La Tunisia è di nuovo in piazza

A sette anni dalla Rivoluzione Tunisina, scoppiata il 14 gennaio del 2011, i tunisini sono scesi nuovamente in piazza non tanto per celebrare l’anniversario di quella che può essere considerata l’unica rivoluzione democratica riuscita a fronte dello “sfacelo” delle altre cosiddette “primavere arabe”, in Libia, Egitto, Siria, Yemen, ma per protestare contro il governo, incapace di promuovere delle riforme strutturali che possano far uscire la Tunisia dalla sua endemica povertà, disoccupazione e disuguaglianze sociali.

La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la “Legge finanziaria 2018” che prevede un aumento indiscriminato non soltanto di benzina, pedaggi autostradali, sigarette, ma soprattutto di molti beni di prima necessità come pane, latte, uova, farina. Il malcontento si è manifestato in tutta la sua irruenza prima nelle zone del sud-ovest della Tunisia - Kasserine, Gafsa, Kairouan, Jendouba - zone rurali e svantaggiate fin dai tempi di Ben Ali che aveva, invece, privilegiato le zone costiere come Nabeul, Sousse ecc.

A distanza di anni e nonostante i governi che si sono succeduti, questo gap economico tra litorale ed entroterra non si è affatto ridimensionato, anzi. La forbice si è allargata così come si è ampliata la forbice tra benestanti e ceto medio, poiché quest’ultimo si sta progressivamente depauperizzando.

Le manifestazioni spontanee e orizzontali, senza un leader o un comitato organizzatore, dietro lo slogan “fech nestannew” (“cosa stiamo aspettando” in idioma tunisino) hanno dunque avuto inizio in queste aree più remote per poi diffondersi nella periferia di Tunisi e in altre banlieue. Tuttavia si tratta di manifestazioni che, proprio per le loro caratteristiche di spontaneità e immediatezza, si sono diffuse un po’ a macchia di leopardo: le città di Sousse, Mahdia ed altre, ad esempio, non sono state ancora toccate dalle proteste sebbene il carovita e i primi effetti della finanziaria si facciano sentire nei portafogli di tutte le famiglie tunisine che hanno perso buona parte del loro potere d’acquisto.

Sbaglia quindi chi dipinge una Tunisia messa a ferro e fuoco dall’insurrezione popolare, così come sbaglia chi mette sempre in relazione il jihadismo di ritorno con le proteste di queste settimane. È vero che tra la gente scesa in piazza solo per manifestare il proprio scontento, ci sono stati degli infiltrati che non hanno esitato a saccheggiare centri commerciali, incendiare posti di polizia ed altro. Ma si tratta pur sempre di “casseur” dai quali i giovani laureati e disoccupati che hanno preso parte alle manifestazioni si sono nettamente dissociati.

Qualcuno parla già di una seconda rivoluzione in Tunisia dopo la rivoluzione della dignità del 2011 che i media stranieri hanno ribattezzato “Rivoluzione dei Gelsomini”. È difficile dirlo allo stato attuale, oltre che prematuro. Bisognerà vedere come si evolveranno le proteste e quali saranno le risposte da parte del governo. Intanto il Presidente tunisino, il novantenne Beji Caid Essebsi, ha cercato di gettare acqua sul fuoco assicurando assegni più consistenti per le famiglie in difficoltà. È però piuttosto difficile che ritiri del tutto la contestata legge finanziaria, viste le pressioni internazionali, in primis del FMI (Fondo Monetario Internazionale), che chiedono politiche di austerità per ridurre il debito tunisino.

Intanto il dinaro tunisino ha toccato il suo livello più basso - un euro vale oltre tre dinari - e l’inflazione è schizzata alle stelle. A distanza di sette anni i tunisini si sentono disillusi e la figura del martire Bouazizi, il venditore ambulante che si immolò dandosi fuoco per la disperazione, è più attuale che mai. La rivoluzione tunisina, tanto decantata dai media occidentali, risulta incompleta o abortita: se a livello istituzionale ci sono stati molti cambiamenti che, grazie alla nuova Costituzione, proiettano la Tunisia verso un modello di stato di diritto più moderno, è altrettanto vero che poco o nulla è stato fatto per garantire l’occupazione soprattutto dei/lle giovani e aiutare le famiglie indigenti.

In questi sette anni nessun governo è riuscito a creare le condizioni affinché il popolo tunisino potesse vivere più dignitosamente. La fase di transizione democratica necessita certo di tempo, ma in questi anni e nonostante governi eletti democraticamente si sono riproposti gli stessi schemi, le stesse dinamiche, e la stessa corruzione. A complicare ulteriormente il quadro ci sono anche le prossime elezioni municipali, previste tra qualche mese, e successivamente le elezioni politiche e c’è il rischio che i partiti politici tentino di strumentalizzare le proteste a loro favore.

I riflettori europei sono dunque ora puntati sulla piccola Tunisia, che resta un territorio a rischio terrorismo internazionale. Aggiungere un altro elemento di instabilità alla costa sud del Mediterraneo preoccupa i governi europei per le conseguenze che potrebbero esserci in termini di terrorismo e migrazioni. Riuscirà, anche questa volta, la Tunisia, ad affrontare la rabbia sociale senza fratture insanabili? Le proteste si esauriranno spontaneamente o proseguiranno con un’escalation di violenza? Questo è ciò che gli analisti stanno cercando di comprendere con gli occhi puntati sull’evolversi della situazione in Tunisia.

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