In cucina, per ricordare l’Armenia | Stefanella Campana, Sonya Orfalian, cucina armena
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Stefanella Campana   
In cucina, per ricordare l’Armenia | Stefanella Campana, Sonya Orfalian, cucina armenaGayané, una donna armena e Nina, una ragazzina italiana, incrociano le loro strade in una notte al calore dell’“ojàkh”, il focolare, mentre fuori impazza una tormenta di neve. Gayané ha cinquant’anni e una memoria antica ed è sopravvissuta al genocidio armeno. Nina è appena uscita dal liceo, è fresca, sbarazzina, a tratti comica, ma con una sottile sensibilità e un irrefrenabile bisogno di sapere.
Sono i personaggi di “Una cena armena”, pièce di Sonya Orfalian che andrà in scena nella prossima stagione teatrale. Facile riconoscere in Gayané la stessa Sonya Orfalian, figlia della diaspora armena, artista, scrittrice e traduttrice da sempre impegnata nella ricerca delle tradizioni e del ricchissimo patrimonio culturale armeno.
Nella diaspora la tradizione si è paradossalmente conservata con maggior forza: era necessario, per poter sopravvivere malgrado tutto, conservare e tramandare il ricordo, rievocare i sapori e gli odori della casa dell’infanzia, ripetere i gesti antichi delle nonne per mantenerli in vita. Ed è quello che ha fatto Sonya con il suo viaggio culinario nella millenaria cultura del suo popolo: anni di ricerche storiche ed etnografiche, traduzioni di testi rari e pressochè introvabili, ma anche ascoltando i consigli di mamme, zie e nonne, vere custodi, su ingredienti e piatti della tradizione. Il risultato è “La cucina d’Armenia”, un’opera poderosa e affascinante che custodisce oltre 130 ricette tra profumi di aglio e cipolla, in realtà un romanzo che ricostruisce la vita quotidiana in terra d’Armenia, ricca di ricordi e figure di famigliari e amici, luoghi, usi, proverbi, leggende e ricorrenze religiose e civili. Una cucina dove grano e riso vi regnano sovrani e che s’intreccia con la storia, con l’avvicendarsi delle dominazioni persiana e bizantina che con le loro culture hanno impreziosito anche l’arte culinaria autoctona. “E’ stato un lavoro lungo e complicato per la difficile reperibilità di molti testi che arrivavano dall’Armenia e che sono stati tradotti per la prima volta”, mi spiega Sonya, ricordando tra l’altro che il prossimo anno sarà il 500° anniversario del primo libro armeno stampato in Italia, a Venezia.
In cucina, per ricordare l’Armenia | Stefanella Campana, Sonya Orfalian, cucina armenaIn questo libro c’è un’appassionante ricerca delle proprie radici. Impresa non facile, come spiega Sonya nella prefazione: “Mettersi in cerca delle proprie radici non è per noi un poetico viaggio proustiano à rebours. Essere figli dei superstiti di un genocidio – e per di più non ancora riconosciuto dagli eredi dei responsabili –vuol dire confrontarsi con un dolore senza nome e senza tempo. E la negazione di quelle atrocità da parte di chi le ha commesse è un altro doloroso tassello che si aggiunge”.
Urfa, l’antica Edessa, è la città di origine della famiglia dei genitori di Sonya, oggi Sanliurfa, in territorio turco. Attualmente esiste una Repubblica di Armenia nata nel 1991, ad est della Turchia e a Sud della Georgia. La maggior parte della popolazione armena, è andata però disperdendosi ai quattro lati del mondo, dando vita alla grande diaspora del popolo armeno, dovuta alle continue vessazioni dei governi turchi succedutisi nei decenni e culminate nel genocidio perpetrato dal governo dei Giovani Turchi nel 1915 e ancora oggi da essi negato. E’ stato Obama a parlare del “grande male”: “ma ora mi aspetto dai turchi il coraggio della verità. In realtà ci sono degli intellettuali turchi che ammettono il genocidio, ma non basta”. Tanto più nel caso in cui la Turchia entrasse nell’Unione Europea: “Avere un vicino di casa che non accetta la verità per me sarebbe un problema”, ammette Sonya.
Meglio tornare alla cucina visto che “era il luogo dove tutte le guerre e i risentimenti razziali avevano fine, il luogo in cui le pietanze di popoli in eterna lotta tra loro convivevano pacificamente”, racconta Sonya. Lei, come tanti altri armeni della diaspora, ad alcuni cibi tradizionali non rinuncerebbe per nulla al mondo, come il pane pasquale, il corèg, a forma di grande treccia, profumato con semi che lei si va mandare dalla Giordania perché in Italia non si trovano. D’altronde, tra gli Armeni, la Pasqua è la festa più importante dell’anno, quando grandi e piccini giocano con uova colorate.
Oggi Sonya vive a Roma dove tra l’altro è stata lei ad aprire l’Ambasciata armena in Italia, dopo essere vissuta con la famiglia in Libia. La presenza degli armeni in Italia, oggi una comunità di duemila persone presenti soprattutto a Milano e Venezia, è di antica data (formata soprattutto da una classe elevata e colta) ma le comunità vere e proprie si sono costituite in seguito alla diaspora nel 1915. “Dopo il ’91 molti, specialmente giovani, emigrano dall’Armenia alla ricerca di un lavoro”.
Sonya Orfalian non ha mai visitato la terra dei suoi avi, ora diventata turca : “Non potevo andarci prima come rifugiata, ora sono cittadina italiana e non escludo un prossimo viaggio perché in Armenia ci sono luoghi meravigliosi”. Ma il tono della sua voce non nasconde una certa amarezza, una ferita che non sembra ancora del tutto rimarginata. Non è un caso che la copertina del suo libro abbia come sfondo Ararat, il mitico monte dell’Arca di Noè “ma è una foto scattata dalle terre occupate”, ci tiene a precisare Sonya. Le terre dei suoi padri. Un messaggio subliminale di un’Armena che non ha dimenticato “il grande male”.

La cucina d’Armenia
di Sonya Orfalian
(Ed. Ponte alle Grazie)



Stefanella Campana
(17/04/2010)