L’attivismo della società civile in Libia nonostante le difficoltà | società civile, Qurra’a-khana, post-Gheddafi, Bengasi, Medit, associazioni, web-attivisti, Akram al-Jadeed
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Farid Adly/Medit   

L’attivismo della società civile in Libia nonostante le difficoltà | società civile, Qurra’a-khana, post-Gheddafi, Bengasi, Medit, associazioni, web-attivisti, Akram al-JadeedIl ruolo attivo delle organizzazioni della società civile in Libia dallo scoppio dell’insurrezione di Bengasi, il 17 febbraio 2011, non è mai cessato anche nelle condizioni più difficili, come quelle attuali. A titolo di esempio, citiamo dalla cronaca della stampa libica due notizie che danno il senso di questo attivismo in condizioni di guerra: a metà novembre 2014 si è tenuto a Tripoli un incontro tra 38 associazioni della società civile provenienti da tutte le parti del Paese e quattro organizzazioni internazionali, per programmare gli interventi del volontariato e la messa a punto di un codice etico delle organizzazioni non governative. Agli inizi di dicembre 2014, si è tenuta a Bengasi una riunione delle organizzazioni del volontariato per far fronte ai bisogni della popolazione nella situazione conflittuale che vede scontrarsi jihadisti islamisti e le forze governative. Uno scontro che di fatto ha dilaniato l’amministrazione comunale cittadina dominata dalla Fratellanza musulmana, non più in sintonia con il sentire generale della popolazione in seguito agli agguati e assassini degli oppositori politici da parte degli jihadisti.

Storicamente, la Libia ha visto la nascita della prima organizzazione della società civile, non di carattere religioso, nel 1882-83. Si chiamava il Circolo dei Lettori (Qurra’a-khana), a Tripoli, nato per iniziativa di un letterato tripolino, Ibrahim Seraj Eddin, che ha studiato a Istanbul, sede del Califfato Ottomano che dominava allora sul Paese nordafricano. Una delle iniziative conseguenti a questo circolo è stata la nascita della “Scuola delle Arti e dei Mestieri”, che ha accolto gli orfani e i figli delle famiglie disagiate per formarli nei vari settori dell’artigianato ed avviarli al lavoro.

Durante il periodo monarchico, il numero delle organizzazioni della società civile in tutta la Libia non superava la quarantina,

prevalentemente di carattere sportivo, scoutistico, religioso o caritatevole. Sia il Movimento degli Studenti (GULS) sia quello dei lavoratori non hanno mai ottenuto le autorizzazioni a costituirsi in forma legale e pubblica. Con il colpo di Stato del 1969, è stata chiusa ogni possibile autonomia delle forme associative. Anche i sindacati sono stati sottoposti al controllo governativo. Per formare un’associazione era necessaria una licenza firmata dal Presidente del Consiglio dei Ministri e il nullaosta della polizia politica.

A gennaio 2011, si registravano in tutta la Libia circa 95 associazioni e organizzazioni della società civile, molte delle quali diramazioni della famiglia Gheddafi. Il clima di libertà, che l’insurrezione popolare del 2011 ha instaurato, ha dato il via libera all’impegno sociale e solidale della popolazione libica, in ogni angolo del paese. Già nel marzo 2011, nel paese si contavano quasi duemila organizzazioni operanti nei settori dell’assistenza, cultura, gioventù, diritti umani, parità di genere e, in generale, dei servizi alla persona. Un lavoro di volontariato che ha mobilitato decine di migliaia di persone, che credevano nel cambiamento e speravano in uno sviluppo democratico della società post-Gheddafi.

Sia durante l’insurrezione, sia nella fase immediatamente dopo la liberazione di Tripoli, le associazioni libiche, anche grazie all’apporto dei migliaia di esuli tornati in paese con un’esperienza organizzativa decennale, hanno operato per alleggerire le sofferenze della guerra. Il Consiglio Nazionale Transitorio ha incoraggiato queste attività che di fatto hanno costituito – in mancanza dello Stato - l’ossatura della nuova struttura di organizzazione sociale. Il Media Center nel Tribunale di Bengasi, che fungeva da Ministero dell’Informazione del governo provvisorio, era costituito dagli studenti volontari della Facoltà di Comunicazione.

L’attivismo della società civile in Libia nonostante le difficoltà | società civile, Qurra’a-khana, post-Gheddafi, Bengasi, Medit, associazioni, web-attivisti, Akram al-JadeedIl movimento delle donne e i giovani sono stati i protagonisti del maggior impegno organizzativo e dello sforzo di imprimere cambiamenti nella società. Circoli, gruppi musicali, radio private non commerciali, gruppi per diritti e cultura al femminile sono stati uno spazio vitale per esprimere la voglia di libertà e la determinazione a costruire una società laica e democratica. Questo impegno lo si è visto già nell’ottobre 2011, quando il presidente del CNT aveva annunciato dal palco la cancellazione delle leggi che vietavano la poligamia. Il giorno dopo, quarantamila persone hanno risposto all’appello del Comitato delle Donne di Bengasi e sono scese in piazza per dire che i diritti di parità di genere non si toccano.

