Viaggio in Israele tra paure e desiderio di pace | Elisabetta Gatto, Lorraine Levy, shabbat, Muro del Pianto, Mohammed Morsi, Cupola della Roccia
Viaggio in Israele tra paure e desiderio di pace Stampa
Elisabetta Gatto   

Viaggio in Israele tra paure e desiderio di pace | Elisabetta Gatto, Lorraine Levy, shabbat, Muro del Pianto, Mohammed Morsi, Cupola della RocciaL’esperienza di una giovane giornalista nei giorni dei missili di Hamas, la risposta forte alla spirale di violenza sulla Striscia di Gaza. Il conflitto israelo-palestinese attraverso un dramma familiare nel film “Le fils de l’autre” (Il figlio dell’altra) di Lorraine Levy: un invito a scegliere chi si vuole realmente essere, oltre ogni convenzione sociale, prescrizione religiosa o certificato anagrafico.

È la vigilia dello shabbat: una folla di devoti ortodossi accorre al Muro del Pianto e mi avvicino anch’io, timidamente, per lasciarmi contagiare dall’aura mistica che avvolge quello spazio.

All’improvviso, la quiete religiosa è interrotta dal suono di una sirena di allarme: il 16 novembre 2012 è un tuffo nel passato, un segnale inaspettato. Ci sparpagliamo confusi in cerca di indicazioni: alcuni militari ci invitano a rifugiarci sotto un porticato. Siamo stipati, continua ad arrivare gente, sempre più smarrita. Nessuno, sul serio, capisce cosa sta accadendo. Mi chiedo se siamo in pericolo, ma senza volermi davvero dare una risposta. Il giorno prima Tel Aviv era stata il bersaglio di missili di Hamas – i primi a distanza di 21 anni dalla prima guerra del Golfo – che fortunatamente erano caduti senza fare danni. Cessata l’allerta, apprendiamo la notizia che un razzo si è schiantato in un'area disabitata fuori dalla città, anche questa volta senza causare vittime. Non accadeva dal 1967. Il valore simbolico di quell’atto, che avrebbe portato a un inasprimento delle tensioni, non si può trascurare. Un’azione dimostrativa? Forse. Certamente una risposta forte all’intollerabile spirale di violenza sulla Striscia di Gaza. Digerito il turbamento, si è tentato di fare delle previsioni sullo sviluppo della situazione: per i media sarebbe stato imminente un attacco di terra dell’esercito israeliano a Gaza, ma tra gli abitanti di Gerusalemme pochi, in realtà, lo ritenevano inevitabile e ancor meno se lo auguravano; in tanti, invece, temevano la ripresa di una nuova intifada, con attentati terroristici alle fermate degli autobus o nei caffè. Con il senno di poi, non è stata un’ipotesi azzardata.

Dopo otto giorni e troppe vittime, si brinda alla tregua. In un momento così delicato, il contributo del neopresidente egiziano Mohammed Morsi nella mediazione e nella promozione di un accordo è stato prezioso e ha fatto sperare a un nuovo e più efficace attore sulla scena mediorientale. Ma si tratta dello stesso uomo che a pochi giorni di distanza rischia di rendere vane le conquiste della Primavera araba, con l’approvazione del decreto che aumenta i suoi poteri in modo quasi illimitato. Che la carta giocata per la tregua in Medio Oriente sia stata il trampolino di lancio per le sue intenzioni “faraoniche”?

In ogni caso, parlare di pace è una forzatura: per molti si tratta di una nuova “tregua economica”, perché nel Paese non si interrompano traffici commerciali e flussi turistici che interessano a entrambe le parti. Fino a che deporre le armi risponderà alla strategia più conveniente sul piano economico, senza la ricerca di un’intesa più profonda, sarà soltanto episodico.

//La Cupola della RocciaLa Cupola della Roccia

La storia di Gerusalemme è fatta di guerre e di lotte, di conquiste e di dominazioni, di distruzione, ma anche di rinascita. La Cupola della Roccia, abbagliante come un faro nella Città Vecchia, ricorda che esiste un luogo nel Medio Oriente tormentato dalle tensioni religiose dove si vuole che il rispetto prevalga sul caos. Nella città sacra per ebrei, cristiani e musulmani si assapora un'atmosfera – paradossalmente e nonostante la presenza di militari a ogni angolo – di tolleranza tra culture che, costrette a convivere l’una accanto all’altra, hanno imparato la difficile arte della comprensione. Shalom è il saluto in ebraico, sālam in arabo: quando ci si incontra, ci si rivolge un augurio di pace. Anche se tutt’attorno è violenza.

Non credo sia un caso se, tornata a casa, tra tutti i film in programmazione al Torino Film Festival ho scelto di andare a vedere “Le fils de l’autre” (Il figlio dell’altra) di Lorraine Levy: un cast di palestinesi, israeliani e francesi, una regista di origine ebrea per raccontare – in quattro lingue (francese, ebraico, arabo e inglese) – il conflitto israelo-palestinese attraverso un dramma familiare e al tempo stesso storico, politico e culturale. Joseph, un giovane di Tel Aviv, quando sta per arruolarsi nell’aeronautica militare, scopre di essere stato scambiato alla nascita, nel pieno dei bombardamenti della prima guerra del Golfo, con un suo coetaneo di nome Yacine, di origine palestinese. Il tema dei neonati scambiati alla nascita è il prototipo della commedia degli equivoci, ma in questa prospettiva assume un significato nuovo, perché chiamarsi Al Bezaaz è ben altra cosa che chiamarsi Silberg.

Una verità che sconvolge, in modo diverso e forse imprevisto, tutti quelli che ne sono coinvolti. Per le donne è più semplice, il loro ruolo le eleva al di sopra di qualsiasi situazione contingente: non ci sono barriere che fermino l'amore di una madre per suo figlio. Per i padri, no: sono uomini sopraffatti dal rancore etnico e preferiscono rinfacciarsi le responsabilità dei rispettivi governi piuttosto che provare a conoscersi. Del resto, sono a confronto un colonnello dell’esercito israeliano e un ingegnere palestinese costretto a fare il meccanico perché non può uscire dal suo villaggio in Cisgiordania. Le sorelle più piccole stringono subito amicizia e, disinteressate alle macroquestioni degli adulti, si dedicano a giocare insieme con le bambole.

I veri protagonisti del dramma sono Joseph e Yacine: la loro identità si è frantumata di fronte alla necessità di immaginare come sarebbe stata la loro vita se non fosse stato commesso quel tragico errore. Sono costretti a fare i conti con il problema “l’Altro sono io”, senza falsi buonismi: la prima battuta di Joseph quando apprende che, pur non sentendosi arabo, non potrà più essere ebreo è: “Allora devo cambiare la mia kippah con una cintura esplosiva?”. Il film ha il coraggio di narrare la realtà di violenza e di soprusi a cui sono costretti i palestinesi, ma non facendone una bandiera, piuttosto scavando tra le pieghe umane e familiari della vicenda per rintracciare le ragioni di un conflitto che divide i due popoli. Nella quotidianità della gente comune si può trovare una via di fuga. La speranza è affidata alle nuove generazioni, a quei giovani che da una parte e dall’altra del muro aspirano a vivere una vita normale di uomini liberi, senza vedere necessariamente dall’altra parte il nemico. Yacine raccomanda a Joseph: “Hai la mia vita nelle tue mani, cerca di impegnarti per viverla al meglio”. È un invito a scegliere chi si vuole realmente essere, oltre ogni convenzione sociale, prescrizione religiosa o certificato anagrafico.

 


 


Elisabetta Gatto
29/11/2012