Violenza nelle periferie: l’effetto boomerang | Ghania Kelifi
Violenza nelle periferie: l’effetto boomerang Stampa
Ghania Kelifi   
Violenza nelle periferie: l’effetto boomerang | Ghania KelifiLa ricorrente violenza nelle periferie francesi, è , com'è stato abbondantemente spiegato, l'espressione del sentimento crescente di emarginazione dei giovani e la loro reazione alle disuguaglianze sociali. Giovani francesi che non vogliono più vivere come i loro parenti immigrati. Tuttavia ci si focalizza meno sull'effetto boomerang del discorso politico e sull'esagerazione mediatica. L'attualità francese è carica di queste sviste che hanno spinto alla radicalizzazione numerose categorie di popolazione nonchè al loro rigetto da parte dell'autorità statale.

Due casi, classificabili quali semplici fatti di cronaca, sono stati creati da un eccesso politico e mediatico impressionante. Due fatti che hanno scavato maggiormente il divario tra le comunità, contribuendo al crescente sentimento d'ingiustizia poichè in nessun momento si è tentato di riallacciare il dialogo nè di lavorare nella direzione della calma e della serenità. Il 21 giugno scorso, un giovane è stato selvaggiamente aggredito nella 19esima circoscrizione di Parigi da altri giovani. Il fatto sarebbe passato inosservato se il giovane non fosse stato ebreo e non avesse portato la kippa . Subito la stampa ha usato mezzi pesanti: “Scontro comunitario”, “guerra di bande”, “antisemitismo”. Le prime pagine dei giornali, in particolar modo quelli popolari, hanno tirato fuori tutti gli spauracchi dell'odio e del razzismo. All'offensiva di numerosi giornali, la politica non ha fatto altro che alternare dichiarazioni ufficiali pronte a stigmatizzare l'una o l'altra comunità.
Prima ancora dei primi risultati d'inchiesta o di qualsiasi arresto, il portavoce del ministero dell' Interno taglia corto: "E’ un atto antisemita perchè la vittima portava una kippa". La rivista FRANCE SOIR crede che "Non sarebbe uno ma più giovani di confessione ebraica che sarebbero stati aggrediti".
Non si è ben lontani da una guerra confessionale. Un consigliere dell'amministrazione comunale, la signora Linda Asami enuncia il suo verdetto, con tremolio nella voce esprimendo la sua "indignazione di fronte a tanto odio per un ragazzo, a causa della sua fede". Il sindaco della circoscrizione in questione proteggendosi con un condizionale poco convincente afferma: "Giovani ebrei sarebbero venuti il pomeriggio nel quartiere dopo che un loro amico si sarebbe fatto rubare il motorino e i toni sarebbero subito saliti. Qualche ora più tardi la banda di origine nord africana avrebbe deciso di vendicarsi su una persona ebrea”. Per il
Caso in questione, il politico sceglie il termine di "nord africani", con connotazioni che rimandano al lessico coloniale francese. Si noterà che gli ebrei sono definiti come giovani e i nord africani "una banda".

Dimenticate tutte le espressione prefabbricate per designare i nord-africani, africani od asiatici. Più che di minoranze visibili o di francesi, la diversità non è più questione solo di neri, magrebini ebrei o africani. Le comunità magrebine o nere così stigmatizzate non nascondono la loro convinzione che nessuno avrebbe mosso un dito se la vittima fosse stata una di loro. In tutta questa cacofonia solo la voce del gran rabbino di Francia si è distinta per la sua moderazione: "E’ forse un atto antisemita, ma ciò non è sicuro". Youssef, giornalista di origine algerina, abitante da molti anni nel quartiere dove è avvenuto il fatto, si stupisce di tale mediatizzazione: "I giovani bivaccano qui come altrove. E vero che si spostano in bande, ma tutto sommato non siamo a Baghdad. Si sta bene qui. Quando sentiamo le televisioni ci domandiamo se parlano del nostro quartiere!". Stesso stupore da Corentin e la sua amica franco tunisina Melissa, due giovani creatrici installatesi qui, a Rue de Flandres da quasi 3 anni: "E’ più conviviale di non pochi altri quartieri di Parigi. Rientriamo spesso molto tardi e non abbiamo mai avuto problemi. Cos'è questo casino che ci fanno i giornalisti?" si arrabbia Corentin. Per tornare all'episodio che ha conosciuto un'eccessiva politicizzazione, il seguito degli avvenimenti smentisce le frettolose dichiarazioni.
Il giovane Rudi è stato vittima di rappresaglie di una banda in guerra contro la propria. Le versioni contraddittorie rivelano per lo meno che il pomeriggio di quel sabato i due gruppi si sono scontrati per una vicenda riguardante il furto di un motorino. Cinque giovani, effettivamente "neri", e non venti o trenta come hanno scritto i giornali all'inizio del caso, sono tornati sul luogo ed hanno trovato Rudi da solo. Quanto a Rudi, era stato arrestato dalla polizia perché in possesso di armi bianche dopo uno scontro "intercomunitario" con bande di giovani, magrebini ed africani, secondo la denuncia della polizia. Tutti gli abitanti del quartiere conoscono queste scaramucce tra giovani ed hanno sempre rifiutato di considerarle come una guerra etnica. Non è la prima volta che l'eccessiva strumentalizzazione politica e mediatica forza il discorso nella direzione di uno scontro etnico e di radicalizzazione dei giovani.
Violenza nelle periferie: l’effetto boomerang | Ghania Kelifi
Nel novembre del 2007 due adolescenti vengono investiti da un veicolo della polizia. L'impatto è fatale. La rabbia si impadronisce della popolazione, persuasa che la polizia andasse troppo veloce. Varie testimonianze vanno in questa direzione.
Delle rivolte scoppiano e dei colpi di pistola vengono fatti esplodere da sconosciuti. Numerose persone, tra le quali dei poliziotti, vengono ferite, ed effettuati degli arresti. La città è in tensione. Il presidente Sarkozy esige l'arresto dei tiratori e deileader: "impiegate i mezzi che volete" dice ai poliziotti. Qualche giorno più tardi, molto presto la mattina, più di un migliaio di poliziotti invadono Villier-le-bel sotto l'occhio di telecamere presenti in massa. L'operazione prende dei connotati hollywoodiani. Ministri ed eletti negano di aver chiamato le telecamere. Alcuni giornalisti si rifiutano di prestarsi a questo gioco, altri inneggeranno alla gloria delle forze dell'ordine filmate come fossero in terra nemica. Gli abitanti sono scandalizzati e shoccati per esser trattati come delinquenti. La ferita metterà molto tempo a rimarginarsi.
A fine giugno l'inchiesta sul caso rivelerà che i poliziotti erano responsabili della collisione poichè guidavano troppo veloci, senza sirene nè alcun altro tipo di segnale in una curva ben nota per le sue condizioni di cattiva visibilità. Gli adolescenti in moto non avrebbero potuto evitarla. Da molti anni, il trattamento di tali sbavature va troppo in una direzione garantista.

