Relazioni Italia-Tunisia sull’orlo di una crisi di nervi

Le dichiarazioni del neoministro degli Interni Matteo Salvini a margine della sua visita a Pozzallo, in Sicilia, in occasione della campagna elettorale per le amministrative hanno suscitato indignazione e sconcerto sia in Italia che in Tunisia ed ha sfiorato l’incidente diplomatico con il Paese nordafricano che ha richiamato l’ambasciatore italiano per spiegazioni.

La frase incriminata di Matteo Salvini diceva che “la Tunisia non manda in Italia gentiluomini, ma spesso galeotti”. L’ambasciatore italiano ha dichiarato che quell’affermazione era estrapolata dal suo contesto ed in seguito è stata gettata acqua sul fuoco dallo stesso Ministro italiano che ha assicurato di voler incontrare il suo omologo tunisino.

Si tratta di dichiarazioni molto gravi non solo perché pronunciate da un alto rappresentante delle istituzioni come un ministro della Repubblica di un Paese come l’Italia che ha importanti accordi bilaterali con la Tunisia, ma anche perché quelle frasi sono state pronunciate dopo il tragico naufragio al largo delle isole Kerkennah in cui il Paese nordafricano ha pagato un pesante dazio in termini di vite umane.

Fin qui la cronaca. Ma la situazione è molto complessa e liquidarla con slogan ad effetto sicuramente non aiuta. È vero che sono aumentati gli sbarchi dalla Tunisia già all’indomani dalla cosiddetta Rivoluzione dei Gelsomini fino ai giorni nostri: infatti, se gli sbarchi dalla Libia sono drasticamente diminuiti, i trafficanti hanno trovato nuove rotte partendo dalla vicina Tunisia. È vero anche che tra i tanti migranti possono infiltrarsi anche ex detenuti che il governo tunisino ha graziato con un maxi indulto. Ma è altrettanto vero che quelli che vengono definiti “galeotti” sono spesso giovani finiti dietro le sbarre anche solo per aver fumato uno spinello o per reati che in Europa non verrebbero neanche considerati come tali (per omosessualità ad esempio). Una volta fuori questi ragazzi, non hanno grandi possibilità di reinserimento nella società tunisina e continuano a essere stigmatizzati. Ricominciare altrove rimane l’unica speranza.

C’è da sottolineare, inoltre, che partire per vie legali, cioè con regolare un visto di un paese europeo, in Tunisia è praticamente impossibile per la maggior parte delle persone. Il governo tunisino raramente rilascia un visto d’uscita dl paese, che sia per turismo, per studio o per lavoro. I giovani tunisini si sentono come soffocare in un Paese che non offre loro nessuno sbocco.

A tutto ciò si aggiunge l’endemica disoccupazione, la corruzione, l’alto costo della vita con un’inflazione che viaggia intorno al 7-8% e più di ogni altra cosa la disillusione di una popolazione che visto tradire le sue aspettative post-rivoluzionarie, senza dimenticare la lotta al terrorismo che lo Stato tunisino sta conducendo con ottimi risultati. L’obiezione che molti fanno è che neanche in Italia la situazione è rosea, considerato che chi trova un lavoro è spesso sottopagato. Un italiano può però cercar fortuna in un altro Paese europeo, opportunità che invece a un tunisino è negata per via di una politica sui visti molto restrittiva.

Sicuramente le parole del capo del Viminale hanno alzato un polverone nelle istituzioni tunisine che si sono giustamente sentite chiamate in causa. Lo stesso è successo anche nella comunità, sempre più numerosa, di italiani residenti di Tunisia, comunità che ha preso le distanze da quelle dichiarazioni sprovvedute. Dichiarazioni che - come si legge in un comunicato apparso sui social – “mettono a rischio la vita pacifica di migliaia di italiani che vivono con il popolo tunisino”.

Comunque, al di là di alcune esternazioni infelici di un neo ministro, è fondamentale trovare delle politiche comuni per gestire un fenomeno che, se non affrontato, si ripresenterà in tutta la sua irruenza. In un Paese in cui il 70% della popolazione è al di sotto dei 35 anni non ci sono pattugliamenti delle coste e interventi repressivi che tengano se non si affronta in primis il problema della creazione del lavoro. Un problema, anche questo, che accomuna l’Italia e la Tunisia.

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