L’addio commosso alla Signora della sinistra italiana

“Il comunismo ha sbagliato, ma non era sbagliato”, aveva detto in una recente intervista, quasi presagendo il suo imminente commiato dalla vita, avvenuto nella sua casa romana il 20 settembre scorso.

Nata a Pola nel 1924 in una famiglia borghese, all’Università di Milano era stata allieva di Antonio Banfi, filosofo e militante antifascista, e si accese di passione politica al punto da coinvolgersi nella Resistenza con il nome di “Miranda”.

Animata dalla forza dirompente del razionalismo critico e antidogmatico appreso dal suo mentore, stimata da sostenitori e detrattori per il suo carattere riservato e l’acutezza delle sue riflessioni, fu una figura di spicco nel Partito Comunista Italiano (PCI), di cui è stata dirigente negli anni Cinquanta e Sessanta fino alla nomina, da parte di Togliatti, a responsabile della politica culturale e all’elezione alla Camera, nel 1963.

Nell’estate infuocata del ’68, con Luigi Pintor, Luciana Castellina, Lucio Magri e Valentino Parlato fondò il gruppo politico Il Manifesto, che l’anno seguente diede vita all’omonima rivista mensile, quotidiana dal 1971. Cominciava, così, l’avventura editoriale simbolo di decenni di lotta politica e rivendicazioni sindacali, difese dei diritti umani, ma anche di passione, cultura e accesi dibattiti sulle nuove sfide della contemporaneità.

Per le sue posizioni contrastanti con la componente maggioritaria del PCI, questo “gruppo omogeneo di ispirazione comunista” fu radiato dal Partito nel 1969 con l’accusa di “frazionismo”.

Rossanda approfondì e ampliò la sua riflessione sulle lotte operaie e per la parità tra i sessi dedicandosi instancabilmente alla letteratura e al giornalismo e collaborando con diverse riviste, tra cui il Manifesto, fino alla definitiva, dolorosa rottura con la redazione per “indisponibilità al dialogo”, nel 2012.

Le sue posizioni antagoniste esprimevano una straordinaria capacità di adattare il proprio sguardo acuto e sensibile a una realtà in costante mutamento senza omologarsi mai alla retorica intellettuale dominante, piuttosto osservando in disparte lo sviluppo dei processi socioculturali in corso, intuendone le possibili evoluzioni e, prima di altri, implicazioni e conseguenze.

“Una società, come del resto un uomo, – scrisse in Un viaggio inutile, pubblicato nel 1981 dopo l’esperienza spagnola – non si pensa se non per cambiare. Se no, diventa indecifrabile a se stessa, come un burattino disarticolato”.

Questa ragazza del secolo scorso, come si definì nell’autobiografia (Einaudi, 2005), criticò duramente la dominante cultura patriarcale, portando avanti la sua battaglia contro “la femminilità e la stupidità che gli uomini ci vogliono incollare addosso” e fu una voce di spicco nel variegato movimento femminista italiano ed europeo.

Era una marxista che, diffidando del marxismo, leggeva Marx e con le sue scelte ci ha insegnato come la libertà del dissenso sia, allora come ora, un elemento fondamentale nella militanza politica: "Per essere liberi bisogna saper rischiare. La libertà è un rischio", diceva.

Nelle sue parole, sempre accurate, anche la più agguerrita rivendicazione sindacale assumeva i contorni di una raffinata educazione sentimentale.

Non rinunciò mai alla discrezione riguardo alla sua vita privata, che la portò a Parigi per molti anni con il compagno e marito, il dissidente polacco Karol Kewes, tra i fondatori del Nouvel Observateur, e nemmeno alla sua delicata ironia, come in questo epitaffio scritto per gioco:

“Cari compagni, costei scelse di fare la rivoluzione invece che l’università, ma il risultato non si è visto, non riposi in pace”.

La sua scomparsa lascia un profondo dolore nel cuore dei tanti compagni che l’hanno amata e ammirata e un vuoto incolmabile nello scenario sociale e culturale di un Paese che, ora più che mai, ha urgenza di risvegliare la sua coscienza politica.