Le violenti rivolte nelle periferie del 2005 non hanno, paradossalmente insegnato la moderazione nè la prudenza alle autorità. I rapporti tra la polizia ed i giovani delle periferie si sono considerevolmente degradati e si esprimono col solo mezzo della violenza. I giovani, soggiogati dall'effetto specchio-televisivo, sanno che il tafferuglio e le macchine bruciate offrono loro una presenza mediatica e un senso di potenza.
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Nicolas Sarkozy
La periferia è diventata così sinonimo di violenza e taluni non esitano a servirsi di questa immagine. L'UMP (destra), in piena campagna elettorale per Nicolas Sarkozy, ancora ministro dell'Interno, aveva comprato su internet le parole "banlieu"(periferia), "émeutes"(rivolte), "voitures brulées"(macchine bruciate). Quando si cliccava su tali parole un link portava ad una petizione di sostegno intitolata "scontri in periferia: sosteniamo Nicolas Sarkozy". Bisogna rammentare che l'attuale presidente francese aveva incentrato la sua campagna elettorale sull'insicurezza ed ovviamente l'immigrazione. Due piaghe strettamente legate alla periferia ed alle popolazione di origine extra-comunitaria. Non si è solo contentato di farne slogan elettorali. Per Patrick Lozés, presidente del CRAN (consiglio rappresentativo delle associazioni nere) "Le lamentele per i controlli di identità abusivi o delitti mascherati sono sensibilmente aumentati sotto il governo Sarkozy" .
La politica di governo attuale non è senza incidenza. Tali propositi sono confermati da un inchiesta diretta dall'istituto di sondaggi CSA del CRAN sulle minoranze visibili ed i controlli d'identità. Nel corso dei tre ultimi anni, un francese “diverso” - soprattutto nero, magrebino od asiatico - in media sarebbe stato controllato tre volte di più che un francese di "etnia" o di tipo europeo. I giovani, specie se in gruppo e con particolari stili di abbigliamento sono più “idonei” a essere controllati. Secondo la loro propria percezione, il 55% dei giovani stimano che il controllo è in relazione al colore della pelle. Per il 43% di essi il comportamento dei poliziotti è stato scorretto, invece per l'85% dell'insieme della popolazione interrogata lo qualifica corretto. Sul contenuto del termine scorretto Lozès ci spiega che riguarda "il dare del tu, talvolta insulti ed il tono della voce". Si dice persuaso che tali controlli a ripetizione "creino risentimento e dilatino i legami sociali". La sua organizzazione intende proporre ai poteri pubblici che tutti i controlli d'identità siano filmati e s’instauri un processo verbale con la motivazione del controllo, seguendo l’esempio istituito dal senatore americano Obama. Solo che la Francia non è l'America....

Questo articolo fa parte di una serie d’inchieste giornalistiche sui fenomeni di radicalizzazione in Europa e nel Mediterraneo. E’ stato redatto nell’ambito del progetto DARMED, realizzato dal Cospe e sostenuto dall’UE.


Ghania Kelifi
traduzione dal francese di Luca Driussi
(06/08/2008)



Violenza nelle periferie: l’effetto boomerang | Ghania Kelifi
    "Preventing Violent Radicalisation 2007"

"Con il sostegno finanziario del Programma Preventing Violent Radicalisation
Commissione Europea - DG Giustizia, Libertà e Sicurezza" 



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