Calais: sognando Inghilterra | Maurizio Dematteis
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Maurizio Dematteis   
Calais: sognando Inghilterra | Maurizio DematteisScende la notte sul porto di Calais. Le luci a giorno rischiarano il piazzale asfaltato, cinto da una rete alta tre metri, dove stazionano i camion in attesa dell’imbarco per l’Inghilterra.
Yasir percorre rue de Moscov, passa il ponte Ventillard che divide la città vecchia dal porto, cammina lungo il perimetro della rete e all’improvviso, con agile mossa, scavalca. Immediatamente scatta l’allarme sonoro e arriva un’auto della polizia inglese. Questa sera è la terza volta che tenta di scavalcare la rete. La polizia ormai lo conosce, ma non sa come fare per fermarlo. Gli inglesi attendono i colleghi francesi, che arrivano, caricano Yasir in auto e lo portano fuori dal porto, verso il centro di Calais. Pont Ventillard, rue de Moscov, e il ragazzo afgano viene rilasciato per strada. «Vengo da un paese a nord di Kabul – spiega Yasir in un inglese stentato – e sono partito da casa ormai da tre anni». Aveva 12 anni, primo di quattro fratelli e una sorella, quando perse il padre rimasto ucciso in una sparatoria. Decise di partire per raggiungere l’Inghilterra, dove alcuni parenti erano riusciti a costruirsi una nuova vita. Come tanti suoi conterranei è entrato in Iran attraverso le montagne per poi andare in Turchia. Da qui si è introdotto illegalmente in Europa attraverso la Grecia. «Sono stato bloccato per due anni a Patrasso – racconta sorridendo -. Poi dopo tantissimi tentativi, finalmente sono riuscito a passare nascosto in un camion che è sbarcato a Venezia». Poi in treno, attraverso il Col di Tenda, è arrivato a Parigi. Per poi arrivare a Calais, dove lo aspetta l’ultimo sforzo che lo divide dalla sua meta.

«Tra tre o quattro giorni avrà fatto il salto dall’altra parte, in Inghilterra. Come tutti». Sylvie Copyans non ha dubbi. Secondo lei Yasir arriverà presto in Inghilterra. 52 anni, ex impiegata di banca, Silvie è uno dei soci fondatori di Salam, associazione di Calais che lavora fornendo aiuto umanitario a emigrati clandestini. Seduta ad un tavolino del café brasserie “La Tour” della centrale Place d’Arme offre una Coca Cola al giovane afgano. «Qui in Francia non possono fermalo – continua la donna -. Ha 15 anni, è minorenne, e dovrebbe essere a scuola». Invece vive accampato come tanti altri suoi connazionali tra quello che resta della “Forest”, un bosco ai margini della zona industriale di Calais, e i bungalow occupati abusivamente sulla spiaggia. Spiaggia dalla quale, ironia della sorte, si vedono le bianche scogliere di Dover dall’altra parte dello stretto della Manica.
«Conoscete il film “Welcome” di Philippe Lioret?», chiede Sylvie all’improvviso. «La sceneggiatura l’abbiamo scritta proprio qui, nel tavolino a fianco». Il film, del 2009, aveva suscitato un certo scalpore in Francia e nel resto d’Europa. Raccontava la vita e le peripezie degli immigrati clandestini bloccati a Calais in attesa di passare in Inghilterra. In molti pensavano che la pellicola avrebbe avuto la forza di “scuotere le coscienze” della gente e, soprattutto, dei governanti di Parigi. Che la Francia, patria della “Liberté, Egalité e Fraternité” si indignasse e trovasse un rimedio per queste persone in difficoltà. Ma così non è stato. «Ancora oggi gli immigrati clandestini vivono in condizioni spaventose – continua Sylvie Copyans - in immobili occupati abusivamente o nella giungla. Trattati come cani dalla polizia. Vengono percossi e poi arrestati. Le loro baracche vengono distrutte col fuoco. La polizia non può mandarli a casa così rende la loro vita quanto più orribile possibile. È una caccia all'uomo».