Lo sforzo più importante di questi movimenti, è stato impresso nella diffusione della cultura del dialogo e della partecipazione alla vita sociale e politica. La campagna per la partecipazione al voto è stata una delle prove più impegnative delle organizzazioni della società civile libica. In un paese dove da mezzo secolo non si andava a votare, era importante convincere la gente ad iscriversi alle liste degli elettori e di andare poi ad esprimere la propria preferenza. Nel luglio 2012, le prime elezioni libere hanno visto un’affluenza elevata, oltre il 67 per cento degli aventi diritto. Il Fronte delle Forze nazionali e progressiste aveva ottenuto il 51 per cento dei voti contro il 17 per cento ai Fratelli musulmani.

Il rifiuto di quei risultati da parte delle milizie islamiste armate e gli ostacoli posti alla costruzione di uno Stato, hanno portato alle condizioni attuali di conflitto interno e alla minaccia di guerra civile; condizioni che hanno messo la società civile libica in grosse difficoltà, ma non hanno ucciso la fiamma della libertà nata da quel movimento genuino di insurrezione popolare contro la dittatura.

L’attivismo della società civile in Libia nonostante le difficoltà | società civile, Qurra’a-khana, post-Gheddafi, Bengasi, Medit, associazioni, web-attivisti, Akram al-JadeedAnche dopo lo sgozzamento di tre giovani web-attivisti a Derna, gli agguati a colpi di mitra contro gli attivisti di Bengasi e la repressione del dissenso a Tripoli occupata dalle milizie, le organizzazioni della società civile in Libia non si sono arrese. Operano in modalità diverse, non più con le manifestazioni e la azioni rivendicative pacifiche, ma con la pratica della solidarietà e del servizio. Molti attivisti, che temevano per la loro vita, sono riparati all’estero, prevalentemente in Egitto e Tunisia, da dove svolgono un’azione di informazione alternativa, sfruttando in particolar modo i social network.

Dopo l’assassinio di Salwa Bughiaghis, avvocata e professoressa universitaria, lo scorso giugno, molte attiviste donne di primo piano hanno lasciato la Libia. Lo scorso ottobre hanno organizzato al Cairo, con il patrocinio dell’ONU, una conferenza sui principi di parità di genere da inserire nella nuova Costituzione libica. Un lavoro teorico di prospettiva che sembra, a prima vista, fortemente distaccato dalla realtà amara del conflitto che lacera il paese, ma che invece, è il pilastro costituzionale per pianificare, mattone dopo mattone, la struttura dello Stato di diritto e sconfiggere il fondamentalismo sul suo terreno.

Per dare un’idea dello sconforto che vivono le associazioni libiche, porto a conoscenza dei lettori la testimonianza di un giovane libico, Akram al-Jadeed, uno studente di medicina, a Bengasi, che ha partecipato al Forum Sociale dei paesi del Maghreb tenutosi in Tunisia (https://www.youtube.com/watch?v=xsEv99WQrrQ ): “La Libia è un Paese aperto, senza frontiere, non c'è nessuna protezione dei confini, … Non c'è esercito, né Stato centrale, né governo e pertanto la Libia ha bisogno di aiuto nella definizione di sé in quanto Stato. Ogni giorno che passa la situazione del Paese e dei suoi abitanti peggiora. A causa della mancanza di governo e protezione, la gente sta affrontando continuamente nuovi problemi: vi è una massiccia presenza di milizie e di altre forze che concorrono a minare la sicurezza del popolo libico. Vi è una totale assenza di mezzi che possano garantire la sicurezza dei cittadini e a questi non resta che cercare di proteggersi da soli”.

Akram racconta di aver inizialmente appoggiato e partecipato alla rivoluzione, ma di esserne poi rimasto deluso, in quanto questa è stata tradita proprio dalle milizie islamiste, dai diversi rami di al-Qaida che oggi sono presenti e fortemente attivi sul territorio. La situazione, ai suoi occhi, peggiora ogni giorno, ma Akram si augura che la Libia possa al più presto diventare un Paese libero, con un processo di transizione regolare e istituzioni che garantiscano i diritti dei propri cittadini. Spera inoltre che “tutti coloro che sono stati costretti a lasciare il Paese, possano farci ritorno, e coloro che sono arrivati, ci possano vivere in pace”.

 


 

L’attivismo della società civile in Libia nonostante le difficoltà | società civile, Qurra’a-khana, post-Gheddafi, Bengasi, Medit, associazioni, web-attivisti, Akram al-JadeedFarid Adly

24/01/2015