Libia: muoversi in un Paese segnato dall’instabilità politica | Medit, Gheddafi, migranti in Libia, Lockerbie, lavoratori nigeriani, traffico di esseri umani, Farid Adly
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Farid Adly/Medit   

Libia: muoversi in un Paese segnato dall’instabilità politica | Medit, Gheddafi, migranti in Libia, Lockerbie, lavoratori nigeriani, traffico di esseri umani, Farid Adly

Con la fine del regime del colonnello Gheddafi, nel 2011, sono cadute molte restrizioni alla mobilità per i cittadini libici, e i visti per espatriare o viaggiare all’estero sono diventati facili da ottenere, condizionati soltanto all’ottenimento di un visto dal paese estero da visitare. Tuttavia la crescente instabilità e l’incertezza dello scenario politico, nonché le recenti turbolenze culminate in scontri tra milizie proiettano una nefasta ombra sulla drammatica situazione dei lavoratori migranti in Libia.

Sin dai tempi dell’indipendenza, nei primi anni Cinquanta, la Libia ha avuto un estremo bisogno di lavoratori stranieri per ricoprire incarichi e mansioni che il personale e la manodopera locale non riuscivano a garantire. In un primo tempo, insegnanti e quadri tecnici di alto livello e successivamente, dopo la scoperta del petrolio e la diffusione della scolarizzazione, anche lavoratori del settore dell’artigianato, dei servizi, dell’edilizia e infine dell’agricoltura. Se negli anni Cinquanta gli stranieri regolarmente occupati in Libia erano l’1,3% rispetto al totale della popolazione, negli anni Settanta rappresentavano già il 17,2% degli abitanti del paese. A queste cifre vanno aggiunti, però, i lavoratori non regolari presenti nel paese senza contratti di lavoro registrati.

Le leggi riguardanti il lavoro e il soggiorno degli stranieri in Libia risalgono ai tempi della monarchia e al tempo erano considerate molto avanzate perché garantivano assistenza previdenziale e assistenza sociale uguale a quella garantita ai cittadini libici e permettevano ai lavoratori di trasferire nel paese d’origine l’80% del salario contrattuale. Ad occuparsi della registrazione dei lavoratori stranieri era lo stesso ufficio del Ministero degli Interni preposto all’emissione dei passaporti e delle carte di identità per i cittadini libici: l’ufficio passaporti e immigrazione. Per lavorare regolarmente in Libia, i lavoratori stranieri dovevano ottenere preliminarmente un contratto di lavoro con un cittadino oppure una ditta libica. I visti d’ingresso erano erogati dalle sedi consolari e, all’arrivo del lavoratore straniero nel paese, il datore di lavoro aveva l’obbligo di ottemperare alle procedure di registrazione nelle questure distrettuali, per ottenere un permesso di soggiorno della stessa durata del contratto di lavoro e per la registrazione del lavoratore alle casse di previdenza e assistenza sociale. Allo scopo di far incontrare l’offerta e la domanda di manodopera sono sorte nel tempo, sia in Libia che nei paesi di origine dei lavoratori (prevalentemente Egitto, Tunisia, Sudan e Marocco), diverse società di intermediazione. Le grandi società che avevano ottenuto commesse per lavori in Libia di norma provvedevano a reperire all’estero la propria manodopera.

Alla fine degli anni Settanta, il governo libico ha liberalizzato gli ingressi per i cittadini dei paesi della Lega Araba, che da quel momento in poi potevano entrare in Libia anche per svolgere attività lavorative e di affari senza il bisogno di un visto d’ingresso, ma con l’obbligo di registrarsi nelle Questure. Lo stesso provvedimento è stato preso, a metà degli anni Novanta, per i cittadini dei paesi africani. Parallelamente a questi provvedimenti avanzati di liberalizzazione, il governo di allora ha predisposto tutta una serie di misure restrittive al movimento dei libici verso l’estero.

La mobilità all'interno del paese non ha mai ufficialmente subito restrizioni, anche se il controllo del territorio era garantito da posti di blocco - di fatto delle postazioni fisse - nelle principali arterie di entrata e uscita dalle grandi città. La legittimazione di queste misure faceva riferimento alla sicurezza della popolazione, ma in realtà lo scopo principale era quello di ridurre lo spazio di azione delle opposizioni politiche che da metà degli anni Settanta si erano meglio organizzate, sia nella società civile che nelle istituzioni militari. Tra le varie misure restrittive messe in atto, due hanno avuto effetti fortemente limitativi: a) per i cittadini libici all’estero è stato introdotto l’obbligo di tornare in Libia per poter ottenere il rinnovo del passaporto; b) sono state irrigidite le procedure di rilascio del visto di uscita dal paese. L’ottenimento di quest’ultimo veniva infatti condizionato a motivazioni specifiche (cure, studio, affari,…) e al possesso di sufficiente valuta estera acquistata legalmente da una banca libica.