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Due immigrati nel tentativo di nascondersi in un camion
Sette del mattino, “Casa Africa”, lo squat di immigrati clandestini più grosso di Calais, in rue Des Scartes: arrivano sette furgoni a sirene spiegate da cui scendono di corsa una ventina di poliziotti. Sudanesi, eritrei, etiopi, somali ed altri ancora salgono sui tetti. Alcuni vengono fermati e caricati sui mezzi. Ci sono uomini in divisa della Polizia locale di Calais, della Gendarmeria nazionale, della Polizia nazionale e addirittura i “famosi” Crs, gli uomini della Compagnies Républicaines de Sécurité, corpo della Polizia nazionale francese con funzioni antisommossa. Alcuni brandiscono delle scale telescopiche per salire sui tetti. Ma dopo mezz’ora improvvisamente tutti gli uomini in divisa risalgono sui loro mezzi e se ne vanno. Dopo pochi minuti i migranti scendono dai tetti dell’edificio urlando di gioia.
«Sono scappato dal mio villaggio nel sud del Sudan – racconta Adam, sudanese del Darfur, a Calais da quattro mesi – inseguito dall’esercito che voleva arruolarmi». I militari sono arrivati a cavallo nella notte, hanno portato tutti fuori dalle case e le hanno incendiate. «Mi ricordo le frustate che schioccavano nell’aria – continua Adam - e sono subito scappato il più lontano possibile». Perdendo ogni traccia della sua famiglia. Adam è stato successivamente internato in un campo profughi. E non ha mai più saputo nulla dei suoi fratelli e dei suoi genitori. «Sono arrivato a Lampedusa nel 2009 – racconta il sudanese – ed ho chiesto asilo a Roma. Ho anche chiesto che mi aiutassero a rintracciare la mia famiglia, ma nessuno è riuscito a sapere nulla. Ora aspetto il momento giusto per passare in Inghilterra. Nella speranza che non mi scoprano, altrimenti mi rispediscono a Roma. Dove hanno le mie impronte digitali».

Rue de Moscov, nel centro storico di Calais. Un grande piazzale asfaltato gremito di stranieri è il centro di distribuzione del cibo messo a disposizione dal Comune alle associazioni che si occupano dei migranti. Si danno il turno tra associazione Salam, La Belle Etoile, Secours Catholique e l’Auberge des Migrantes. Garantiscono la distribuzione di colazione alle 10, pranzo alle 12 e cena alle 18. «Sono arrivato da due settimane a Calais. Ho vissuto sette anni in Italia, a Vigevano. Facevo l’idraulico e stavo bene. Avevo la casa, l’automobile, una ragazza. Andavo in discoteca con gli amici. Al Globo, vicino a Vercelli. Ma ora in Italia c’è la crisi, la mia ditta ha chiuso ed io ho perso il permesso di soggiorno, come tanti miei amici stranieri». E come tanti altri suoi amici egiziani, Hassan , 28 anni, tenta di arrivare in Inghilterra. Perché di tornare a casa, con quello che sta succedendo in Egitto non se ne parla. Nelle ultime settimane cominciano ad arrivare alcuni connazionali sbarcati a Lampedusa in seguito alla crisi del Cairo, partiti dalle coste tunisine e libiche. Con buona pace delle misure straordinarie messe in campo dalla polizia francese a Nizza e Ventimiglia. «In Francia la situazione è terribile», racconta Hassan con la faccia sconvolta, in un italiano fluente. Dormiva nello squat chiamato “Casa Palestina” e sono arrivati i poliziotti. L’hanno arrestato e tenuto tutta la notte in centrale con le manette. E’ stato appena rilasciato e mostra i segni rossi ai polsi. «Non si può vivere così. Provo ancora una settimana a passare in Inghilterra. Se non ci riesco torno in Italia. Se solo avessi i soldi per passare…». E si, perché chi ha tra i 500 e i 1000 euro a disposizione per pagare il passeur, arriva in Inghilterra senza problemi. Attende direttamente a Parigi, per essere poi nascosto in un camion che attraversa la Manica nell’Eurotunnel o su un traghetto del Porto di Calais. Ma chi non ha soldi può solo tentare la fortuna, sperando di passare indenne i controlli. Magari con un sacchetto di plastica in testa per non rilasciare anidride carbonica, che potrebbe essere rilevata dagli apparecchi della polizia.

Maurizio Dematteis
(29/06/2011)



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