MUZZIKA! Febbraio 2011 | Nadia Khouri-Dagher
MUZZIKA! Febbraio 2011 Stampa
Nadia Khouri-Dagher   
Il colpo di fulmine di Babelmed
MUZZIKA! Febbraio 2011 | Nadia Khouri-DagherIMAZ’ELIA, Myrmika Fabuletti, Playasound/Distrib. Harmonia Mundi
Ecco un giovane gruppo formidabile già dal suo primo album! Imaz’Elia (che sta per “Image il y a”) è una formazione creata nel 2008 dall’autrice Laetitia David, che canta le sue poesie in serbo, spagnolo, yiddish, francese e in una “lingua immaginaria dal suono slavo”, accompagnata da musicisti appassionati come lei di viaggi e musiche zigane, gitane, orientali e nomadi: Julien Cretin, davvero ispirato alla fisarmonica cromatica, Aurélien Le Bihan al bouzuki, saz, chitarra e mandolino, e Rapha Bayle alle diverse percussioni. Il gruppo gira la Francia ormai da due anni, per concerti in festival, e finalmente esce il loro primo, entusiasmante album.
Laetitia David scopre a 19 anni, nella sua Camargue, il canto zigano e resta folgorata ascoltando il gruppo ungherese Ando Drom e la cantante Monika Miczura.
Seguiranno anni di viaggi, nell’Europa dell’Est, in Andalusia, nel nord Africa e stage di canto in diversi paesi per impadronirsi delle diverse tecniche vocali (gli stage di canto in Francia la deludono: “troppo cerebrali”), e anni di ascolto delle grandi voci che la ispirano: la macedone Esma Redzepova; la spagnola Estrella Morente, la messicana Lila Downs; la messicano-americana Lhasa de Sela; la peruviana Yma Sumac; Fairouz…
Nel 2008 Laetitia riunisce alcuni musicisti e comincia a salire sul palco, cantando dei versi che mette in musica, arrangiate dai suoi compagni. Il risultato è stupefacente, sfrenato e assolutamente geniale: “Shaï baling”, il brano che apre il cd, è un’indiavolata canzone zigana cantata in serbo; “Cesari”, una rumba catalana cantata in spagnolo; “Labidi talike”, una cover in arabo e spagnolo di Asmahane; “Djinn song” è cantata in francese, ma deformando talmente la dizione e gli accenti tonici – come spesso succede quando si parla una lingua straniera – che la lingua diventa irriconoscibile ( per esempio “surlesablaaaaaaaa-rid” per “sur le sable aride” “sulla sabbia arida”). “Rock n’Roll guillemette” è cantata in una “lingua immaginaria dal suono slavo”, su un ritmo medievale; “Ciganolito”, in serbo, sviluppa un sirtaki…
Ci piacciono: l’incredibile fantasia musicale di Imaz’Elia, la loro audacia, i testi delle poesie di Laetitia David, l’energia del gruppo, la loro sensibilità musicale, insomma: tutto!
Per ascoltarli: www.myspace.com/imazelia - www.playasound.com


