Intervista con Marie-Rose Moro | Marie-Rose Moro, Avicenne de Bobigny, La maison de Solenn, Malia Mansouri, Sara Skandri, Nathalie Galesne, WALLS-separate worlds
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Nathalie Galesne   

//Marie-Rose MoroMarie-Rose MoroAccanto all’ospedale Cochin, La maison de Solenn è aperta a tutte le ore per gli adolescenti. Immersa in una cabina di vetro, l’edificio è inondato da una trasparenza luminosa. Nel suo ufficio, Marie-Rose Moro si destreggia tra mille impegni. Psichiatra, psicanalista, primario dell’ospedale Cochin e dell’ospedale Avicenne de Bobigny, questa donna piena di dinamismo è la principale rappresentante della clinica transculturale in Francia. Per occuparsi meglio della sofferenza degli adolescenti e delle loro famiglie, incoraggia una migliore conoscenza della cultura dei suoi pazienti insieme a una pratica terapeutica basata sull’alterità.

 

 

 

 


 

 

C’è una particolare sofferenza tra gli adolescenti di origine magrebina che vivono in Francia?

I loro sintomi sono gli stessi degli altri adolescenti. Di contro, possiamo affermare che non è facile essere figli di migranti oggi in Francia quando si viene dai paesi del Magreb. Dobbiamo dunque lavorare sul legame genitori-figli, leggere questo malessere a più livelli.

Esistono numerose ricerche su questo tema. Penso specialmente al bellissimo studio di Malia Mansouri sui ragazzi di origine magrebina che hanno partecipato alle rivolte delle periferie ( «Révoltes postcoloniales au cœur de l’hexagone», premio Le Monde de la recherche universitaire 2013, ndr). È emerso che questi giovani hanno un amore disilluso nei confronti della Francia che non offre loro le stesse opportunità che dà agli altri. Portano in maniera transgenerazionale il peso di una colonizzazione non ancora superata, soffrono discriminazioni e importanti difficoltà di identificazione.

 

Pensate che sia più facile per le giovani?

Sì, senza alcun dubbio, e questo è stato messo in evidenza nell’opera di Sara Skandri, «Les mille et une voix de Shahrazade» (ed. La pensée sauvage, ndr). Le adolescenti di origine magrebina stanno globalmente meglio dei ragazzi. Sono certamente meno libere di loro, ma hanno maggiore libertà nella testa. Battersi contro il proprio fratello o il padre è possibile ma i ragazzi con chi possono prendersela? Inoltre emerge che falliscono più facilmente e più spesso delle ragazze. Quando loro vogliono riuscire in qualcosa, infatti, ci riescono molto bene. Quelle che vengono ai colloqui parlano volentieri, hanno l’abitudine di essere nella mediazione, di negoziare, fanno progressi molto rapidi.

 

Perché vengono al consultorio?

Hanno gli stessi problemi delle altre ragazze loro coetanee. Fobie, obesità, tentativi di suicidio… Da qualche anno soffrono anche di anoressia. Questa è una patologia che prima riguardava solamente le giovani della classe sociale più abbiente. Ma l’anoressia è un modo per esprimere la propria sofferenza e le giovani magrebine la trovano molto “comoda” per far sapere all’esterno che non stanno bene. Per le loro madri che sono cresciute in Magreb è qualcosa di terribilmente violento.

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Come arrivano da voi queste giovani, e come funziona una consulenza transculturale ?

Nella maggior parte dei casi, sono consulenze di secondo invio. Riceviamo adolescenti che hanno già seguito altri terapeuti, in genere con i genitori. Solamente nel 30 percento dei casi i ragazzi arrivano da soli. I nostri colloqui si fanno con un gruppo di terapeuti cosmopoliti e multiculturali, e soprattutto con un traduttore. Una famiglia magrebina non viene mai seguita da uno psicoterapeuta magrebino, non servirebbe a niente. Invece, nel nostro cerchio allargato ci sono neri, gialli, bianchi… l’adolescente percepisce immediatamente che le persone che li ascolteranno sono diverse: asiatici, arabi, musulmani, laici… è questa alterità che permette di comprendere il pregiudizio. Le consulenze transculturali sono uno strumento prezioso per interpretare la migrazione, che ha molteplici livelli di lettura: quello del padre, della madre, del paese di origine, della Francia.

 

Articolo pubblicato nel N°78 del «Courrier de l’Atlas».

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Nathalie Galesne

21/3/2014

Traduzione dal francese di Federica Araco