L’Egitto nella morsa di al Sisi. Informazione e ricerca sociale imbavagliate

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“Ci sono cose che non si possono negoziare, i diritti umani non si negoziano”. La presidente della Camera Laura Boldrini, il 9 ottobre scorso all’Università di Trieste, lo ha detto chiaramente: “Dobbiamo sapere cosa è successo a Giulio. La ragion di Stato e la verità vanno in parallelo. La ragion di Stato corrisponde alla verità o il Paese ne esce con le ossa rotte”. Ad ascoltarla nell’aula magna c’erano anche i genitori del giovane ricercatore italiano ucciso al Cairo un anno e mezzo fa, Paola Deffendi e Claudio Regeni.

Intanto però gli striscioni gialli di Amnesty International che chiedevano a gran voce “Verità per Giulio Regeni” sono stati tirati giù da molte delle facciate dei municipi, dove la sventolante richiesta popolare di fare chiarezza sull’assassinio del ricercatore italiano era stata issata in un’ondata di commozione che aveva percorso tutto il paese. Altre cause, altri impegni prendono posto sui muri istituzionali.

Intanto però l’ambasciatore italiano è tornato al Cairo. La decisione è stata annunciata dal Ministro degli Esteri Angelino Alfano il 14 agosto, a ridosso di Ferragosto, e il clamore suscitato, nonostante l’Italia in vacanza, da questa palese resa alla real politik degli interessi commerciali e industriali dell’Italia nel paese dei faraoni si è presto spento. Il Senatore Luigi Manconi, che non ha mai smesso di tenere alta l’attenzione sulla vicenda, ha lanciato anche una petizione su Change.org, per chiedere di non far tornare l’ambasciatore italiano al Cairo, ma non è servito a nulla. L’Egitto, dopotutto, è anche una pedina essenziale nel piano del Ministro Minniti per controllare il flusso dei migranti in arrivo attraverso il Mediterraneo, dopo i contestati accordi con alcuni degli attuali capi libici.

Intanto però nulla si sa della visita al Cairo annunciata dai genitori di Giulio Regeni, data di partenza prevista 3 ottobre, dove avrebbero dovuto essere ascoltati in Parlamento, una visita che naturalmente avrebbe dovuto avere il beneplacito del governo egiziano.

Strano? Forse no, se si guarda il caso Regeni, come propone di fare il dossier che vi presentiamo, dalla riva del Nilo.

Il ritrovamento del cadavere del ricercatore italiano Giulio Regeni con evidenti segni di tortura sull’autostrada che collega il Cairo ad Alessandria avvenuto il 3 febbraio 2016 si inscrive in un contesto egiziano le cui caratteristiche ricalcano in maniera sempre più spaventosa quelle di un regime dittatoriale. Censura, sparizioni forzate, arresti preventivi, divieti di viaggio, conti bancari congelati alle organizzazioni internazionali per i diritti umani presenti sul territorio e propaganda filo-governativa sono parte integrante della realtà quotidiana che cittadini egiziani e stranieri si trovano ad affrontare in Egitto.

In questo dossier sono stati raccolti articoli sul caso Regeni pubblicati dalla testata d’informazione indipendente egiziana Mada Masr nell’arco dell’ultimo anno. Mada Masr è un sito d’informazione indipendente che collabora con Babelmed. Entrambe le testate fanno parte della Rete di media indipendenti su mondo arabo. Dal 24 maggio Mada Masr – come oltre 400 altri media online, blog e siti di organizzazioni non governative – non è più accessibile per chi si connetto dall’Egitto. Mada Masr ha fatto appello contro questa decisione, l’articolo Il sito Mada Masr rimane bloccato dà conto del processo in corso.

A raccontare come l’omicidio di Giulio Regeni è stato affrontato dai media e come l’informazione sia stata manipolata per costruire un clima accusatorio intorno al ricercatore è Sotto i riflettori. Giulio Regeni secondo gli opinionisti dei media egiziani di Heba El-Sherif. La popolarità dei media governativi, combinata con la censura dei media indipendenti, sta seriamente mettendo a rischio il sostegno per la ricerca della verità, anche se le tante sparizioni forzate che hanno colpito e continuano a colpire intellettuali e attivisti locali dicono chiaramente che non si tratta di un caso isolato, e che anzi gli egiziani sono molto più a rischio degli stranieri, e dunque conoscere i veri responsabili significherebbe anche rendere più sicura la vita per tutti/e in Egitto.

Certamente la ricerca sociale non è più la stessa in Egitto dopo la morte di Giulio Regeni. Lo racconta molto bene l’articolo Giulio Regeni, il nostro paese e la ricerca sociale di Yasmine M. Ahmed, che mostra il clima sempre più asfittico che si è andato instaurando per chi intende la ricerca anche come uno strumento concreto per migliorare le condizioni delle fasce sociali più deprivate.

E poi c’è il meccanismo della paura, raccontato da Helena Nassif nel suo Sull’essere perseguibili. Fare ricerca in Egitto dopo Regeni. Non la paura comune, quella che può avere chiunque, quella di cui il/la ricercatore/trice è testimone passivo, seppure empatico. Dopo l’omicidio di Giulio Regeni, chi fa ricerca sociale in Egitto fa i conti con la propria paura che diventa strumento di disciplinamento e autocensura.

 

Buona lettura.

 


 

https://www.madamasr.com/en/2017/08/31/opinion/u/media-spotlight-giulio-regeni-as-seen-by-egypts-media-pundits/ 

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