MUZZIKA! Febbraio 2011 | Nadia Khouri-DagherGEVENDE, Sen balik degilsin ki, Baykus Music (Turquie)
Ci sono persone che vi fanno venire voglia di conoscerle meglio appena aprono bocca e cominciano a parlare. Allo stesso modo, ci sono paesi che, quando cominciate ad ascoltare un disco ricevuto per posta, improvvisamente vorreste andare a scoprire.
Cosa conosciamo della Turchia, malgrado l’Anno della Turchia in Francia celebrato tra il 2009 e il 2010? Ci arrivano eco sparute del favoloso fermento culturale che anima Istanbul da alcuni anni, anzi da sempre, perché le grandi città storiche del mondo, da Londra a Berlino passando per Roma, Beirut, Rio o New York, non hanno mai smesso, dalla loro nascita secoli fa, di ribollire di mille movimenti culturali, perché da sempre mescolano genti venute dai quattro angoli del mondo, con qualcosa da dire che esprimono in quella lingua meticcia – in parole, musica, dipinti, danza e altre espressioni culturali – che è una loro invenzione e insieme creazione collettiva che appartiene al nuovo paese in cui vivono.
Fin dai primi minuti del cd di Gevende arrivano gli effluvi di una Istanbul decisamente contemporanea, caratterizzata da una modernità forte, come quella del Brasile o dell’India, a cui molti in Occidente negano di essere “moderni”, solo perché ancora tra campagna e città ci sono antichi squilibri, o per la mancanza di infrastrutture.
Ecco quindi il secondo album di un gruppo turco che le etichette di “rock progressive” , “folk psichedelico” o “rock sperimentale” danneggiano, perché lo limitano a una categoria, quando questo gruppo vuole proprio rompere tutte le barriere e attingere a tutte le influenze, da grandi viaggiatori quali sono i suoi musicisti. Il gruppo, che si è formato nel 2000, è partito nel 2006 per un lungo periplo, seguendo la Via della Seta dei loro antenati lungo il Pakistan, India, Nepal e Iran, suonando con musicisti locali ed entrando in contatto con mille suoni e di mille lingue. La loro musica vuole essere proprio, come dicono loro, “frammenti raccolti dovunque per il mondo”.
Così, come Letitia David d’Imaz’Elia, loro utilizzano “una lingua che non appartiene a nessun posto”, “mélange immaginario o imitazione fonetica delle lingue del mondo, in modo che ciascuno possa riconoscervi un suono o una parola. “Noi la chiamiamo la lingua spontanea del mondo”, ci spiegano.
Siamo sedotti da questa musica nuova, ricca e ispirata, totalmente inclassificabile per i nostri sensi, dove si ritrovano, accanto alla chitarra elettrica, il cumbus, strumento a metà fra il banjo e lo ‘oud, la tromba cara ai musicisti nomadi e balcanici, e alcune percussioni turche, tutti strumenti messi al servizio dell’avanguardia musicale.
Il primo album di Gevende, “Ev”, apparso nel 2006, aveva riscosso grande successo in Turchia ed era valso loro due anni di tournée in tutta Europa. Il gruppo è stato anche ospite dell’anno turco in Francia nel luglio 2009, e si è esibito al festival BabelMed Music a Marsiglia nel 2010. Questo secondo album dovrebbe conoscere lo stesso successo del precedente e valere loro lo stesso successo internazionale. Per ascoltare un estratto del loro secondo album:
www.youtube.com/watch?v=DFw8nklqy48

Vi segnaliamo un blog sulla musica underground in Turchia, da conoscere meglio:

http://undergroundturkey.blogspot.com
www.myspace.com/gevende - www.gevende.com - www.baykusmusic.com


