetto” per consolidare la cooperazione tra Il Cairo e Roma sulla Libia, e in particolare sostenere il governo di Fayez al-Sarraj nella regione della Tripolitania, sanzionato dalle Nazioni Unite, in nome della “stabilità regionale”.

Anche se al Sisi ha apertamente sostenuto al-Sarraj, il rivale del generale Haftar a capo del governo della Cirenaica riconosciuto a livello internazionale, l'Egitto è in una posizione chiave, poiché il suo confine occidentale con la Libia è considerato un passaggio fondamentale per coloro che si dirigono verso il sud dell'Italia.

Nel fermo tentativo di frenare i flussi migratori, tema intrinsecamente legato al dibattito molto diffuso in Europa che all’immigrazione oppone la questione della sicurezza, l'Italia ha bisogno del sostegno dell'Egitto e, su queste basi, sembra disposta a rinunciare alla giustizia individuale a favore della “logica dei politici ... dove non c’è spazio per etica o emozioni”, spiega Abdel Hafiz. “Applicare la giustizia, o fingere di applicarla addirittura accusando dei funzionari pubblici, rafforza la legittimità dello stato e i principi a cui si ispira. Al contrario, non farlo demoralizza le persone e le spinge a rifiutare tutti i valori. La morte stessa diventa una fuga. Lo dimostra il fatto che chi vive in paesi dove le libertà e i diritti vengono generalmente rispettati si unisce all’Isis dopo aver subito un’ingiustizia che lo ha portato a non avere più fiducia nei valori che il governo propugnava, ritenuti falsi".

Ma questo tipo di lettura del caso Regeni è raro nei media egiziani. In generale sia i mezzi di comunicazione di proprietà dello Stato che quelli privati hanno adottato un atteggiamento difensivo, dove la principale preoccupazione è sostenere un clima di fiducia nella ripresa dell'attività diplomatica abituale. Questo ha significato denunciare chiunque critichi il modo in cui i procuratori egiziani hanno gestito il caso o chi collega lo Stato alla tortura e all'omicidio di Regeni.

Questo senso del dovere nazionale, che antepone la “sicurezza” dell'Egitto all’insabbiamento di un caso di omicidio, ha reso diffidenti gli spettatori e svuotato di senso il concetto stesso di responsabilità. Lo stesso trattamento non è stato riservato solo al caso Regeni, come dimostra il fatto che la discussione sulle sparizioni forzate, rimaste largamente impunite, e sull'ampio uso della violenza da parte dello Stato egiziano non ha trovato posto nell'agenda dei media.

Il conduttore televisivo Ahmed Moussa, accanito sostenitore del governo, è passato al contrattacco dei media americani dopo che nell’articolo di Declan Walsh sul New York Times Magazine un funzionario dell'amministrazione Obama affermava “di non avere dubbi” che gli ufficiali egiziani fossero i responsabili della morte di Regeni. Nel corso del suo show Ala Mas'ouleyety (Io ci metto la faccia) sul canale televisivo Sada al-Balad, Moussa ha promesso agli spettatori di rivelare “la verità nascosta dietro i media americani”, che secondo lui sarebbero “finanziati dal Qatar al fine di interferire nelle relazioni estere di altri paesi”, mentre l’articolo in questione non era altro che una “gigantesca bufala appoggiata dai Fratelli Musulmani”.

“Improvvisamente, un giornale inattendibile pubblica informazioni per conto di un’amministrazione falsa e fallita ... sicuramente il giornalista ha ricevuto una tangente”, ha affermato, sostenendo che il NYT avesse assunto “un atteggiamento sospetto fin dal gennaio 2011”.

L’accusa mossa da Moussa al NYT di “attaccare lo Stato e il popolo egiziano” rafforza la retorica nazionalistica perché lascia intendere che le persone e i governi abbiano interessi simili. Secondo Moussa, l'articolo è stato scritto deliberatamente per minacciare i legami diplomatici tra Roma e il Cairo, dopo che entrambi i governi avevano promesso di ristabilire i loro rappresentanti diplomatici.

