Blaterare /bla·te·rà·re/

Dal latino blaterare, di origine onomatopeica, cianciare, chiacchierare di continuo e molestamente, o dire parole vuote, senza gran costrutto. “Finiscila di blaterare!”; “che cosa vai blaterando?”; “blaterano di arte e di letteratura senza capirne un’acca”.

In queste settimane di reclusione forzata stiamo assistendo a un pullulare senza precedenti di contenuti in rete, perlopiù deliranti, infondati e, come se non bastasse, spesso anche dolorosamente sgrammaticati.

Post, video, meme, articoli, selfie, commenti, diari intimisti, dirette Facebook di ogni tipo. Per non parlare degli infiniti audio che ingolfano i nostri telefoni con confessioni fiume, stile Coscienza di Zeno, di gente che magari non sentiamo più da anni ma che, improvvisamente, viene colta dall’irrefrenabile desiderio di condividere proprio con noi dettagli privati, talvolta imbarazzanti, sulle proprie interminabili giornate casalinghe.

Sui social, poi, molti dei nostri “contatti”, ai quali ingenuamente imputavamo vite assolutamente normali, palesano d’un tratto competenze finora insospettabili. Ed eccoli rivelarsi fini strateghi militari, esperti virologi, prossimi al Nobel, navigati statisti e filosofi di spicco, economisti, mistici illuminati, raffinati psicoterapeuti ed esperti conoscitori dei più criptici segreti di Stato.

Insomma, siamo circondati e il nemico è tutt’altro che invisibile.

Alcuni si domandano se non sia questa, in realtà, la nostra vera natura.

Altri si stupiscono poiché tacere, in fondo, non è cosa difficile, come sottolineava qualche giorno fa il noto fumettista romano Zerocalcare in una delle sue lapidarie perle di saggezza: “Se uno non c’ha un cazzo da dire, esiste il silenzio”.

In tempi non sospetti, Nanni Moretti nel suo “Sogni d’oro” (Italia, 1981) ci aveva omaggiati con un prezioso monologo dedicato a questa fastidiosa tendenza, evidentemente piuttosto diffusa anche prima dell’avvento del web.

“Tutti si sentono in diritto, in dovere di parlare di cinema. Tutti parlate di cinema, tutti parlate di cinema, tutti! Parlo mai di astrofisica, io? Parlo mai di biologia, io? Parlo mai di neuropsichiatria? Parlo mai di botanica? Parlo mai di algebra? Io non parlo di cose che non conosco! Parlo mai di epigrafia greca? Parlo mai di elettronica? Parlo mai delle dighe, dei ponti, delle autostrade? Io non parlo di cardiologia! Io non parlo di radiologia! Non parlo delle cose che non conosco!”.

Qualcuno replica bonariamente che in tempi di crisi tutto è concesso, sdoganando come “legittimo sfogo” tutto questo dimenarsi convulso, gli “occhi di bragia”, davanti a schermi arroventati e tastiere bollenti.

Una volta tornati (più o meno) lucidi e senzienti, molti si pentiranno amaramente di queste assurde esternazioni, ma sarà tardi, ormai, e anche i tentativi più disperati risulteranno vani.

Rassegniamoci: la nostra reputazione, on line e off line, porterà per sempre i segni di questo momento di abbrutimento collettivo i cui scabrosi rigurgiti tortureranno in eterno le nostre coscienze riemergendo nei momenti più impensati e, inutile dirlo, inappropriati.

Post, video, meme, articoli, selfie, commenti, diari intimisti, dirette Facebook di ogni tipo.

Ridicoli abbecedari.