MUZZIKA! Febbraio 2011 | Nadia Khouri-DagherSTAMBELI, L’héritage des Noirs de Tunisie, Stambeli.com
“Stambeli” , nessun rapporto con Istanbul oltre al nome, anche se significa proprio “di Istanbul” in arabo, in Tunisia indica quella che in Marocco viene chiamata musica gnawa, cioè la musica dei discendenti degli schiavi neri. Anche se i ricercatori ancora si interrogano sul perché questa musica sia stata chiamata proprio stambeli…
Un disco atteso, perché se in questi ultimi anni sono comparsi numerosi lavori sulle musiche nere del Marocco e d’Algeria, (con l’artista Hasna el Bécharia per esempio, che è di Bechar, o con il gruppo Gaada Diwan di Béchar), la produzione che arriva dalla Tunisia è piuttosto scarsa. Ecco riparata la mancanza, e molto bene! Questo cd, infatti, è accompagnato da un libretto ben documentato che ci insegna molte cose sulla storia di quegli uomini e donne che venivano presi nell’Africa sub-sahariana per lavorare in nel Nord, secoli prima della grande tratta transatlantica europea.
Il disco mette in primo piano il suonatore di gumbri (liuto a tre corde) e cantante Salah el-Ouergli, che vediamo sulla copertina del cd, un bouquet di gelsomino all’orecchio e un gumbri che non somiglia per niente al guembri marocchino o algerino: siamo senza dubbio in Tunisia!
Le élite occidentali in Maghreb, e prima di loro il potere coloniale e ancor prima, chiaramente, gli arabi che controllavano il commercio di schiavi, non hanno mai valorizzato la parte africana delle culture dell’Africa del Nord. In Tunisia oggi la questione nera resta, se non un tabù, almeno sotto un gran silenzio. Quando si va nel Sud del paese il colore della pelle si fa decisamente più scuro e si possono incontrare persone nere quanto possono esserlo attorno al lago Ciad o lungo il fiume Niger, che sono oggetto di un razzismo non dichiarato. come succede in altri paesi dove varia il colore della pelle ( Antille, India, Australia, ecc.). Così per esempio, una ragazza dalla pelle scura è considerata meno apprezzabile – anche se è incantevole – e i matrimoni fra tunisini “bianchi” e “neri” sono rari, anche se questo non è confermato da alcuna inchiesta ufficiale, visto che la “questione nera” non esiste…
Alcuni sociologi e musicologi tuttavia si sono interessati a queste musiche e culture, come Khalil Zamiti nel libro “Sociologia della follia. Introduzione allo sciamanesimo maghrebino” (CERES, 1982), o Ahmed Rahal in “La comunità nera di Tunisi. Terapia iniziatica e riti di possessione” (L’Harmattan, 2000), che descrivono le sedute in cui, nell’Africa nera, come ad Haiti con il vudù o in Brasile con il candomblé, la musica è al servizio di un culto terapeutico di possessione/liberazione dagli spiriti.
In questo senso si può capire perché la cultura ufficiale, che rivendica sempre il suo legame con l’islam, abbia denigrato queste culture e queste pratiche che la religione musulmana disapprova del tutto, ma ciò nonostante sono vitali e fiorenti da diversi secoli, come dimostrano le foto nel libretto di questo cd. Queste pratiche vengono condotte specialmente dalle donne, che in tutto il Maghreb frequentano i marabutti – proibiti dall’islam ufficiale – e continuano così a mantenere in vita un patrimonio rituale pagano pre-islamico: così, ci sono nuba (forme musicali) che servono a curare la sterilità femminile, altre aiutano a trovare un buon marito, ecc..
In questo disco ascolteremo dei ritmi (gumbri e shqashiq, le castagnette in ferro chiamate karkabou in Algeria) e dei modi di cantare (assolo maschile e coro in risposta) molto simili a quelli praticati in altre zone di influenza sub-sahariana del Maghreb. Il libretto, inoltre, racconta parecchie cose su questi uomini venuti dal Ciad, dal Mali o dal Niger, che parlano ancora hausa, songhai o bambara, nelle “case della comunità” in cui un tempo alloggiavano a Tunisi.
Questo disco è dedicato anche alla tradizione della “Dar Barnou” (casa Barnou), il cui maestro è morto nel 2008, dove si parlava ampiamente hausa o kanouri, una lingua parlata nel Ciad e dove, ancora oggi, si praticano le sedute musicali che certi bey, nel XVIII secolo, facevano eseguire nei loro palazzi, dimostrando la loro fiducia in terapie che, ufficialmente, denigravano. Per scoprire la storia dello stambeli e comprare il cd, appuntamento sul bel sito della casa di produzione del disco: www.stambeli.com


MUZZIKA! Febbraio 2011 | Nadia Khouri-DagherLE TRIO JOUBRAN, Asfar, World Village/Distrib. Harmonia Mundi
Il trio Joubran, composto dai tre fratelli Samir (nato nel 1973), Wissam (1983) e Wissam (1985), tutti e tre di Nazareth, in Palestina, provenienti da una famiglia di musicisti e liutai da quattro generazioni, è nato nel 2005, con il loro primo cd “Randana”, ed è ormai noto a livello internazionale.
I tre fratelli Joubran ve li avevamo presentati nel novembre 2009, in occasione del loro album omaggio al poeta palestinese scomparso Mahmoud Darwish, “A l’ombre des mots”. Abbiamo avuto il piacere di ascoltarli dal vivo al festival Musiques Métisses di Angoulême, dove la loro esibizione ha catturato, quasi ipnotizzato il pubblico: tre ‘oud che si rispondono, a volte improvvisano ognuno un proprio assolo o uniscono le loro energie, in brani tanto dinamici quanto malinconici, in un vero arcobaleno di emozioni musicali. Il tutto ritmato dalle essenziali percussioni di Yousef Hbeisch.
I tre fratelli, che vivono a Parigi dal 2005, si dicono influenzati dal trio di chitarristi Paco de Lucia/John Mc Laughlin/ Al Di Meola, ma anche, più in generale, dalla musica classica araba, la musica classica occidentale, il jazz, il flamenco, così come dalla “vita, la poesia, la speranza”.
La tristezza è la caratteristica principale della loro musica. Come potrebbe essere altrimenti, quando la questione palestinese non è risolta e peggiora di anno in anno, nell’indifferenza generale?
“Asfar” significa “viaggio” in arabo, e i tre fratelli infatti hanno viaggiato molto dopo aver lasciato la Palestina. Il titolo è anche un gioco di parole con “As Far” in inglese: “così lontano”. Musica che rivela tutto il dolore dell’esilio, senza parole, solo con la tristezza delle note, che parla della Palestina meglio di mille accorati discorsi.
www.letriojoubran.com - www.myspace.com/letriojoubran