Il governo italiano nega che gli Stati Uniti abbiano fornito agli investigatori prove significative riguardo al coinvolgimento di ufficiali egiziani nell'omicidio di Regeni, come invece viene riferito nell’inchiesta del NYT. “La questione si sta volgendo al termine”, ha ribadito Moussa, criticando alcuni esponenti dei media egiziani che fomentano una rottura tra Il Cairo e Roma, “senza bisogno di fare i nomi”.

In un altro attacco alla copertura mediatica occidentale, Osama Kamel ha rimproverato la BBC per non aver neanche cercato di verificare delle notizie “vecchie” pubblicate da “un sito affiliato ai Fratelli Musulmani bloccato [in Egitto]”, riferendosi a Mada Masr, colpevole secondo lui di aver pubblicato sul proprio sito brani di un articolo del quotidiano italiano La Stampa insieme a estratti dall’inchiesta del NYT una settimana dopo la sua pubblicazione.

Durante il programma televisivo DMC Masaa, trasmesso dalla nuova emittente DMC, finanziata dalle Forze Militari egiziane, Kamel ha detto che l’articolo non offre “niente di nuovo” e ha accusato il network inglese di attaccare l'Egitto “ogni volta che se ne presenti l’occasione”. “È molto triste vedere come le dicerie possano propagarsi anche nel [giornalismo] professionale”, ha infine affermato, sottolineando che solo i mezzi di comunicazione che si rivolgono agli egiziani in arabo “meritano di essere presi in considerazione”.

Secondo Youssef Ayoub, un giornalista di Youm7, l'Egitto ha gestito la crisi provocata dalla morte di Regeni in una “maniera decisamente professionale”. A suo tempo aveva descritto come "bizzarra” la decisione dell'Italia di richiamare il proprio ambasciatore, sostenendo che il paese era “finito preda dei nemici dell'Egitto”.

Allo stesso modo, un difensivo Abdel Mohsen Salama, capo del Sindacato dei giornalisti, nel suo editoriale uscito all'inizio di agosto sulla prima pagina nel quotidiano di stato al Ahram aveva accusato l'Italia di “fomentare inutilmente [la tensione] tra Il Cairo e Roma”, raccontando poi di come avesse tranquillizzato un gruppo di giornalisti italiani incontrati a Roma sul fatto che l'Egitto “non si sarebbe mai lasciato coinvolgere” nell'omicidio di qualcuno “anche se questo qualcuno fosse risultato colpevole di delitto”, perché “come qualsiasi altro paese [l’Egitto] lo avrebbe processato o espulso", glissando completamente sulla gravità del destino di Regeni.

A seguito del ritrovamento del corpo massacrato del ricercatore italiano, abbandonato a lato di una strada fuori del Cairo, le pressioni internazionali per indagare sull'omicidio di Regeni sono state, per un breve periodo, appoggiate sia dal Cairo che da Roma, anche se solo formalmente. Nel marzo del 2016, al Sisi aveva assicurato al quotidiano La Repubblica che l'Egitto “non avrebbe risparmiato sforzi e che avrebbe continuato a lavorare con le autorità italiane al fine di arrestare i responsabili e punirli secondo la legge”. Si stava rivolgendo ai genitori di Regeni. Le sue promesse non si sono mai realizzate.

Il brutale omicidio di un accademico straniero che studiava le condizioni dei lavoratori in un paese non suo ci mostra come il gioco della diplomazia abbia quasi sempre la precedenza sui diritti dell'individuo in quest’epoca dominata dalle trame politiche internazionali contro il terrorismo e la migrazione, temi che saranno di primaria importanza anche negli anni a venire.

La famiglia Regeni si prepara a volare al Cairo il prossimo mese [NdT. Il viaggio dei coniugi Regeni ha già avuto luogo al momento della pubblicazione di questo articolo su Babelmed] in cerca di risposte. Ma come dimostrato dai giornalisti egiziani, nonostante le pressioni internazionali attorno al caso, c'è un forte desiderio da parte dei funzionari e dei media egiziani di riportare alla normalità le relazioni diplomatiche e sperare che, con il tempo, la gente dimentichi Giulio Regeni.

 


Heba El-Sherif (Mada Masr)

 https://www.madamasr.com/en/2017/08/31/opinion/u/media-spotlight-giulio-regeni-as-seen-by-egypts-media-pundits/

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