Negli anni Ottanta e Novanta queste misure, in aggiunta all’embargo ONU, hanno ridotto al minimo la mobilità dei cittadini libici. Con le tiepide “liberalizzazioni” dei primi anni del terzo millennio, in seguito all’apertura del regime ai paesi occidentali con la firma dell’accordo per gli indennizzi alle vittime di Lockerbie e in seguito alla guerra in Iraq e alla caduta del regime dittatoriale di Saddam Hussein, le misure burocratiche restrittive sono state attenuate, ma non cancellate del tutto. Soltanto con la fine del regime, nel 2011, queste restrizioni sono di fatto definitivamente cadute ed è stata liberalizzata la concessione di visti per viaggiare all’estero e per l’espatrio, condizionata soltanto all’ottenimento di un visto dal paese estero da visitare. Con alcuni paesi, come Egitto, Tunisia e Turchia vige, per i cittadini libici, la possibilità di concessione del visto alla frontiera.

Negli anni Ottanta il sistema economico libico ha subito forti scosse con l’introduzione della cosiddetta economia jamahiriana, che cancellava formalmente il lavoro dipendente e trasformava coercitivamente le società in cooperative. Da questa opera di trasformazione, però, sono stati esclusi i lavoratori stranieri, provocando la perdita di lavoro per centinaia di migliaia di loro. Anche l’embargo internazionale contro la Libia, in seguito all’attentato di Lockerbie, ha avuto un suo riflesso sulla manodopera straniera in Libia. L’impoverimento generalizzato della popolazione, a causa della iniqua distribuzione della ricchezza, ha fatto fiorire il mercato nero e il doppio cambio delle valute pregiate (dollaro e sterlina), con un rapporto di 1 a 16 tra il tasso bancario e quello del mercato nero. Questa situazione ha creato le condizioni per la nascita di una forte xenofobia che la società libica non ha mai vissuto in passato e che nel settembre 2000 è sfociata in una ribellione contro i lavoratori africani, in un quartiere di Tripoli, dove sono stati assassinati sei lavoratori nigeriani.

Quell’episodio drammatico ha imposto di fatto il ritorno al sistema dei visti per poter entrare nel territorio libico, ma la misura non ha bloccato i flussi migratori verso il paese. La Libia con i suoi settemila chilometri di confini terrestri e marittimi è diventata, in particolare dopo la firma degli accordi di rimpatrio da parte dei governi di Marocco, Tunisia ed Egitto con i paesi dell’Unione Europea (principalmente l’Italia), la meta preferita per la tratta degli esseri umani. Oltre alle frontiere egiziana e tunisina, più facili da attraversare, si sono dimostrate redditizie per le organizzazioni criminali anche le rotte sahariane dal Sudan, dal Ciad e dal Niger. Strutture ben organizzate gestiscono tutte le fasi del processo migratorio, dai campi profughi e dalle città d’origine degli aspiranti migranti fino alla costa libica, passando dalle oasi di Kofra e di Ghat. I migranti passano di mano in mano, con richieste di denaro sempre più esose e la minaccia di essere abbandonati senza documenti in un paese dove la polizia non perdona e spesso, a causa della corruzione, è complice dei trafficanti.

Il cambio di regime dopo la rivolta del 2011 non ha cambiato la condizione dei migranti: la polizia del vecchio regime è stato rimpiazzata dalle milizie armate, molte delle quali gestiscono in prima persona questo criminale traffico di esseri umani. La Libia non ha mai ratificato il trattato internazionale sul diritto d’asilo e gli accordi della Libia con l’Italia e con l’UE per il finanziamento della costruzione di centri di accoglienza, veri e propri lager in mezzo al deserto, hanno peggiorato le condizioni di vita dei migranti senza documenti d’ingresso. Il primo governo libico eletto ha intrapreso alcuni passi positivi con l’apertura di un ufficio dell’ONU per la valutazione dei richiedenti asilo politico da smistare verso altri paesi di destinazione, ma nelle attuali condizioni d’instabilità politica, i primi a pagare un alto prezzo sono stati i lavoratori stranieri e la situazione dei migranti rimane drammatica. Centinaia di migliaia di loro hanno perso tutti i loro averi e vivono una condizione di estrema incertezza e insicurezza.

Tutti i giorni vengono espulsi dal paese centinaia di lavoratori con l’accusa di essere clandestini. Alcuni dei quali con regolari visti d’ingresso, dichiarati falsi dalle autorità libiche. L’attuale crisi istituzionale, le tensioni e gli scontri tra milizie hanno provocato a più riprese la chiusura delle frontiere con Tunisia e Egitto e il blocco del traffico aereo. Si tratta di uno scenario di grande difficoltà tanto per i lavoratori stranieri – che in molti casi hanno deciso di tornare nei propri paesi d’origine - quanto per i cittadini libici, molti dei quali hanno preferito andare all’estero

per attendere le sorti dello scontro in atto. Lunghe code sono state registrate ai valichi di frontiera, e l’atmosfera generale è caratterizzata da una forte tensione a conferma che la libertà di spostarsi in Libia è sempre più difficile e precaria. L’unica “frontiera” aperta al transito è quella dei porti clandestini tra Misurata e Zwara: quattrocento chilometri di costa dove organizzazioni senza scrupoli, con ramificazioni internazionali, gestiscono il traffico di esseri umani verso il canale di Sicilia.

 


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Agosto 2014