MUZZIKA! Febbraio 2011 | Nadia Khouri-DagherJOANA AMENDOEIRA, Sétimo fado, Le chant du monde/Harmonia Mundi
Eravamo rimasti entusiasti di Joana Amendoeira già dal suo precedente album, “A flor da pele” (Le chant du monde, 2009), premiato dalla Fondazione Amalia Rodrigues come miglior album dell’anno ( index.php?c=4660&m=&k=&l=fr ). L’artista è considerata nel suo paese una delle grandi voci della nuova generazione di fadiste che sta rinnovando il genere.
Siamo altrettanto entusiasti di questo suo ultimo album (il settimo!), in cui Joana ci culla al ritmo tranquillo del fado, con chitarre che cantano e danzano, introducendo qui e là una fisarmonica, un piano o un violoncello, strumenti sconosciuti al fado “tradizionale”… L’artista ha creato la sua società di produzione, Nosso Fado, con l’intento di diffondere la tradizione del fado, e renderla più accessibile ai giovani e al resto del mondo. Questo disco ne è una convincente dimostrazione: accanto ai fado interpretati tradizionalmente, troviamo delle composizioni personali, canzoni accompagnate da una fisarmonica importata direttamente dalla Francia, che da decenni è la seconda patria per milioni di portoghesi (“As quatro operações”); o di un piano “jazzy”, che qui è a suo agio come se fosse una chitarra (strumento tradizionale del fado).
Un album indispensabile per tutti gli innamorati di fado – o di belle canzoni – del mondo!
Ascoltate “Todas as horas são breves”: /www.youtube.com/watch
www.nossofado.com - www.myspace.com/joanaamendoeira - www.lechantdumonde.com


MUZZIKA! Febbraio 2011 | Nadia Khouri-DagherALAIN DEBIOSSAT, Valse & attrape, Futur Acoustic/Distrib. Harmonia Mundi
Il sassofonista Alain Debiossat, una delle colonne del gruppo jazz-rock Sixun, creato nel 1984, esordisce da solista con un formidabile album di valzer musette!
Sì, perché mentre tutti confessano una passione per i viaggi e il mondo, Alain Debiossat afferma un doppio attaccamento: all’altrove certo (ha una “passione viscerale per l’Africa e l’America” e accompagna da più di vent’anni diversi gruppi “usciti dal jazz e dal mondo”, come l’Orchestre National de Barbès), ma rivendica lo stesso attaccamento per le sue radici in Charente e per la musica popolare francese, il valzer musette, che ha ispirato diverse sue composizioni e il titolo di quest’album.
Qui rende omaggio a tutti i ritmi che lo fanno vibrare, vicini o lontani: non solo il valzer musette francese (con i brani “La Joliette” e “Vignane”, che è il nome patois del fiume Vienne); ma anche il ritmo gnawa (“Sommeil de l’ange”); la buleria, uno dei ritmi del flamenco (“Valseria”), e naturalmente, in tutti i brani dell’album, il jazz americano, di per sé pieno dei ritmi del mondo.
Spiega l’artista: “Queste variazioni di linguaggi, di dinamiche e di umore non vogliono essere l’elenco delle competenze o una dispersione senza capo né coda, ma il riflesso di una ricerca permanente di equilibrio, di un’addizione di colori che alla fine vuole dare armonia al quadro completo. E dalle nebbie inaugurali di “Zanao” (l’abbiamo cercata su tutte le mappe, ndr!) fino alle ultime esplosioni melodiche de “La Joliette”, quello che prende forma nell’album è un intero mondo, coerente, ridotto alle dimensioni di un giardino segreto senza confini”.
Lo adoriamo!

Un’intervista all’artista:
www.youtube.com/watch
www.myspace.com/sixun - www.futur-acoustic.fr


Nadia Khouri-Dagher
Traduzione dal francese di A.Rivera Magos
(09/03/2011)


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